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Tremiti/ Chiesti i finanziamenti per bonificare i fondali dalle bombe del’ 43

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Al largo di Pianosa sono stati individuati ordigni del secondo conflitto bellico.

 

 Abbiamo chiesto al Governo fondi per un milione di euro. Spero che Roma non ci farà aspettare altri settant’anni, altro che trivelle. Que­sta è una emergenza da risolvere subito. Da tempo ho inoltrato agli organi com­petenti la pratica contenente la richiesta di bonifica. I fondali dell’isola di Pianosa sono infestati da residuati bellici risa­lenti alla seconda guerra mondiale. Sono lì da 71 anni. Non possiamo più atten­dere. Ci hanno sottratto una parte del territorio. Tra l’altro una ordinanza risalente al 1972 vieta agli isolani di av­vicinarsi e soprattutto di pescare in quella zona». Antonio Fentini, sindaco del Comune diomedeo in prima linea nella plateale protesta dei No Triv, "torna alla carica stavolta sull’altra que­stione che angustia le isole diomedee: ovvero quella delicata-legata ai fondali dell’isola di Pianosa (chiamata così per il suo aspetto pianeggiante), per superficie la quarta isola dell’arcipelago tremitese, ovvero la più piccola escludendo l’iso­lotto del Cretaccio. Completamente di­sabitata, Pianosa ha i fondali zeppi di ordigni bellici, i quali giacciono lì da oltre 14 lustri. Una eternità. Fentini ha riunito l’assise tremitese nei giorni scor­si ed ha deliberato in merito. In sostanza il massimo consesso cittadino ha licen­ziato una delibera di sollecito al Mini­stero competente a Roma per "liberarsi" – una volta per tutte- dalle bombe, ri­chiedendo allo scopo un milione di euro. "Sì, abbiamo chiesto quella cifra per la bonifica … " conferma. L’isola si svilup­pa su una superficie di circa 13 ettari per una lunghezza di 700 metri, una larghez­za di 250 metri, con uno sviluppo costiero di 1.300 metri e un’altezza massima di 15 metri sul livello del mare. La limitata altezza fa sì che durante le mareggiate l’isola venga sommersa dal mare nella quasi interezza. Flora quasi inesistente – a parte alcune piantine grasse e bulbi di cipolle selvatiche – ma viceversa è nei fondali che alberga una nutrita varietà di specie che hanno trovato il loro habitat naturale ai piedi di scogliere che precipitano nel mare fino a 30 metri di profondità fra una flora di gorgonie, spu­gne di diverse varietà e distese di alghe. Pianosa – come si ricorderà – rientra integralmente nella Zona A, ovvero è riserva marina integrale. Qui sono "di casa" pagelli, polpi, murene, saraghi, corvine, ricciole, dentici, orate, cernie e qualche aragosta di grossa taglia. A fare compagnia a distese praterie di posi­donia e pesci guizzanti e’ coloratissimi, vi è però un imprecisato numero di bom­be aeree – chi le ha viste parla di un vero e proprio tappeto depositato sul fondo­inesplose, risalenti al secondo conflitto bellico. «Il numero da noi stimato è di circa cinquanta ordigni», ammette Fentini. Bombe (inesplose e quindi perico­lose) che un sindaco determinatissimo oggi vuole a tutti i costi rimuovere. "E’ intollerabile, sono lì da settant’anni … " continua a ripetere. Gli ordigni sareb­bero dislocati nello specchio di mare cir­costante l’isola per una fascia comples­siva di cento metri. Sono state sganciate – secondo quanto è stato appurato- du­rante il secondo conflitto bellico quan­do la zona veniva usata dagli aerei – allo scopo di alleggerirsi prima di atterrare – come scarico degli ordigni in dotazione e non utilizzati. "Viviamo di turismo" ag­giunge Fentini "non Possiamo più tol­lerare una situazione simile". Sulla que­stione "fondali infestati di Pianosa" ci fu anche una interrogazione parlamentare nel luglio del 2004 – dodici anni fa – da parte dei Verdi. Nel 2005  l’allora governo Berlusconi rispose ammettendo la pre­senza degli ordigni. Ma le bombe, dopo 71 anni, sono ancora lì. Tempo addietro si parlò anche di mettere in vendita l’isola – a causa delle ristrettezze del bilancio comunale – partendo da una base di 10 milioni di euro. Ma la strada risultò im­praticabile e tutto si risolse in una me­diatica provocazione che ebbe solo il compito di accendere per poco tempo tra l’altro i riflettori sulle difficili condizio­ni in cui versano le isole care a Dio­mede.

Francesco Trotta

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