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Giuseppe tra cultura e moralità confezionate

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A un anno dalla perdita di Giuseppe Ruggieri
Gli anniversari, commemorabili malgrado celebrazione, dicono chiaro una cosa: il tempo passa e porta via con se tutto, oggetti pensieri  persone affetti. Tutto.  Da queste mutilazioni inevitabili spunta il sostegno vagante dei ricordi.

Ricordo: parola composta di prefisso re- (indietro, ritorno) e di sostantivo cor (cuore). Regredire, quindi rimettere, dentro o con il cuore. Così la voce rapsodica dell’etimo; un moto contrario all’avanzare apparente della vita, che esorta allo scavo profondo dell’esistenza.
Invece a noi l’ascolto di quella voce ci culla, ci adagia, ci avviluppa, ci narcotizza; e ancora, ci immalinconisce, ci rende più vulnerabili ma più umani nelle situazioni estreme: è il caso della scomparsa delle persone che in qualche modo hanno partecipato o accompagnato un momento del “nostro” vissuto. Ma è anche vero che il ricordare si predispone alla diluizione, e soprattutto, alla distorsione naturale. A questa pena e depressione del ricordo si può rimediare tramite il pensare, gesto e modo per rivivere, secondo riflessione e coerenza, uomini e avvenimenti.
Vista l’occasione, proviamo  allora non a ricordare, ma a pensare Giuseppe.
Ma quale Giuseppe? l’archeologo, il botanico, l’ispettore onorario?

Giuseppe è stato il pozzo dove il viestano attingeva informazioni per la sua memoria storica. Ovunque si presentava il bisogno si cercava il suo contributo: un parere attivo sulla conservazione e il recupero di un brano architettonico; una chiacchierata sull’idea dell’arredo urbano; un consiglio sull’allestimento del verde pubblico o privato; insomma un’opinione a largo raggio, compiacente o meno, sulle realtà locali. Ogni volta si alzava il coro: «Giuseppe!».
Si direbbe che ci troviamo a cospetto di un uomo investito di “autorità” culturale.
Se cultura è tutela e  salvaguardia del territorio,  proviamo ad elencare i suoi meriti: rinvenimenti e monitoraggio – con pochi valenti amici – di zone archeologiche;  vigilanza assidua sui cantieri “estrosi” del centro storico; attenzione e cura della botanica, autoctona e alloctona; perspicacia e attività concreta nelle problematiche ambientali (un ecologista tendente all’estremo).
Se cultura è la difesa di una identità collettiva, Giuseppe non può essere, non si è mai identificato con l’approccio e il fare dei suoi concittadini. Quante battaglie per salvare un cornicione, un portone, una mezza finestra, un infisso, un albero. Uno spreco di energie spropositato, per situazioni risolvibilissime già solamente con un po’ di buon senso.
Infine, se la cultura è al servizio di un potere, occulto o manifesto, in vecchie o nuove forme, allora parliamo d’altro.
Cultura è una semplice parola, obesa,  un imbuto semantico, dove è possibile ingozzarla di qualunque significato. Una cosa è certa: essa è veicolo di valori e non creatrice; è testimonianza, segno. E i valori attuali sono ben evidenziati dai suoi fenomeni espressivi: dalla politica al cinematografo, dall’arte al bricolage, dall’economia alla truffa. Nuove sinonimie.
Quindi nessuna obiezione se anche la stupidità si eleva al rango di cultura (le mode e i suoi meccanismi di funzionamento sono esempi eclatanti).   
Pertanto, spostiamo l’attenzione sull’individuo, al singolo come strumento e opportunità culturale, come sfruttarlo per il bene comune.
Giuseppe era culturalmente una straordinaria presenza utilizzata per modestissime faccende. I grandi risultati per la nostra città gli ha ottenuti solo grazie alla sua solitaria e personale iniziativa. Qualche impresa: l’aver sventato l’insediamento di un bubbone a Cisco – da ricordarlo sempre; e quando è stato possibile, l’aver impedito che  i sogni personali di qualcuno, piazzabili “culturali” dell’improvvisazione, si realizzassero in incubi collettivi, un rischio più volte scongiurato. Miracoli per alcuni; per altri un danno economico  alle casse comunali.

Troppo grande era l’amore di Giuseppe per una natura evocatrice ma indifesa, consacrata per devozione a santa martire. L’impegno assiduo, scrupoloso, per la nostra terra e per la sua storia è stato totale, rifiutando qualsiasi offerta e ricompensa. Così voleva il suo modello di aristocraticità.
Eppure quante volte, malgrado l’altezza della sua preparazione e della sua disponibilità, Giuseppe è stato spettatore obbligato di passerelle di prime donne, titolate e rampine, non di rado ignorantelle. Ma non bisogna prendersela, è stato e sarà sempre così. Un interlocutore esigente ed inamovibile va dribblato, se è possibile elogiarlo nonostante il suo negarsi.
L’umanità conosce troppo bene il valore dei trenta denari, non può farne a meno – questo è un valore fondante – e oggi più che mai: nella calca le mascelle rischiano l’indigenza, sbranano di tutto, per vanità inappagata, per malaffare o per semplice campare.
Un giovane che si tormenta, che si sacrifica autenticamente per il problema della cultura, è facile che soccomba ad uno stato di sconforto, nella negazione e nella solitudine. Se non è già nirvanizzato,  ha solo qualche strada decisiva da percorrere.
Quindi il problema non è di cultura ma di educazione, di salita.
Giuseppe viene da “lontano”. Coraggiosamente abbandona università e facili saperi per approntare una catarsi esistenziale sul Gargano, sua Circe d’elezione (ignaro che di lì a poco, al sacro promontorio gli sarà spalancata la fossa della profanazione e il suo conseguente deturpamento – ormai è sciagura planetaria).
Con drastiche rinunce e grandi speranze, giunge a Vieste con un bagaglio di raffinata sensibilità culturale, sempre accresciuta e limata nel tempo: scientifica ed umanistica, classica e d’avanguardia (bagaglio gelosamente custodito, e quando lo concedeva, lo si apriva per pescare curiosità, erudite e non).
La sua preparazione e il suo iniziale entusiasmo lo portano ben presto ad emergere come figura di spicco per le attività  culturali. È invitato anche ai “tavoli tecnici”, politici e civici, imbanditi di rinnovamento, ma partecipa senza successo. Da buon zoologo non gli piacevano le anatomie astratte: delle belle idee proposte e dei nuovi contenuti esplorava i presupposti invisibili. Era incline a studi di eutrofia abnorme, sotterranea o malcelata.
Uomo dall’occhio sopraffino, dai sensi pirotecnici e acuti, una corda tesa sul percepibile; dal gusto estetico ponderato e d’inconsueta raffinatezza (diremmo discriminante); era nell’azione sporadico e posticipante ad libitum, ma perfezionista. E poi eccellente parlatore, dalla conversazione calorosa ed avvolgente. Amabile.  
Giusepp la natur (quanto ci piace questa locuzione da folklore paesano).
Ci viene detto che una comunità deve essere la culla dove viene accudita la qualità dei propri figli, e soprattutto di quelli che agiscono per il bene culturale e spirituale della propria terra. Giuseppe era uno di questi.
Ma qui sta il problema. Come si migliora, come far progredire  e distillare le sensibilità? Come si auspicano la riflessione e lo scambio di vedute? È possibile “sedersi insieme” e riconoscere la necessità d’intraprendere un autentico approfondimento del senso critico (oggi c’è il magic finger), al di là delle ottime e ovvie intenzioni?
Il fatto è che ognuno, singolo o gruppo che sia, si riconosce e si sente rappresentato solo dagli specchi posti all’altezza della propria statura, e delle proprie esigenze. È fisiologico.
Alcuni dicono e pensano che Giuseppe sia stata una nostra risorsa sprecata, non sfruttata. “Vieste è troppo indaffarata nelle sue industrie e, quando si distrae, tra cittadinanze onorarie  incontinenti e cotillon, non ha tempo e danaro per queste cose” (citazione sua). Quindi altre le risorse. Alcuni invece gli attribuiscono responsabilità nell’aver eluso fruttuose collaborazioni e opportunità per la crescita culturale del paese. Sarà.
L’incognita è invece se dopo il nostro Giuseppe saremo in grado di riconoscere un prossimo, decifrarlo tutelarlo e alimentarlo per  il bene comune. Ma per toglierci da equivoci e imbarazzi, un giorno gli potremo sempre dedicare una via, una sala, un garage….
Allora, chi è Giuseppe, come è fatto, cosa prenderemo da lui?
Giuseppe non può essere un esempio di vita, lo impediscono i suoi ideali ascetici. Non può nemmeno essere preso come modello di promotore e animatore di eventi culturali: troppo cavilloso e ipercritico per un contesto orientato all’approssimazione (non si contano le segnalazioni di brutture in fieri fatte alle istituzioni, cadute nel vuoto).

Insistiamo. Cosa resta di questo straniero, cosa dobbiamo a questo giovane e bello, sacerdote e guardiano ferito della nostra terra. Cosa ci lascia?
Niente, non ci ha lasciato niente; non ha voluto darci niente di ciò che non abbiamo assimilato. Né scritti, né patrie memorie, né catalogazioni di opere piante e reperti; per adesso nessuna iniezione di botox acculturato nell’abbruttimento in corso.
L’amore; la dedizione; il sorriso; la delicatezza; il cuore. Ecco cosa ci lascia: una eredità inattesa e impegnativa, gravosa.
Il cuore.
Si ritorna a quel fulcro senza nascita, motore immobile della vita, trascurato nel fantasticare svenevolezze compassionevoli e sentimentali, moralismi autoreferenziali. Anche se arduo, sarebbe bene riappropriarcelo come luogo di fusione, di purificazione di ogni pensiero ed azione: l’agnus Dei dell’uomo rinnovato e realizzato.
Ora che Giuseppe non è più tra gli apparenti, farne angelo custode del disincanto di questi luoghi, passeggiatore solitario tra le ultime cose, sarebbe un’alzata di coscienza.
A questo punto, al di là dei giudizi e delle moralità confezionate, saluto Giuseppe con il suo amato latino – a noi un augurio di verità: cor verum numquam moritur.

 Francesco Lorusso  (Camera Cromatica)


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