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Scienza e salute Cancro al seno, rischio dagli esami radiologici

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La lotta al male del secolo Congresso mondiale oncologi: esagerare è inutile e pericoloso.

 

 Sono moltissime le donne che, a fronte di una diagnosi di cancro al seno allo stadio iniziale, vengono sottoposte a test avanzati di diagnostica per immagini – come Pet, scintigrafie e tomografie computerizzate – che risultano invece «inutili dal punto di vista medico» e «potenzialmente pericolosi». A denunciare l’eccesso di esami radiologici immotivati ed a rischio sono gli oncologi Usa, con uno studio presentato al Congresso dell’American Society of clinical oncology (Asco), il più importante appuntamento del settore a livello mondiale. Ma il fenomeno non è solo statunitense, dal momento che anche in Italia si registra un «sovrautilizzo» di questo tipo di esami.
Secondo uno studio dell’Università del Michigan, fino al 60% delle tomografie, scintigrafie e pet effettuate su oltre 29.170 donne americane con un cancro al seno in fase iniziale, tra il 2008 e il 2014, «non era giustificato» dal punto di vista medico. Di queste, 5.954 (20%) aveva effettuato almeno un test diagnostico per immagini entro 90 giorni dalla diagnosi. Anche le linee guida nazionali Usa sconsigliano questo tipo di esami per verificare la presenza di metastasi in donne con cancro al seno iniziale, a meno che vi siano altri sintomi particolari. In questa categoria di pazienti, spiega Norah Lynn Henry, primo autore dello studio, «la possibilità di identificare metastasi in altre parti del corpo attraverso un test per immagini è pari all’1%. E’ quindi allarmante che così tante donne siano sottoposte ad esami radiologici che hanno scarsi benefici e possono invece portare ad un’eccessiva esposizione a radiazioni, procedure invasive, ansia, oltre che rappresentare un peso economico». Il punto, sottolinea l’esperta, è che «la diagnostica per immagini è oggi estremamente sensibile, tanto da cogliere anche piccolissime anomalie, la maggioranza delle quali non diventerà mai clinicamente importante o preoccupante».
E in Italia la situazione è analoga: «Anche nel nostro Paese – afferma Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena di Roma – c’è un eccesso di tali esami. Nonostante le raccomandazioni sulla loro scarsa utilità nelle fasi iniziali del cancro al seno, non c’è un cambiamento della pratica clinica e questo pure a causa di un atteggiamento dilagante di medicina difensiva». Un fenomeno «da controllare – aggiunge – poiché il rischio è impiegare risorse economiche inutilmente, essendo poi costretti a tagliare invece in altri settori decisivi come quello dei nuovi farmaci». Le linee guida nazionali e internazionali in materia, sottolinea anche Pierfranco Conte, direttore della Scuola di Oncologia Medica all’Università di Padova, «affermano che non ci sono prove che tali esami intensivi siano di vantaggio». Tuttavia, rileva, «è pur vero che tali linee guida si basano su studi che risalgono ad oltre 30 anni fa. Credo dunque che andrebbero condotti nuovi studi, anche a fronte degli avanzamenti della diagnostica per immagini, poiché le evidenze scientifiche attuali non sono sufficienti per poter dare una risposta univoca». Ad ogni modo, conclude l’oncologo, «ogni caso va considerato singolarmente».

Manuela Correra
gazzetta del mezzogiorno

 

 

 

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