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ADDIO GIUSEPPE, FIGLIO PREDILETTO DELLA VIESTANITA’ PIU’ BELLA E GENUINA (3)

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Ora Vieste  è ancor più orfana. Orfana di un altro di quegli uomini che hanno fatto di Vieste il centro del Mondo e l’epicentro della loro storia personale e intellettuale. Non so come avrebbe voluto che si usasse l’ultimo verbo nei suoi confronti. Conoscendo quanto ci teneva alla proprietà e all’ironia delle parole. Giuseppe Ruggieri, per tutti Gsepp Natur, è andato ad abitare un altro Paese. Quello in cui si ritrovano i Grandi e i Piccoli. Ma non i medi e i mediocri.

Forse ora in questo Paese potrà vedere realizzato quell’ideale di urbs e di civitas che ha sempre sognato. E per le quali per tutta la vita si è donato gratuitamente ed ha investito senza mai alcun interesse di parte il Suo totale contributo di tempo, di energie, di presenze, di sopralluoghi, di reclami, di richiami alla responsabilità verso quella parte di civitas viestana  che privatizzava i beni comuni del territorio e degradava la storia della ‘universitas’ viestana.  Tutti noi lo abbiamo sempre consultato per restaurare un muro, una casa, per chiedergli le tradizioni e la storia di un muro, di una casa, di un quartiere, di una parola … Tradizioni che aveva raccolto dalla mamma, dalla zia, dalla gente che lo cercava per sentirsi onorata di essere eredi di una parola, di una storia, di un fatto da raccontare.
Le sue mani erano come la terra generosa di Vieste, il suo cuore come il sole che ogni giorno misericordiosamente illumina e riscalda le mura di questo antico paese. Giuseppe era la memoria vivente di un paese dove alcuni in questi ultimi cinquant’anni hanno fatto di tutto per distruggere la memoria del territorio e di quel paradiso terrestre di doni che questa terra ha sempre garantito. Non  a caso il nome sopra al suo nome Giuseppe era quello di Natur. Mai nessun soprannome fu così identitario e identificativo. Giuseppe testimoniava il bene comune e denunciava quello privato degli interessi di parte e di chi deturpava e degradava il territorio e la cultura viestana e garganica. Sì anche garganica perché nel Gargano tutti lo conoscevano. Perché da cinquant’anni conosceva e amava il Gargano e i loro paesani.
Per parlare usava l’italiano (non credo che si sia mai posto il problema di conoscere qualche lingua ‘straniera’), ma per comunicare con gli amici godeva di parlare in viestano. Quel dialetto viestano che una volta pronunciato diventava in lui gestualità antica, quella che alcuni di noi ricordano dei nostri padri e nonni, dei marinai e dei contadini. Quel dialetto dal sapore antico di quella salubre e naturale alimentazione che lo nutriva. Lo ricordo mentre degustando i piatti che mia moglie gli preparava nei nostri pranzi di amicizia, lui ne ricostruiva gli ingredienti ricordando il nome scientifico, le sue proprietà e soprattutto non dimenticando mai di localizzarlo in qualche contrada viestana e di questo ci invitava ad esserne orgogliosi. Conosceva la flora e la fauna non solo animale ma anche umana di Vieste. Ma era divulgatore per la prima e discreta per l’altra. Fino a quando non danneggiavano il bene comune. Ma anche coloro che si sono sentiti coinvolti da lui per qualche degrado (e non solo urbanistico), anche questi lo hanno sempre se non stimato almeno apprezzato. Anche se la salvaguardia e la tutela che Giuseppe ha sempre cercato di garantire era vista come idealità e utopia. Già perché l’utopia dei Giusti è l’impossibilità dei mediocri.
Per chi come me ed altri ormai lontani da Vieste, che amiamo Giuseppe e con lui condividevano la testimonianza di questa sua utopia, non potremo più incontrarlo con il suo sigaro e la sua camminata per le vie di Vieste,. Ma andrò ad incontrarlo in quel campo (santo) dove tanti amici nella Gioia di quel luogo dormono l’attesa dei Giusti. E dove una speranza è segnata sulla sua grande porta di ingresso: risorgeremo come Cristo è risorto. E uomini come Giuseppe si sono impegnati e ‘crocifissi’ per far risorgere in questo nostro paese la Vita, la Bellezza, la Speranza. E per questo personalmente esprimo un’immensa gratitudine a chi in questi ultimi tempi è stato al suo fianco.
Nei nostri frequenti e fraterni incontri Giuseppe si aspettava (e affettuosamente lo  tollerava) il mio appello, la mia invocazione a vincere la sua pigrizia nel non voler lasciare memoria della sua memoria di  quanto i viestani e Vieste lo avessero fatto erede. Purtroppo. Ora che ci manchi, ora ci manca anche tutto ciò che sapevi raccontarci. E non potremo raccontare ai nostri figli e nipoti che soltanto ciò che sappiamo e quanto abbiamo da te imparato. E speriamo di poter ancora spigolare i frammenti che ci avrai spero lasciato da qualche parte. E fare quel libro che non hai mai voluto fare. Anche perché tu amavi parlare ed appartenevi alla tradizione di chi affida la memoria e le storia al cuore e all’oralità.
Ed ora sulla tua tomba, per te che sapevi fare anche questi citazioni letterarie (ma poi le condivi con ironia) non potrei che declamare (come sapevi fare te con quel gesto del cantastorie e del ‘cafone’ che raccontano) quei versi del Foscolo: «A egregie cose il forte animo accendon l’urna dei Forti». Declamazione di disperata speranza, se alzo gli occhi e cammino tra le strade di Vieste. Declamazione di infondata fiducia se guardo i giovani che non parlano più la nostra lingua locale e non conoscono le tradizioni che li hanno generati. Parole morte per chi parla soltanto di soldi e di affari. Ma parole che prima o poi i nostri figli e nipoti, che quotidianamente camminano  per le strade di Vieste, quotidianamente frequentano quel luogo dove l’utopia diventa speranza, e la speranza costruisce la realtà, la scuola, potranno far risorgere. Se lo vorranno e se ora noi adulti li educhiamo a volere. Un luogo che Giuseppe amava senza volerne essere Maestro (ma per noi lo eri e lo sarai per sempre). Ora ci lasci questa eredità magisteriale. Chi vuole può esserne suo erede utopico, realista, ecologico, demologico, concreto, quotidiano, responsabile, viestano.
C vdm Gse’, che u Sgnor c’accumpagn.
Pasquale Troìa


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