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A volte ritornano: la Foca monaca

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Giuseppe Ruggieri aveva realizzato una interessante ricerca faunistica sulle specie che recentemente si erano estinte sul Gargano.

 Spesso ne parlavamo, approfondendo gli argomenti che inevitabilmente terminavano, con la speranza di rivedere nella nostra terra, animali ormai scomparsi, un tempo abbondanti. Il Lupo appenninico estinto a causa di una campagna di sterminio alla stricnina condotta sul Gargano dallo specialista austriaco Hoffmann. Il Picchio rosso di cui si rinvenne l’ultimo esemplare sul mercato di Foggia nel 1907 e lo Scoiattolo appenninico, entrambi estinti a causa del taglio dei grandi patriarchi verdi nei nostri boschi. La Lontra estinta a causa della bonifica delle paludi avvenuta dall’epoca fascista ai giorni nostri e dai veleni in agricoltura che hanno inquinato il suo habitat. Vecchi contadini raccontavano di avere visto, fino all’inizio del secolo scorso, esemplari di Lontra nell’allora Lago di Chiara (Località Portonuovo). E poi la Cicogna bianca (antico simbolo araldico della Puglia), il Fenicottero rosa ed il Pellicano europeo, da tempo scomparsi dalle zone paludose di Manfredonia e Margherita di Savoia, come anche la
Gallina prataiola un tempo abbondantissima nelle steppe pedegarganiche. Ed in ultimo la mitica Foca monaca, di cui raccontavano gli ortolani e i vignaioli di sotto il Ponte e di dietro il Ponte, che nottetempo si inoltrava nei campi per fare incetta di uva ed altra frutta dolce. Anche di questa specie gli avvistamenti a Vieste risalgono ad un’epoca che va tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Alle Isole Tremiti, invece, questa fu avvistata fino ad
epoca abbastanza recente. I nostri capitani di Trabaccolo raccontavano che ne vedevano a gruppi crogiolarsi al sole, quando incrociavano l’isola di Pianosa e, ciò fino ai primi anni dell’immediato dopoguerra (II guerra mondiale).
In vero, a partire dagli anni novanta del novecento, grazie a leggi più restrittive in campo venatorio e ambientale e ad una sempre più crescente coscienza ecologica della popolazione italiana, si è assistito ad eccezionali ritorni naturali, ossia senza introduzioni programmate. E’ tornato il Lupo che dall’area del Parco Nazionale d’Abruzzo ha riconquistato vasti territori dell’Appennino fino al Gargano e, addirittura, delle Alpi arrivando ad insediarsi sui Pirenei. Fenicotteri e Cicogne sono ormai abbondanti nei nostri cieli grazie alle nidificazioni nelle Saline di Margherita e nei territori circostanti. Sono stati perfino osservati dei Pellicani (il primo gruppo fu osservato da chi vi scrive nel luglio del 2000 nella Riserva Naturale della Palude Frattarolo). E della Foca monaca? Niente o meglio quasi niente. Gli ultimi esemplari nati in Sardegna risalgono alla fine degli anni ’70 del secolo scorso e, poi solo avvistamenti sporadici
tra la Sardegna e la Puglia, di esemplari erratici, provenienti dalla Croazia o dalla Grecia in cerca di nuovi spazi. Negli anni ’90 alcuni viestani ebbero la fortuna di avvistarla a Pelagosa (Pasquale Fabrizio ed il Dott. Franco Ragno). Franco Tassi, Direttore del Parco Nazionale d’Abruzzo, fece una ricerca sulla popolazione in Croazia, dove era rimasto un nucleo certo nell’isola militare di Vis ed isole circostanti (circa 30 esemplari stimati). In quegli anni il WWF Italia di concerto con il WWF Internazionale lanciò una grande campagna di sensibilizzazione, per la salvaguardia della Foca monaca in tutto il Mediterraneo, costituendo il Gruppo Foca Monaca, di cui ho fatto parte (Resp. Emanuele Coppola). Si stimava una popolazione approssimativa di 120 – 200 esemplari, sparsi tra la Grecia (Isole Sporadi) e la Turchia. Nel luglio del 1994 Luigi Guarrera mi invita a partecipare ad un progetto Foca Monaca in Albania. Da Vieste andammo in tre: io, mio fratello Luigi e Paolo Rignanese. Osservammo una nutrita colonia di Pellicano riccio (dalmatino) nella Laguna di Karavasta, ma niente Foca monaca nei litorali circostanti. Invece, in un precedente approdo a Pelagosa (Croazia) nel 1993, i faristi mi raccontarono che ogni tanto vedevano uno o due esemplari che si aggiravano tra gli scogli e gli anfratti più nascosti. Anche a Lagosta (Lastovo) Tonci ci raccontò che ogni tanto qualcuno faceva occasionali incontri. Nel settembre del 1994, io e Franco Matassa (Resp. della sezione WWF di Vieste) decidemmo di fare una ricerca storica sulla Foca monaca alle Isole Tremiti (qui, come in altre parti
d’Italia, era chiamata Bue marino dal verso dei piccoli). Incontrammo gli anziani pescatori per farci raccontare i loro avvistamenti. Parlammo con l’ex-sindaco Amerigo Carducci che la osservò più volte a Punta dello Spido. I pescatori che calavano il filacciuolo a Pianosa (tipo di palancaro con crine di cavallo), ci raccontarono che spesso dei dentici si trovava solo la testa. Altre volte capitava che la Foca addentava il pesce mentre issavano il filacciuolo. Ci facevano capire che era uno scomodo antagonista, ma mai l’avevano attaccata, a differenza dei pescatori molfettesi che la disturbavano, e non poco, pescando con la dinamite. Pio Fumo ci raccontò che la causa principale della scomparsa
del grande nucleo di Pianosa fu la seconda guerra mondiale, in quanto su di essa gli aeroplani, prima dell’atterraggio, scaricavano le bombe non lanciate sugli obiettivi. Il campione del mondo di pesca subacquea Arturo Santoro, invece, fece l’ultimo avvistamento di Foca a Tremiti. Era la fine del mese di settembre dell’anno delle Olimpiadi di Roma (1960) e la vide col sole calante nel tratto di mare tra S. Domino e Capraia. Secondo Arturo, la Foca monaca a Tremiti non si è estinta ma è trasmigrata in mari più tranquilli, verso le isole croate. L’avvento del turismo di massa con l’apertura del Villaggio del Touring Club e la sostituzione delle imbarcazioni a remi e vela con quelle a motore, sono state le cause principali della sua scomparsa. L’episodio più toccante ce lo raccontarono Giovanni Alfarano e la moglie viestana Pasqua Vieste (Carluccetta). Verso la fine della guerra, a Tremiti vi era l’occupazione
inglese (neozelandesi). Una mattina mentre stavano sul loro balcone della casa di San Nicola, proprio sul porticciolo, videro una foca che attraversava il canale tra S. Nicola e San Domino e, subito dopo udirono il crepitare di una mitragliatrice. L’agonia, nel mare insanguinato, fu breve. La Foca continuò a dimenarsi per un po’ e poi sprofondò. L’avevano uccisa per puro divertimento. Giovanni e Pasqua ci dissero che restarono ammutoliti e non parlarono per tutto il giorno. La biologa marina Giulia Mo ha voluto pubblicare la mia ricerca sulla Foca monaca delle Tremiti, sul Bollettino dell’Istituto Oceanografico del Principato di Monaco. Con i tentativi falliti in Albania e in Croazia, avevo
ormai abbandonato la speranza di avvistare la “mia” prima Foca monaca. E invece … A settembre dello stesso anno, 1995, il WWF Internazionale con Luigi Guarrera organizzò un’altra Mission in Turchia in una località il cui nome è Foca, proprio perché da sempre abitata da una colonia di foche monache. Da Vieste partiamo io e Paolo Rignanese. Questa volta il viaggio è stato molto proficuo e non solo perché facciamo i primi avvistamenti, ma perché
viviamo a stretto contatto con la colonia che contava otto esemplari. Il gruppo di ricercatori era costituito da italiani, olandesi e turchi. Emanuele Coppola pose le basi per una ricerca successiva, con videocamere azionate da fotocellule (finanziata da ENEL). Nel 1996 la ricerca riportò un grande successo: le telecamere nascoste ripresero un parto in grotta. Eccezionale. Nel 1996 tentammo una spedizione in Croazia con la barca di Francesco Aliota,
grazie ad una generosa donazione fatta al WWF da Anna Teresa Dies, in memoria del padre Matteo. La lettura della ricerca di Franco Tassi e gli avvistamenti in Turchia ci avevano molto incoraggiato. Con questa speranza costituimmo il gruppo, di cui facevano parte Lella la moglie di Francesco, il padre Mimmo, Vituccio Coppola (molto conosciuto a Komiza per i suoi pregressi), io e Giuseppe Ruggieri. Obiettivo: notizie e avvistamenti della Foca monaca in quelle isole. Ma anche lì gli avvistamenti erano ormai lontani nel tempo, e soprattutto concentrati nell’isola di Vis, più protetta in quanto militare. Sulla via del ritorno, però, tra Lagosta e Pelagosa, io e Giuseppe che stavamo sempre attenti, notammo, sulla nostra sinistra, uno strano e fugace movimento in mare e poi diversi cerchi concentrici. Abbiamo pensato alla Foca, ma con molta fantasia. La ricerca e la tutela della Foca monaca continua ancora oggi, anche se le speranze di riportare la popolazione ad un numero rassicurante dall’estinzione, sono davvero minime, soprattutto dopo l’epidemia che ha decimato la più grande colonia del Sahara atlantico. Gruppi osservati e controllati ve ne sono tra le Canarie e Madeira e, qualche speranza in più incomincia a concretizzarsi anche in Italia, in virtù degli avvistamenti recenti in Sardegna e in Sicilia. Ma la notizia storica, che ci riguarda da vicino, è un’altra. Nel tardo pomeriggio del 26 novembre 2006, un papà e due figlioli si trovano nei pressi dello scoglio di Punta della Testa a pescare a traina. Ad un certo punto vedono apparire dal mare, a cinque metri di distanza, una testolina baffuta e curiosa che osserva a lungo i tre increduli umani. E’ raro ma soprattutto strano che un tale avvistamento si sia potuto verificare a Vieste, regina del turismo di massa del Gargano. Per questo, qualcuno potrà pensare ad una fandonia creata ad hoc da un buontempone, e invece no. Novembre è un periodo tranquillo con scarse imbarcazioni a motore e, poi l’Arch. Franco Forte, che si trovava con i figli Matteo e Francesco, mi ha descritto perfettamente l’animale ed il suo comportamento, come d’altronde mi hanno confermato i suoi figli. Trattasi, quindi, di un avvistamento certo al 100%. Come potete constatare, non bisogna mai perdere la speranza, perché a volte ritornano, anche dopo un secolo, basta soprattutto rispettare la natura e le sue leggi.

Franco Ruggieri

Logbook 55 lug.2016
Lega Navale Vieste

 

 

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