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Cera – Popolari/ Silenzio sul referendum in arrivo, trivelle in attività e degrado ambientale

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Poco il tempo che ci divide dal 17 aprile. Quel giorno saremo chiamati al voto referendario sulle trivelle.

 

 Poco lo spazio dedicato al problema da tv, radio e giornali. I partiti non si sono ancora organizzati per aiutare a capire.
All’inizio erano sei i  referendum proposti. La Cassazione ne ha stralciati cinque, grazie alle modifiche introdotte dal governo nella legge di stabilità del 2015.
Puglia, Basilicata, Campania, Liguria, Sardegna e Veneto sono le regioni che hanno presentato ricorso alla Corte Costituzionale perché espropriate dal governo del diritto a legiferare sulle trivelle marine, ma con Calabria, Marche e Molise sono nove le Regioni che hanno proposto il referendum.
Perché sul problema non si discute? Solo della data del referendum si è parlato tanto per unificarla al voto amministrativo e conseguire un risparmio di 300 milioni di euro.
La legge necessaria, però, non si è voluta farla, con il sotteso obiettivo di rendere inefficace il referendum. Una volontà politica che isola le Regioni proponenti dal resto del Paese.
Siamo rimasti quasi soli a difendere l’Adriatico.
Chi può difendere il nostro mare dai possibili incidenti che nessuno è in grado di escludere?
Chi è in grado di garantirci dai danni che possono derivare dalla fuoriuscita del petrolio dagli impianti estrattivi?
Ma, la domanda che oggi ci dobbiamo porre, è relativa anche alla convenienza economica e all’utilizzo di tale prodotto, nonché della sua commercializzazione come fonte energetica.
Quanti sono disponibili ad accettare a cuor leggero i gravissimi possibili danni che potrebbe subire l’ecosistema del nostro mare?
Le nostre isole Tremiti, le meravigliose spiagge del Gargano e dell’intera Puglia potrebbero essere cancellate in maniera irreversibile.
Oggi non è in discussione la scelta referendaria, ma la sua condivisione.
Con il referendum chiediamo che alla scadenza delle attuali concessioni, non si possa più trivellare nelle acque dei mari italiani a una distanza inferiore alle 12 miglia marine, cioè a meno di 20 chilometri circa.
Non è una scelta da poco. Bisogna, però, centrare il quorum: il 50% dei cittadini aventi diritti al voto e conseguire il maggior numero di consensi votando “SI” all’abrogazione delle norme vigenti del Codice dell’ambiente (art.6 comma 17).
Il vero nemico da battere, allora, è la disaffezione al voto dei cittadini.
Per farlo l’informazione è l’unico strumento possibile.
Solo da una corretta e diffusa informazione può nascere il consenso necessario a far vivere il nostro mare e le attività produttive che esso è in grado di generare, dal turismo, alla pesca.
Chi ama la natura non può perdere altro tempo.
L’intero Consiglio regionale ha espresso la sua adesione al referendum. I cittadini ora vanno informati.
Usciamo dal silenzio.
È rivolto anche a noi tutti il monito che papa Francesco ha espresso nell’enciclica LAUDATO SI’ (n.35): "Non possiamo essere testimoni muti di gravissime iniquità quando si pretende di ottenere importanti benefici facendo pagare al resto dell’umanità, presente e futura, gli altissimi costi del degrado ambientale".

 

 

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