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Vieste – Il dipinto della Madonna del SS. Rosario della Cattedrale in cura a Bari

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Per tutto marzo ed aprile

Per qualche mese saremo orfani della sua presenza. La pala della Madonna del SS. Rosario è a Bari per essere sottoposta ad un intervento di restauro dalla dott.ssa Felicia La Viola. 

Prima di accedere ad una importante, seppur sommaria, lettura storico-artistica della nostra opera, si espone qualche breve e noioso accenno sul suo stato di conservazione.
La tavola dipinta è stata già oggetto di un integrale e risolutivo restauro nei laboratori della Pinacoteca Regionale, durante gli anni della ristrutturazione della Cattedrale, chiusa per i lavori dal 1974 al 1980.

L’opera è ben leggibile; solo nelle formelle dei misteri si evidenziano vistose lacune di colore e di imprimitura, lasciando intravedere ampi spazi nudi del supporto.
Visto la natura “viva” del legno, il tavolato assemblato sembra non presentare torsioni strutturali di rilievo. Sul retro è ben evidente l’applicazione di un robusto ed essenziale sistema di ancoraggio, con interventi di ricollegamento delle assi originali tramite tasselli di legno.
Esteticamente la pala è alquanto integra, salvo lievissimi disturbi visivi, dovuti a circoscritti sollevamenti della pellicola pittorica. Del tutto naturale la formazione delle fessure lungo le giunture, con relative micro-cadute di colore, provocate dal movimento del legno.
L’opera è tra le più ammirate del nostro patrimonio artistico. In un nimbo dorato e orlato da otto capuzzelle d’angiulille, la Vergine e il Bambino donano i rosari al gruppo degli oranti sottostanti: San Domenico di Guzman e Santa Caterina da Siena, insieme ad alcuni protagonisti della Lega Santa, vincente a Lepanto. La cristianità fu salva “per intercessione dell’augusta Madre del Salvatore, Maria, Nostra Signora del Rosario”, originariamente Nostra Signora della Vittoria.

 

Il dipinto tecnicamente non presenta vertici esecutivi; parecchie incongruenze nei modelli definiscono una rappresentazione artistica di discreto valore – straordinario per la storia locale – viaggiando nell’orbita collaudatissima del mestiere. Tonalmente abbrunita, è velata da terre resinate.
L’opera napoletana è autografa: Michael Manchellis genuesis facerat anno D: 1581.
Sull’attività di questo pittore “genovese”, grava l’enorme presenza del capo bottega: il suocero Marco Pino, artista senese, romano di formazione, partenopeo dal 1557 fino alla morte, giunta nel 1587. Tra i pittori, uno dei più alti del manierismo.
Nel nostro polittico, tranne che nel clone del gruppo superiore e in alcuni quadretti dei misteri, non c’è nessuna pretesa di emulazione delle invenzioni e tantomeno delle qualità del padre di Beatrice, artefice di una pala omonima nella chiesa di S. Domenico a Bagnoli Irpino, un capolavoro.
È nelle anatomie del Bambino Gesù – bellissimo disegno ed incarnato plasmati da sapienti velature – che si adombra una maestria ben al di sopra di quella espressa sulle restanti (su tutti basta l’esempio della mano protesa di San Domenico).
Ma la vera sorpresa è al di là del Manchelli e di Marco Pino. Dall’insieme spicca il lunotto ogivale che sormonta la pala: il Padre Eterno affacciato su una schiera di angeli musici.
Totalmente ed inspiegabilmente ignorata dalle competenze, la cimasa dipinta appare essere l’unica testimonianza relitta dell’attività artistica di maestri ragusei, giunti a Vieste, con le loro botteghe a decorare ambienti in edifici sacri della diocesi.  Nell’estate del 1504, a Ragusa, i noti pittori e gioiellieri Matko Milovic e suo figlio, con Vadlisav Bozidarevic – fratello del più noto Nicolò Raguseo – insieme all’intagliatore e costruttore di polittici Medo Milicevic, stipularono un contratto con cui si impegnavano ad operare a Vieste per un anno: “…ire ad civitatem Vestarum in Apuliam ad pingendum et laborandum de arte eorum pictorum…et in omnibus aliis locis…”. (Ricordiamo che Vieste fu per molto tempo una sede del consolato dalmata).
Tra i frutti di quella trasferta d’arte, c’erano le “tavole sopra indorate” rimosse dall’altare maggiore nel 1698 da “l’ill/mo Monsignore D. Lorenzo Kreaytter”, citate dal Pisani nelle sue memorie, cancellate invece le nostre d’oriente.

O per pietà o per scrupolo culturale, una di quelle tavole andò a coronare ibridamente  la pala del Manchelli. E’ stridente la sua estraneità dei modi pittorici e dei contenuti con il resto della pala controriformista. La notevole distanza strutturale ed estetica, evidenzia la contrapposizione di due soluzioni figurative, corpi legati tra loro da una bizzarra fusione stilistica. Totale è la brutta ridipintura che cela, sfigurandola, l’invenzione e la cromia originale.
Sarebbe bello immaginare, poter far riemergere dalle patine “culturali” l’antica memoria del prezioso arredo della nostra Chiesa Madre, frutto degli artisti slavi e dello zelo dei coevi committenti: le opere dei tre pittori sono tuttora orgogliosamente custodite nelle chiese e nei musei delle loro terre.
Il bacino adriatico in quegli anni era solcato da un affollato scambio culturale, con originali vertici artistici: su tutti la preziosità “grafica” del Crivelli veneziano e il sofisticato distacco, l’essenzialità espressiva del Laurana, zaratino cosmopolita.
Il nostro mare bagnava le sponde con altre modalità e con altri valori.
A volte anche i piccoli oggetti hanno la forza di far rivivere quelle altezze, spesso nascoste e umiliate dall’autorità delle mutevoli teorie storiche, funzionali all’occorrenza.

Francesco Lorusso (ass. Camera Cromatica)


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