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VISIONI E DIVAGAZIONI SU CINQUANT’ANNI DI CRESCITA VIESTANA

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Lillino Masanotti testimone “oculare”
…S’arma (l’uomo) a gara alla difesa / De’ maccheroni suoi…/ Poste le mense, al lume delle stelle,…/ E di frutta di mare empier la pelle. / Ma di tutte maggior, piena d’affanno, / Alla vendetta delle cose belle / Sorge la voce di color che sanno,/ E che insegnano altrui…. / Bella Italia, bel mondo, età felice, / Dolce stato mortal!…

 In questo modo, alle pendici del Vesuvio, un gobbo (maledetto) si divertiva a fulminare, facendone fumo, i progressisti e la loro fede. Coglionandoli.
   L’incipit  si giustifica come verità notoria. Il brandello satirico è la descrizione di una lecita e meditata abilità umana: il mondo è nostra sostanza esclusiva, plasmabile materia di bellezza in costante perfezionamento.     
   Dall’ 1 al 23 Agosto del 2014, nella sede della scuola elementare “Gianni Rodari”, si è tenuta la mostra Vieste nelle foto di Lillino Masanotti, antologica imperdibile, da ricordare. Prima che sopraggiunga la dispersione estiva, Camera Cromatica cerca di ripercorrere in buona compagnia le impressioni depositate in cibachrome.
  Per nostra fortuna e di Lillino, l’esposizione non è scaduta nell’arte, e tanto meno nel calderone della cultura. Quindi, inutile una recensione, si cerca d’inquadrare una prolungata divagazione.
   È doveroso riferire della  riuscita della personale fotografica. L’omaggio, la dedizione appassionata alla propria città è stata ripagata dalla numerosa affluenza.

      Un quarto d’ora più o meno – una sosta accettabile – era il tempo richiesto per un’occhiata sommaria, ma decisamente insufficiente per un’efficace e meritevole esplorazione.
   Spazio fisico dell’evento: ingresso accogliente e scandito con un collage di memorabili “Saluti da Vieste” – cartoline per  la nostalgia o l’invidia dei destinatari; il vasto corridoio ricoperto di immagini premonitrici; aule allestite di preziose stampe di scene private. Tutte le pareti documentavano la marcia di un paese verso la civiltà. Un formidabile commento visivo di uno spaccato sociale di periferia.    
    Con le emozioni avvinghiate alla carne, la suggestione affettiva spesso induce  ad una viziata lettura delle care storie. Ma ciò che ci è più vicino, che ci è più familiare, non è detto che venga percepito nella sua chiarezza e nella sua integrità. Nel  viavai delle opinioni, la posizione del presbite promette la visuale  più affidabile.
    Anche se moralmente inefficace, l’amorevole rassegna ha tirato  un buffetto alla coscienza civica. Forse.
   Il labirinto espositivo è stato un percorso di salutare malinconia, con il raro rischio di imprimere al visitatore un sentimento di denuncia e di vaga indignazione (i risvolti morali come zavorra precipitano  nel vuoto).   
    Perdendosi tra le stampe masanottiane, si generavano differenti livelli emotivi di fruibilità: nel profondo si insinuava un ingenuo disappunto per l’operato dell’uomo; in superficie ci si intratteneva per nostalgiche ricostruzioni topografiche.
    Nessuna sorpresa se la visita si sia potuta tradurre in una scampagnata tra i ruderi della memoria e le conquiste del futuro.
    Godibile passatempo è stato quello di cercarsi figurante tra comitive e circostanze riesumate; indovinare a gara nomi e soprannomi di personaggi “fermi in posa”; spiare il lavorio impietoso del tempo sui ritratti sorridenti. Variegati sono i sintomi degli anni che avanzano, inesorabili.
   Dolce e commovente è ritrovare panorami anime e volti, conosciuti e dimenticati;  presenze che non sono più e risentirle vive, scorazzanti nel cuore dei ricordi.
Meditare sul fluire indistinto della vita scava dentro elevando, ma non  guarisce.
Un passato che risorge e un presente che muore poco a poco, questo è il vero dono, il prodigio meccanico dell’illusione fotografica: assenze tangibili e presenze sfuggevoli; il prima e il dopo simultaneamente offerti alla visione.
    Una foto, al di là dei tecnicismi per realizzarla, vorrebbe rievocare e ri-produrre sensazioni perdute. Ma il suo più intimo scopo è in un sibillino invito a decifrare segnali scanditi e poi sospesi nel tempo, tracce scure di “rivelazioni e desideri” rannicchiati nella penombra.  Oggi il condominio elettronico rende più grossolano lo svelamento.
    Avvantaggiati di vista postuma, nella silenziosa retrospettiva c’erano mille indizi per comprendere oracoli di un futuro finalmente avverato.  La vasta esposizione suggeriva riflessioni per sconfinamenti fuoriluogo.
    Con quei rumorosi clic si è raccontata l’attività di generazioni di uomini, eredi di luoghi in prestito per la sopravvivenza.  Sì, siamo tutti eredi, o meglio tutti debitori: all’uomo non appartiene la condizione del creditore, tranne che nell’ansietà dei propri traffici.

    Le trasformazioni ambientali, dettate dalla tirannia delle necessità primarie, si traducono rapidamente nella dismisura dell’utile.  L’iniziale sentimento d’amore per la prosperità condivisa, gradualmente si modifica nel calcolo egoico: pancia e intelletto – fine e mezzo – sono un’ineccepibile associazione a delinquere. L’aggiogamento e lo sfruttamento infame dell’esistente è storia infinita, non è certo una ventraia sorta nei nostri tempi. L’intero processo lo si potrebbe definire anche Miraggio del Deturpamento Antropico, M.D.P.
    La roccia marina… la spiaggia… l’albero le case.
   Quinte onnipresenti, anche loro sgomitavano in bella mostra sui muri. Arabeschi di crinali su campiture di cieli e mari; vallecole sorprese dal sole. Le facciate di luce calcinosa rinfrescate da ombre geometriche. Elementi in paesaggi di una bellezza senza definizione, hanno subìto e subiscono offese, drammatiche ferite: mutilazioni, lordure, sventramenti.
    Chissà se dal loro limbo di voci indecifrabili ci chiedono un po’ di avanzi del nostro ascolto, supplicando qualche sillaba di preghiera. Vorranno anch’essi rincuorarci e tutelarci durante il transito terreno? e chi riuscirà a comprendere il loro canto martire?
 Per questa retorica diseducativa, l’uomo dalla mente sana ci rimprovera, ci ammonisce con l’autorità dell’evidenza  scientifica: dall’inanimato non si è levata mai nessuna voce; lo scoglio il pino l’olivo non hanno mai risposto, non si sono mai inchinati ai  saluti e baci della luna, ai suoi maramao. Ma è anche probabile che quest’uomo sano , così sicuro, così di buon senso, sia al contrario una canna audiolesa, un’intossicata antenna da reinstallare.
 Vieste balneare. Dal promontorio mistico comodamente scivola ad est, e lenta si riposa nel mare. Biancariflessa, tra i venti è sospesa nel cielo illudendoci d’immortalità.
      Ricchissima. Centinaia di ettari in orti vigne e frumento; “uliveti che sembran boschi” e boschi veri per il taglio; giardini segreti d’purtgall; pascoli affollati. Verde, carminio, giallo ed argento. Infine, per schiuderci al lāžur, cielo e mare spalancati (anche all’inquinamento). Il Paradiso. Dispiegamento di ricchezza e di  colori trasfigurati nella luce bianca del Mediterraneo, mare che non ci conosceva.
 Come stabile edilizia, una  magica coerenza fabbricava case abitate e denudate dalla miseria. Per amari bocconi gremivano partenze bisognose, tutta gioventù con il sole nel petto. “Tutta colp d’la misèrjə” è il mantra ingannevole.
   Nella privazione, figlie e sorelle si confortavano sognando doti e qualche sposo in offerta; le mogli e le madri umiliate dalla forzata separazione.
    Decenni di ingiusti patimenti saranno ripagati da una ricchezza radicalmente trasformata, che tutt’ora non conosce soste. Il posto incantato viene liberato dalle mense dei poveri. La voce dei luoghi è azzittita dai rumori cancerosi dello sviluppo. Invochiamo la musa: farfuglia, meglio non forzarla. Silenzio.
Torniamo a Lillino.
Uno dei suoi vantaggi è stato sicuramente la joie de vivre dei tempi. Le tenebre delle guerre mondiali si dileguano ai bagliori di un’alba carica di riscatto; ci si ritrova pionieri di nuova sensibilità, il territorio avverte sussulti di rigenerazione.   
     Tra le centinaia di foto, alcune indicano un tracciato luminoso che va dalla rappresentazione  di una squilibrata condizione  sociale, quindi morale, a quella di una meritata patinatura del benessere: la tartaruga d’Achille.
     Documentare l’opera dell’uomo nel divenire del suo tempo storico; il tentativo di illustrare la realtà delle urgenze biologiche a cospetto dell’apparente evoluzione della psiche. Questo è il contributo implicito del mestiere di Lillino, uno dei contributi del fotografo.
  La sonnacchiosa costa, stordita di luce, si risveglia sui litorali con inaspettate attività; le campagne ossigenate dal duro lavoro vengono rimodellate, oppure abbandonate per rendite più dignitose e meno faticose. L’artigiano in disgrazia, con le mani incapaci insegue il campare con la vanità dei piedi, è un creativo. L’architettura si filantropizza (leggi pure burocratizza): gli alloggi angusti e fatiscenti si dilatano con volumetrie più sicure; agli spazi chiusi dei vecchi quartieri subentrano le ariose lottizzazioni.
   Oggi dei due borghi si può ammirare una curiosa mutazione endemica: quello antico in un estivo bazaar babelico, per acquietarsi poi in minaccia invernale; l’ottocentesco in un agglomerato di cabine balneari: nei mesi freddi sale il silenzio delle docce.
    Le vie obsolete du Stradonə, un giorno vivi lacerti umani,  sono ormai dei rivoltanti serpentari di automobili (ovunque è garage). Con le tormentate ristrutturazioni dei bagnanti e dei residenti, di “Ottocento” e di “Centro storico” ci resta la toponomastica.
Allora ricordiamoci delle strade frequentate da santi e madonne ammutolite. Le chiese e i paramenti, le intronizzazioni e le processioni; cerimonie religiose e civili: pure questo è ben evidenziato dagli scatti di Lillino. Sono le situazioni del coinvolgimento emotivo, dove ci si riconosce in un sentire comune. Ogni insediamento umano è un “luogo unico”, dove è custodito, ab origine, il gesto l’evento il ricordo collettivo. Si genera  la Festa.  
   Ieri materia per il canto del poeta, oggi documento per le analisi dello studioso; questo tesoretto fuori dal tempo, sotterraneo, è rivangato dall’aneddotica. Per fortuna il balbettio dei secoli garantisce almeno un po’ di eruditismo.
   Vieste vestita dal caso. Il mare, la collina, il sole e la nuvola: bellezza di nessuno, che si offre come dono di vita. Bellezza che si fa più alta quanto più una luce fatale la schiarisce all’incontinenza dell’uomo.
   Di quelle scampate alle calamità naturali e umane, opere degne dell’arte si contano su un palmo, frutto della volontà di qualche antico abitatore, illuminato; pura casualità anche la riuscita di un loro restauro.
   Dovevamo essere i sacerdoti di un Sacro Tempio, ma per una ben più modesta vocazione ne abbiamo fatto una piacevole residenza. Comunque sia, non è responsabilità da poco essere i guardiani di un santuario fotogenico.
   Ritorniamo  alle antiquate reflex.   
   Arte giovane e disponibile, macchina da memoria sbrigativa, la fotografia Lillino l’ha goduta con la delicatezza e la misura del fare manuale. La sua anagrafe gli ha precluso la rivoluzione del comfort digitale.
   Tutto è stato impresso nei chilometrici rullini e nelle bobine del tempo:  il mondo delle cose e il mondo degli uomini. La sua presenza di vedetta indelebile  ha assicurato visioni ed emozioni in un minimo reliquario.  
   Il suo resoconto  ci privilegia della contemplazione di un mondo ancora intatto, nonché del suo inevitabile stravolgimento. Fotografo dei tempi immobili e reporter del boom locale.
    Non si poteva mancare all’Agosto di Lillino, un gesto d’amore che per ventitré giorni ci ha munito di sguardo sforante l’ordine del tempo, per un insolito  colloquio con i pregi e i difetti della nostra storia.
   Ringraziare Lillino è un atto dovuto.
   In attesa dei prossimi decenni,  AAA cercasi fotografi per rinnovati chiaroscuri viestani.     
    Quante foto, un milione di foto. Immagini del mondo che ci divorano e che divoriamo, di un mondo in continua corrosione, dove ci alleneremo a conservarlo rotolandoci tra frantumi di ricordi; l’ingolfo internautico è uno degli anabolizzanti più sofisticati per la preservazione. Mnéme non ha problemi a subire i capricci dell’uomo.

    Decaduta a catalogare il passato in quanto tale, la Memoria non getta più ponti verso l’esistenza intera, universale. Prede del tempo ci scopriamo orfani del presente. Il futuro ipoteca l’anima.
   La vita è un ricordo sfuggente. Il gioco dell’apparenza fa rimpiangere o scongiurare , secondo convenienza,  il mondo dei padri;  è la spontanea logorrea  dell’avvicendarsi delle generazioni. Non c’è da meravigliarsi dell’ovvio,  un giorno anche alla nostra attualità sarà dedicato un Carme Secolare.
Alla luce degli effetti del progresso, ben vengano denunce e contestazioni, iniziative umanitarie e rivolgimenti politici, farmaci mai abbastanza lodati; ma basteranno a fermare gli oltraggi a Madre Terra?
Come il niente salomonico, sotto il sole non si avvistano capolinea sui bisogni:  la storia è espressione di nostra sorella Usura.   
Mai arrendersi. Esperti ricercatori c’informano della presenza di una scienza e di una tecnologia avanzatissima, che già da sola potrebbe risolvere la maggior parte dei problemi che affliggono il pianeta. Aspettando la liberazione, l’attrezzatura miracolosa sarà sottoposta al  vaglio del lucro: semplici precauzioni dei padroni.
Asserviti lo spirito e la carne alle vetrine, insieme agli shows, sono i mercati a volerci dire del destino del mondo. “Cultura Moderna”, più che un ossimoro un maleficio.
Lo strappo congenito tra l’ordine naturale e le necessità dell’uomo è una slabbratura in espansione. La lacerazione ci fa pratici di rattoppi. Sappiamo che ogni cucitura armonica tra discordanti è impresa dolorosa. L’harmonia mundi sarà sempre alchimia sospirata.
All’interno del Librosario la cultura intervista la Natura, pensando di dialogare; intruglia l’impossibile, pasticcia combinazioni e rimedi: appesta. La Genitrice Muta ascolta e tollera il contagio, non si cura: non è lei che deve salvarsi.
 Paziente è la Natura, imperturbabile e precisa nel continuo rigenerarsi. Terribile il suo sguardo lontano (il presbite lo sa benissimo, ce lo dice e ne soffre).
  Se Vieste è un recinto privilegiato e la Natura  la serva della cultura, è giusto porre ripari e speranze. Mentre si attendono le tavole rotonde dei confronti e del dibattito critico, dagli altoparlanti giunge il richiamo all’etica: “meno chiacchiere e più fatti”; così protesta il collaudato slogan delle candidature, certe e plausibili. L’uomo avrebbe fatto e fa poco. Il Fare, questo simulacro della coscienza.
    Cogliamo l’invito. A questo punto, della lunga divagazione si perdoni l’ozioso esordio leopardiano. Diversamente da noi, al finto malriuscito non gli garbavano “le magnifiche sorti e progressive”. Concittadino della Terra del Tramonto, “sedendo e mirando” un oriente interiore, il  puro poeta credeva e si lavava nel fuoco dei vulcani.
Oltre che dalla perfezione satirica del recanatese, a maggior ragione è giusto accomiatarsi dalle gratuite lagne dei mediocri. Per l’occasione  lo facciamo condividendo un profetico epilogo. La citazione, questa volta saldamente scientifica, è appunto di un “attivista”, di un “pratico realista”, sostenitore delle “soluzioni immediate e concrete”: l’individuo con i “piedi per terra”, proprio come piace a noi.
    La predizione è stata azzardata in tempi non molto lontani, quasi mezzo secolo fa (bacchettate più remote sarebbero troppo umilianti).
    Una volta qualcuno ha pianto gli Dei fuggiti. Liberi dalle superstizioni, forse adesso dobbiamo prepararci a piangere la fuga del Vivente.
    La scienza e gli specialisti ci salveranno dalla Vita: nel frattempo la bellezza ce la incornicia con i saldi.
    «…La natura è oggi protetta dai suoi assassini… La società che distrugge la natura ha tanta voglia di proteggerla, purché non sia messo in questione il suo principio: la crescita esponenziale. L’ipocrisia, è di associare la natura al suo contrario: il profitto, la produzione…Nel 2020 la protezione della natura avrà fatto passi da gigante: sarà stata finalmente messa in opera la produzione di una natura sintetica…».  (Robert Charbonneau, Tristi Campagne, Milano 1973).

Francesco Lorusso  (Camera Cromatica)


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