The news is by your side.

SVILUPPO E TRAMONTO DEL BRIGANTAGGIO POLITICO IN CAPITANATA

10

Fallite le insorgenze dauno – garganiche, sin dai primi giorni di novembre, sotto la spinta del terrore attuato dalle autorità del nuovo regime, non per questo cessa la resistenza antipiemontese ed antiunitaria. Gli oppositori del processo unitario cambiano tattica.

Ora si vanno a nascondere nelle fitte boscaglie. Tutti coloro che si vogliono sottrarre alla carcerazione, ai Consigli di Guerra, ai plotoni di esecuzione, devono fuggire dai centri abitati trovando rifugio sugli inaccessibili monti e negli intricati boschi. Così nascono le prime bande armate. Sono prive di cibo e vestiti. Devono razziare le vicine masserie imponendo riscatti sai galantuomini. Le prime bande vengono ingrossate dai soldati borbonici che tornano dal fronte, dall’assedio di Gaeta e di Civitella del Tronto. Essi serbano nel cuore il ricordo di Francesco II. Al ritorno a casa, trovano i paesi cambiati. Si attendevano il pubblico encomio per aver difesa la patria, per aver fatto il proprio dovere anche se era mancata la fortuna finale. Invece trovano una classe politica dirigente che li disprezza, li respinge, li offende, ride e diffida di loro. Braccati come reietti, salgono le montagne e diventano briganti.La Capitanata, col nuovo regno, sprofonda in una povertà senza precedenti. Muore il commercio; i ricchi “galantuomini” diventano sempre più ricchi con i denari che lo stato elargisce; i poveri diventano nullatenenti. Un ulteriore motivo che determinò l’aumento di uomini che si diedero al brigantaggio fu il decreto regio del 20 dicembre 1860 col quale il governo di Torino richiamò sotto le armi, secondo le modalità della legge napoletana del 19 marzo 1834, gli appartenenti alle leve degli anni 1857, 1858, 1859 e 1860, oltre ai già renitenti. Dovendo scegliere tra una destinazione in regioni lontane e sconosciute e le montagne di casa, la stragrande maggioranza dei giovani della Capitanata scelse la strada della montagna. Il 19 marzo 1861, da Cagnano, il comandante della locale Guardia Nazionale, Antonio Palladino, invia un rapporto al conte Bardesano, nuovo governatore della provincia, affermando: “I reazionari, segnatamente gli sbandati, colpiti da mandato di arresto, scorrono impunemente le campagne, rubando, incendiando e scannando quanto loro capita innanzi di liberali. Le comitive armate rese forti per la debolezza del paese, ricattano ogni giorno, ora sequestrando persone, ora armenti. Il principio di fanatismo per i Borboni non si è punto spento, il che sovente suscita voci sediziose ed allarmanti da compromettere l’ordine pubblico e la pace dei buoni”8.Nel 1861 in tutto il montuoso e boscoso Gargano si sviluppa un brigantaggio i cui connotati di rivolta politica antiunitaria sono ben evidenti. Le bande sono già numerose. Nel territorio di Monte Sant’Angelo e Mattinata opera la comitiva di Luigi Palombo; in quello di Vico agiscono le bande di Pietro Iacovangelo, detto il Pezzente, e di Giuseppe Patetto (detto il Generale); le campagne di Rodi sono battute dalla comitiva del vichese Vincenzo Scirpoli; quelle di Apricena dalla compagnia di Nicandro Barone, detto Licandruccio. Nel territorio di San Marco in Lamis agisce la banda di Angelo Maria Del Sandro, detto Lu Zambro; quella di Agostino Nardella (il Pecoraio); di Angelo Raffaele Villani (Recchiamozzo); di Nicandro Polignone (Nicandrone); di Michele Battista (Inconticello) e di Angelo Gravina (Angelone) che agisce con i suoi 5 figli. Le bande attaccano i paesi innescando violente insorgenze popolari, che si concludono con l’uccisione dei liberali, il saccheggio delle case dei “galantuomini” la liberazione dei detenuti e la distruzione degli archivi comunali. Spesso vengono proclamati governi provvisori borbonici che durano pochi giorni, perché subito repressi dalle forze militari che accorrono al primo allarme. Seguono violente ritorsioni che, comunque, non placano i sentimenti di dissenso. Anzi, le repressioni producono numerose nuove leve che vanno ad alimentare il brigantaggio, reintegrando così le perdite subite. Mattinata subisce per prima un’invasione di briganti. Qui agisce una comitiva armata formata da ex soldati del regno delle Due Sicilie sfuggiti al richiamo della leva imposta dal nuovo regime. Sono guidati da Luigi Palombo, un ex soldato che ha assolto agli obblighi di leva. Nei primi giorni di maggio del 1861 costoro invadono il paese al grido di “Viva Francesco II” e con alla testa una bandiera biancogigliata. Si impossessano delle armi della Guardia Nazionale e passano, casa per casa, per il disarmo degli abitanti. Poi strappano lo stemma dei Savoia e quindi si ritirano in campagna. Ma ora contro i briganti non intervengono più esclusivamente le forze militari locali. Entra in campo la fanteria dell’eserrcito italiano.Il 2 giugno, una domenica piena di sole, viene invasa San Marco in Lamis. Qui i liberali stanno per festeggiare per la prima volta la festa dello Statuto. Giungono 50 uomini a cavallo che, dopo aver bloccate le vie di uscita dal paese, al comando di Angelo Maria Del Sambro, Agostino Nardella e Nicandro Polignone, seguiti da tanti soldati sbandati, entrano nel centro gridando “Viva Francesco II, Viva Pio IX” tra gli applausi della popolazione. Viene assaltato il corpo di guardia della milizia nazionale e distrutto il ritratto di Vittorio Emanuele. Viene abbattuto anche l’altarino preparato per celebrare lo Statuto. Vengono quindi attaccati i soldati presenti. Uno viene ucciso, gli altri imprigionati. Passano successivamente a rastrellare le armi casa per casa, ed impongono l’esposizione di bandiere bianche. Il giorno seguente attaccano la casa Tardio, l’unica ad opporre resistenza, dove hanno trovato rifugio il capo famiglia, medico Giuseppe Tardio, comandante della locale Guardia Nazionale, dieci soldati e tre guardie mobili. Con la complicità di un paesano che era nella casa, i briganti entrano nella stalla e di qui passano nella casa di Tardio. Procedono al disarmo, arrestano i soldati ed uccidono le tre guardie mobili perché quel corpo è da loro ferocemente odiato. Il 4 giugno giungono da Foggia due compagnie di bersaglieri. I briganti sono circa 4.000, tra uomini e donne. Forti del numero attaccano i soldati piemontesi. I bersaglieri sono umiliati perché vengono messi in fuga. Sul terreno restano tre soldati e 14 sammarchesi, unitisi ai briganti, assieme al capo comitiva Agostino Nardella. Il 1° giugno del 1861 scade il termine di presentazione degli ex militari borbonici richiamati, ma quelli che si presentano costituiscono una esigua minoranza. I più si danno alla macchia e vanno ad alimentare ulteriormente le formazioni brigantesche. In una nota di polizia presente nell’archivio di Stato di Foggia si rileva che su 770 soldati sbandati rientrati nei loro paesi della Capitanata, alla data del 27 giugno 1861 solo 110 vengono spediti al Deposito personale di Napoli per completare il servizio militare. Né miglior sorte avrà in Capitanata la chiamata alle armi per le classi dal 1836 al 1841 ordinata per le province meridionali dal governo di Torino nello stesso mese di giugno. Insomma: nell’estate del 1861 tutta la Capitanata è in fiamme. Ovunque scoppiano insurrezioni antiliberali con l’appoggio delle comitive brigantesche.L’8 luglio una banda di 30 briganti, comandata da Giuseppe Manella, di San Marco la Catola, raduna i contadini di Carlantino che, essendo tempo di raccolto, si trovano nei campi, ed entra in paese preceduto da un tale Pasquale Pisani che su di un bastone porta un fazzoletto bianco per bandiera, gridando “Viva Francesco”. I briganti si impossessano del posto di guardia della Guardia Nazionale e distruggono lo stemma di casa Savoia. Si recano in comune e distruggono tutti gli atti con lo stemma sabaudo, poi obbligano il parroco, don Francesco Pisani, a cantare in chiesa l’inno ambrosiano in onore di Francesco II. In serata saccheggiano la casa di Giovanni Iosa, capitano della Guardia Nazionale; poi è la volta della casa di Giacomo de Maria. Dopo aver raccolto danaro, armi, munizioni e vivere si allontanano. Sul Gargano è Vieste il “vero centro della reazione garganica”. Il comitato borbonico è attivo sin dal luglio 1861 e coordina l’attività dei briganti. Una nota di polizia elenca i maggiorenti del paese che organizzano le operazioni militari dei briganti. La storia di quanto accade a Vieste meriterebbe un lungo racconto che potrebbe dimostrare, se ve ne fosse bisogno, la caratterizzazione in senso filoborbonico dell’azione militare, nonché l’adesione della popolazione ai moti insurrezionali e la successiva repressione ad opera del generale piemontese Bartolomeo Pinelli giunto a Vieste alla fine di luglio del 1861, con fucilazioni, dopo un processo sommario senza appello. Negli scontri di Vieste è comunque da ricordare la coraggiosa morte di una donna del luogo, Leonilda Azzarone, uccisa dalle guardie mobili sul terrazzo della propria casa da dove i briganti stavano sostenendo uno scontro a fuoco per entrare nel centro del paese.E’ poi la volta di Vico dove i briganti entrano la sera del 28 luglio, dopo che alcuni giovani del paese erano andati in giro con una bandiera bianca al grido di “Viva Francesco II, morte a Vittorio Emanuele, morte a’ carbonari”. La folla va incontro ai briganti sventolando fazzoletti bianchi. Giunti in piazza il capo della comitiva, Luigi Palombo, restando a cavallo, estrae di tasca un fazzoletto bianco e copione consolidato, vengono distrutti i ritratti di Vittorio Emanuele e Garibaldi presenti al corpo di guardia della Guardia Nazionale e sostituiti con quelli di Francesco II e Maria Sofia. E’ poi la volta della visita alle carceri dove vengono liberati i detenuti. Nella sezione di Lucera dell’Archivio di Stato di Foggia è presente una nota che dimostra come sin dall’epoca in cui accadevano i fatti, la coloritura politica degli avvenimenti briganteschi era ben chiara. Vi è la testimonianza di quanto aveva dichiarato un abitante di Vico, Francescantonio Maratea, di idee borboniche, ad un tal Pietro Ruberti e gli aveva detto: “Vai dai soldati di Francesco II nel Parchetto di D. Dionisio – perché quelli sono soldati e non briganti, briganti sono invece loro (alludendo ai liberali) – e ci dirai che possono venire benissimo in paese, perché tutti l’aspettano, che non facessero sangue, giacché tutti quelli che dovevano essere sacrificati se ne sono fuggiti. Dà questa nota ai soldati, e dì loro che queste sono le case da saccheggiarsi che vengano presto”11. In serata, i briganti ordinano agli abitanti di Vico di accendere i lumi ed esporre le bandiere di Francesco perché era tornato a regnare. Il giorno seguente viene proclamato un governo provvisorio nel nome di Francesco II, si abolisce la Guardia Nazionale e si ricostituisce la Guardia Urbana. Ma il 31 luglio i briganti lasciano il paese per l’arrivo dell’esercito piemontese, rinforzato il 1° agosto dall’arrivo del generale Pinelli. L’arrivo di questo generale coincide pressappoco con l’inizio della luogotenenza di Enrico Cialdini (14 luglio – 31 ottobre 1861). E’ la svolta nella lotta contro il brigantaggio in Capitanata e nelle altre regioni storiche del Sud. Viene istituita la Guardia Nazionale mobile che in breve arruola gli ex garibaldini. Essi appoggeranno l’azione delle truppe piemontesi. E lo faranno meglio della vecchia Guardia Nazionale. Seguono arresti in massa, espulsione dei vescovi dall’ex regno, degli alti ufficiali del disciolto esercito reale e dei vecchi notabili e burocrati legittimisti. La “conquista regia” rivela ora il suo vero carattere. Si susseguono senza sosta arresti di massa, esecuzioni sommarie, feroci spedizioni punitive contro le inermi popolazioni. I briganti catturati vengono passati per le armi sul posto; i cadaveri esposti per giorni nelle piazze dei paesi. In seguito all’azione terroristica delle autorità piemontesi, nei paesi subentra la paura. Cessano gli appoggi della popolazione alle bande ed il brigantaggio diventa una guerra sporca fatta di sequestri, estorsioni, furto di animali ed altri reati contro il patrimonio.Mutano gli obiettivi militari dei briganti: ai liberali e “galantuomini” presi di mira nel primo periodo, ora si sostituiscono indiscriminatamente i possidenti.Il brigantaggio di Capitanata durerà ancora per tutto il 1862, per il 1863 e per il 1864, ma gli ideali politici attorno ai quali era sorto si allenteranno per lasciare il posto alla protesta dalle fosche tinte anarcoidi. I briganti sopravvivono come gli ultimi rappresentanti di una società che non vuol scomparire; come i sopravvissuti di un’epoca che non è giunta al termine del suo ciclo vitale, ma che è stata mortalmente ferita dall’arbitraria violenza del vicino.
Il brigantaggio assurge quindi a protesta: una grande protesta del popolo meridionale contro la violenta distruzione delle proprie leggi, dei propri usi e costumi, perpetrata dai piemontesi. La classe dirigente meridionale non capirà quei fatti e si presterà ad essere docile strumento dei piemontesi per distruggere le memorie patrie. Dei 1459 briganti, riconosciuti come tali ed operanti in Capitanata, ne moriranno 505 tra fucilati ed uccisi in combattimento. La cifra è impressionante perché costituisce la terza parte delle forze in campo12. I due terzi restanti finiranno i loro giorni nelle prigioni italiane. Odiati dalle autorità, dimenticati dai concittadini, disconosciuti dalla storia essi attendono ancora la giustizia che la storia, come Tacito insegna, col tempo giunge. Le mogli, i figli, i congiunti tutti dei briganti si faranno dimenticare anch’essi fuggendo dalla patria che non c’è più: essi pagheranno all’unità d’Italia l’amaro prezzo dell’esilio. Gli eredi dei briganti inaugurano la triste stagione dell’emigrazione verso terre sconosciute e lontane morendo chissà quando, chissà dove, per ricongiungere il loro amaro destino con quello dei congiunti caduti per Francesco II e per la Patria dissolta.

A cura di:
Michele Lopriore
Ass. Sentimento Meridiano


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright