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L’irrisolta questione demaniale alla base del brigantaggio dauno e garganico

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Nella costituzione del nuovo Stato Italiano furono i proprietari terrieri della nuova borghesia agraria, eredi della tradizione feudo-nobiliare, a ricevere enormi vantaggi nella conservazione dei terreni demaniali usurpati.

Un abuso perpetrato a discapito delle previste e legittime «quotizzazioni» dei demani, che dovevano necessariamente favorire e sviluppare la piccola proprietà contadina.
Questo atteggiamento prevaricatorio e classista irritò le amareggiate  masse rurali, spingendole sempre più alla rivolta in un tentativo illusorio di raggiungere e conquistare il riconoscimento di diritti da sempre negati, con l’intima e utopica aspirazione di diventare finalmente cittadini a tutti gli effetti, non più sfruttati dai detentori della ricchezza e del potere politico.
Le questioni demaniali erano l’oggetto principale delle rivendicazioni contadine, nonostante le leggi eversive della feudalità erano state promulgate all’inizio del decennio francese, cioè sin dai primi anni dell’Ottocento e, peraltro, mai abolite dal restaurato governo borbonico dopo il congresso di Vienna.

Leonarda Crisetti Grimaldi, preparatissima storica garganica, nel testo L’agonia feudale e la scalata dei “Galantuomini", pubblicato dalle Edizioni del Rosone nel 2007, ha ripercorso puntigliosamente e dettagliatamente le tappe della mancata risoluzione delle questioni demaniali nel territorio di Cagnano Varano:

«Già scorrendo il racconto dei fatti inerenti la Riseca e altre zone demaniali, si scopre che, abbattuto il feudalesimo, gli esponenti della borghesia locale ebbero l’opportunità di arricchirsi, diventare grossi proprietari terrieri, decidere le sorti del paese, (poiché, a turno, tutti furono amministratori "plenipotenziari" dell’intero territorio), a dispetto di leggi, commissari, agenti ripartitori, tribunali e prefetti […] le vicende inerenti i Parchi, invece, furono sin dall’inizio, eclatanti e di pubblico dominio. Su di esse si è concentrata maggiormente l’attenzione della popolazione cagnanese. Per tutto il XIX secolo e i primi decenni del Novecento, si sono verificati anche ripetuti episodi di protesta e disordini di piazza. C’è abbondanza di carte con nomi, cognomi, dati delle persone coinvolte, perciò, questa questione è particolarmente significativa ai fini della ricerca storica: qui si trovano ben scanditi i passaggi che permisero ad alcune poche famiglie, dapprima di appropriarsi illegittimamente dei terreni sottratti al feudatario, poi di regolarizzarne le occupazioni, infine di compiere attentati agli usi civici, (che da lungo tempo consentivano ai cittadini di Cagnano di utilizzare le risorse del loro territorio), per diventare proprietari a tutti gli effetti. Per compiere tutti questi passi, i personaggi emergenti sullo scenario socio-economico cagnanese, nel corso di oltre un secolo, si servirono della politica e della “nuova” gestione della cosa pubblica. Essi non incontrarono veri ostacoli durante la loro ascesa sociale: la quasi totalità della popolazione era analfabeta e incapace di segnalare alle autorità abusi, impossibilitata ad andare in fondo alla questione. Alle negligenze del governo borbonico, si sommarono gli errori dei Savoia. Dopo secoli d’abbandono, anche a causa di queste usurpazioni, si radicarono nella popolazione locale atteggiamenti di diffidenza verso il potere, ostilità verso l’autorità, disinteresse verso l’illegalità diffusa […] atteggiamenti che incontriamo ancora oggi, nelle più varie circostanze».

E che fossero  atteggiamenti e problematiche ancora presenti con la manifesta sfiducia nelle principali istituzioni dello Stato, nell’amministrazione della giustizia, negli organi di controllo del fisco, negli organi di polizia, nelle istituzioni bancarie, era già stato confermato alcuni decenni fa da Aldo de Jaco, che nei suoi studi sul brigantaggio meridionale, pubblicati dagli Editori Riuniti nel 1969, vedeva «una pagina di storia che non si può saltare se non si vuol perdere il senso dei problemi successivi ed anche, per tanta parte, dei problemi dell’oggi del nostro paese».
Un paese in cui ancora oggi un’intera classe politica, utilizzando strumentalmente e impropriamente la forma costituzionale del partito, concorre a fondare un sistema di impunità diffuse, appropriandosi di denaro pubblico, elevando a regola fissa la difesa degli interessi privati su quelli pubblici, erigendo a sistema le clientele, affondando la meritocrazia, alimentando nuove ingiustizie sociali e determinando nuovi problemi economici in un paese che non riesce ad emergere da una lunga e prolungata crisi, rischiando quella stessa bancarotta cui abbiamo recentemente assistito nella vicina Grecia.

Di Carlo Michele Eugenio

 

 

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