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Il tumore colpa della sfortuna? La scienza non è invincibile

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Vogliamo credere che la scienza ci renda invincibili, anche contro la malattia.

Cos’è il progresso se non l’idea di poter essere sempre più padroni delle sorti della nostra vita? Ora, proprio la scienza mette dei limiti a se stessa, esaminando il modo in cui insorge il cancro e dichiarando senza reticenze che gran parte delle cause che generano quella malattia, circa due terzi, sono dovute alla sfortuna. La ricerca scientifica ha il compito di riportare le nostre credenze sul piano della razionalità, eliminando quegli aspetti imponderabili che sono rappresentati dal caso, dalla sfortuna, da coincidenze astrali. Tutto ciò ci dà molta sicurezza, soprattutto per quanto riguarda le malattie. Ma adesso ci viene spiegato che con una malattia tanto devastante come il cancro, essere o non esserne colpiti è il più delle volte un caso, cioè una vera e propria questione di fortuna o di scarogna. L’osservazione dei ricercatori della Johns Hopkins University, nel sintetizzare il loro lavoro, è, in proposito, emblematica: i rari casi di fumatori che non sviluppano tumori, sono solo questione di fortuna. Un’osservazione che ci fa ricordare il Manzoni de I promessi sposi , quando fa dire, durante i giorni della peste che affligge Milano: «A chi la tocca, la tocca». Insomma, non sono stati fatti, da allora, molti passi in avanti. A questo punto, i salutisti di tutto il mondo, con le loro diete, le loro attività sportive, il loro intransigente salutismo, dovranno mettersi una mano sulla coscienza e non fare più la lezione a noi sedentari e golosi e rassegnarsi al fatto che questa volta la scienza è dalla nostra parte. Comunque, perde consistenza la convinzione che la «vita sana» sia alla base della «buona salute», mentre emerge dagli abissi dell’irrazionalità, tanto deprecata dalla scienza, l’idea che quando si tratta del cancro e del modo di evitarlo, è una questione di fortuna. Il caso può apparire terrorizzante a un modo di pensare e orientare la propria esistenza razionalmente: sarebbe infatti come affermare che si è impotenti di fronte a ciò che accade e che bisogna essere disposti ad accettare gli eventi, perché non ci sono gli strumenti adatti per fronteggiarli. Oppure il caso può essere un sollievo per coloro che credono nel destino e che l’opporsi ad esso sia un’illusione. Così ci troviamo due tipi umani inconciliabili: il fatalista e la persona dalla volontà inflessibile che crede di poter dominare il mondo. Ci può essere una via di mezzo tra il fatalista e il paladino della ferrea volontà? Forse si può trovare nella saggezza di un proverbio indiano che dice così: «Nuota con la corrente». Il fatalista si lascia andare e, portato dalla corrente, finisce chissà dove. Quell’altro nuota a piene bracciate contro la corrente: per un po’ riesce anche nel suo proposito, ma poi la corrente lo travolgerà. Nuotare, invece, con la corrente significa accettare l’esistenza di una forza che ci è superiore: allora, con umiltà, senza opporsi frontalmente a essa, si può cercare di nuotare in modo da scegliere una direzione conveniente e non essere del tutto in balia della corrente. La scienza ci dice che per due terzi l’insorgenza dei tumori è un caso: e noi nuotiamo con la corrente, cioè facciamo della prevenzione, non siamo così illusi da credere che scienza voglia dire controllo assoluto della malattia e prendiamo la vita con quel pizzico di fatalismo che ci tiene lontano dalle torture salutiste e dalle diete.

Stefano Zecchi


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