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Il “GIORNO DEL RICORDO” a Vieste

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La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

La comunità scolastica viestana tutta, in collaborazione con il Comune di Vieste e gli Assessorati alla Pubblica Istruzione e Cultura, ha inteso organizzare una giornata di conoscenza, confronto e riflessione su tale complesso e tragico momento della Storia italiana.
Il giorno 6 febbraio, dopo aver scoperto una targa commemorativa in Piazza marinai d’Italia a memoria del nobile gesto della Giunta Municipale di Vieste del 18 aprile 1947 che deliberava, unica cittadina italiana, di cedere parte del proprio territorio per la ri-fondazione della nuova città di Pola, si è tenuta una manifestazione pubblica all’auditorium dell’Istituto Fazzini-Giuliani con la partecipazione dello scrittore ed esule fiumano Carlo Cesare Montani, una delle massime personalità internazionali su tali tematiche.
E’ un preciso dovere del mondo della Scuola, istituzionale, civile e morale, permettere ai propri alunni la conoscenza e la comprensione delle grandi tragedie della nostra storia recente a partire dai fatti così come raccontati da chi quei momenti li ha vissuti in prima persona.
Di seguito articolo sulla giornata viestana di venerdì, predisposto dal Dott. Montani per la "Rivista della Cooperazione" diretta dal Prof. Sinagra (Istituto di Diritto Internazionale dell’Università di Roma) e per il sito storico del Prof. Atticciati, anch’egli dell’Università di Roma.

I Dirigenti Scolastici

Prof. Paolo Soldano
Prof. Valentino Di Stolfo
Prof. Pietro Loconte
 

 

ESODO ISTRIANO E CULTURA DELLA COOPERAZIONE
 

La proposta di Vieste per l’accoglienza degli Esuli (1947)
Il 18 aprile 1947, a due mesi dall’iniquo trattato di pace del 10 febbraio con cui l’Italia aveva ceduto alla Jugoslavia buona parte della Venezia Giulia, tutta la Dalmazia e Fiume, il grande Esodo dei 350 mila si era in larga misura compiuto, simboleggiato pochi giorni prima dall’ultimo viaggio delle navi che avevano trasferito ad Ancona, Venezia e Trieste il dolente popolo di Pola, protagonista di una scelta plebiscitaria per la vita, e per i valori cristiani e civili della millenaria tradizione adriatica.
Quel giorno, il Consiglio comunale di Vieste, la nobile città del Gargano, legata all’altra sponda dell’Amarissimo da vincoli secolari di amicizia e di cooperazione, volle approvare una delibera con cui, accogliendo anche i voti delle comunità contigue, si stabiliva di mettere a disposizione dei profughi i terreni per costruire una “Nuova Pola” onde i fratelli esuli “possano affacciarsi su quel mare da dove incomprensione e ingiustizia li hanno cacciati”.

L’iniziativa non ebbe seguito, al pari di altre ipotesi informali che erano state adombrate per il Trentino e per la Sardegna, perché il Governo italiano e gli stessi Alleati non consideravano con favore soluzioni capaci di salvaguardare l’unità dei profughi istriani, giuliani e dalmati, tanto da promuoverne la distribuzione, in condizioni allucinanti, nei 110 campi di raccolta distribuiti in tutto il territorio nazionale, alcuni dei quali  avrebbero perpetuato il dolore e lo sradicamento degli Esuli sino al termine degli anni sessanta.

Nondimeno, il gesto della Municipalità viestana, rimasto unico in Italia, ebbe un altissimo significato etico, che il Comune ha voluto giustamente onorare nell’ambito delle celebrazioni proposte dalla Legge 30 marzo 2004 n. 92, con una toccante lapide scoperta a futura memoria nel “Giorno del Ricordo” durante una grande manifestazione pubblica, presenziata da una moltitudine di docenti e  giovani delle scuole medie e superiori, “affinché mai si dimentichi l’alto eroismo di chi lottò perché italiano voleva restare”.
Altrove, l’accoglienza riservata ai profughi non fu delle migliori, come accadde ad Ancona, Bologna e Venezia, dove furono oggetto di reiterati comportamenti offensivi, orchestrati da chi intendeva ravvisare, del tutto strumentalmente, contenuti di reazione “fascista” in un popolo che non aveva voluto accettare il “paradiso di Tito” a costo di sacrificare affetti, memorie e beni personali. In Liguria, durante la campagna elettorale del 1948, accadde anche di peggio, quando i candidati comunisti assimilarono “i banditi giuliani” al famoso bandito Salvatore Giuliano che aveva infestato la Sicilia con le sue gesta criminali: non ebbero successo, perché il responso delle urne ebbe esiti catastrofici per il Fronte Popolare.
Anche per questo, l’esempio di Vieste merita di essere conosciuto ed apprezzato per i valori di civile accoglienza che seppe esprimere in un momento storico tanto arduo, se non altro per la difficoltà di ricostruire il patrimonio edilizio distrutto dalla guerra e di gestire l’emergenza alloggi. In effetti, la delibera del 18 aprile 1947 ha lasciato più di una traccia significativa nella memoria storiografica (1), ma il fatto che ora sia stata oggetto di un’informazione più diffusa “coram populo” ad ampio spettro, è certamente commendevole.

Vieste è una città che ha sofferto in maniera durissima vessazioni e persecuzioni agghiaccianti, di provenienza orientale, assimilabili alla tragedia delle foibe da cui Venezia Giulia, Istria e Dalmazia furono colpite nel secolo scorso: basti pensare, fra i vari episodi, all’eccidio compiuto dagli ottomani di Dragut nel 1555, quando alcune migliaia di viestani vennero barbaramente uccisi o tradotti in schiavitù (2): una strage che vive tuttora nella memoria storica, non soltanto locale, e che non è stata estranea alla manifestazione di solidarietà e disponibilità, tradotta in quella delibera.
Tra i 20 mila Italiani infoibati od altrimenti massacrati dai partigiani di Tito, molti furono i servitori dello Stato, civili e militari, colpevoli soltanto di avere compiuto il proprio dovere: si calcola che almeno un quinto fossero provenienti dalle Regioni del Mezzogiorno. Ebbene, quasi 300 erano pugliesi, e sette di loro, assieme ad altri rimasti ignoti, erano viestani: si tratta di Francesco Paolo Ascoli, Francesco Cariglia, Francesco Cavaliere, Giambattista Chieffo, Matteo Ruggieri, Antonio Vescera e Vincenzo Vescera, che sono stati onorati con un minuto di commosso raccoglimento, prima di procedere alla scopertura della lapide.
E’ stato scritto che, in occasione del grande Esodo, “lo slancio di generosità più sincero venne dalla Puglia” (3): si tratta di un’affermazione pertinente e condivisibile, suffragata dallo slancio di Vieste e delle altre municipalità  garganiche, senza dire dell’accoglienza ricevuta dai profughi anche nei comprensori meridionali della Regione, dove molti di loro ebbero modo di ricostruire vincoli comunitari dalle dimensioni significative.

Oggi, la lapide in faccia all’Adriatico voluta dal Comune, ed inaugurata il 6 febbraio dal Sindaco Ersilia Nobile (alla presenza, fra le tante, del suo predecessore Ludovico Ragno, primo Esule – nella fattispecie da Zara – ad avere guidato un Municipio italiano), costituisce una testimonianza ed un monito: l’ethos è sempre in grado di prevalere sulle vie dell’iniquità, che secondo la lucida intuizione di Mons. Antonio Santin, l’eroico Vescovo di Trieste e Capodistria, non possono essere eterne, mentre lo sono, come lo furono e lo saranno, fede e speranza, patrimonio insopprimibile degli  Esuli e degli uomini e donne di buona volontà.

Dott. Carlo Cesare Montani


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