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Anni ’60, Peschici si mette alla testa del litorale garganico

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La svolta di Michele Protano, vero dominatore socialista. Il Comune garganico era considerato la Monte Carlo del sud. Il salotto della villa di Protano, con vista imperdibile sul golfo era crocevia del fior fiore del socialismo pugliese (e non solo): da Rino Formica a Tommaso Pesce, da Peppino Di Vagno a Titino e Claudio Lenoci.

 

 Nel turbine delle manife­stazioni estive: lo scopri­mento del busto a Michele Protano, sulla più bella ter­razza della "città bianca", si illumina di luce propria: c’è, infatti, la voce – del ri­chiamo nativo rivolto agli eletti dello stesso sangue che Peschici, assediata e deliziata dal mare, manda al suo figlio adottivo mi­gliore. Ed è come se invo­casse ancora un aiuto, un soccorso morale, il timido affetto che è nel ricordo.

Così la cerimonia diviene un messaggio, una sorta di colloquio con Sindaci, De­putati regionali e naziona­li, Parlamentari europei che si ritrovano a una "fe­sta", nella calura dei primi giorni di luglio. Ed è facile immaginare i discorsi che si intrecceranno, nel vento leggero che soffia dal mare, correlati alle infinite necessità di questo meraviglioso lembo di terra: l’aeroporto, la strada a scorrimento ve­loce, le infrastrutture (un brutto neologismo che sa di cemento e di ghisa…), per evitare che i problemi restino, che le promesse aumentino, che comincino a mortificarsi persino le speranza.

La "festa" di stasera dovrebbe servire a rimuovere ostacoli secolari, a sanare vecchie piaghe, sospingen­do i nomi della politica, dell’economia, dell’indu­stria, dell’Università, del­l’arte, del giornalismo a fa­re qualcosa di concreto per Peschici e per il Gargano, in nome della solidarietà e della concordia regionale, per quei vincoli affettivi in­dissolubili che agli uomini (anche a quelli di oggi) non è lecito dimenticare o scio­gliere: l’amore del paese, la tenerezza delle memorie.

Ecco, nel suo significato più intimo, il valore della cerimonia, che è un po’ la speranza che Peschici torni "a riveder le stelle". Ora, vedo quasi il sorriso ‘Compia­ciuto di Protano, all’an­nuncio della pace raggiunta nella sua terra, in una se­ra di festa.

E’ stato, a metà degli anni ’60, senza ombra di dubbio, con Michele Protano, gine­cologo di prim’ordine, so­cialista ("rara avis" in un Gargano per metà democristiano e per metà comu­nista), dominatore per cir­ca mezzo secolo della poli­tica garganica, che Peschi­ci, fino al dopoguerra miti­camente isolata nel Pro­montorio, d’un tratto "si mise alla testa del litorale garganico, si espanse, si guardò intorno, esplose, ma senza perdere – nono­stante alcuni abusi edilizi­ il suo fascino naturale, sen­za lacerare le proprie tradi­zioni: silenzio tra gli ulivi, fughe di scale, ricordi mo­reschi nelle case a dado, vi­coli scoscesi come "bocche di lupo", tetti e reti a onda come il mare, calette, spiagge d’oro fino, il Ca­stello con la sua "pedana di Icaro", la torre di via Le Ri­pe.

Il Recinto Baronale con l’iscrizione sul portale sul portale datata 1735, l’Ab­bazia di Kalena (di cui si stenta a supporre l’origina­rio splendore per il colpevole degrado), e poi Proci­nisco, S. Nicola, Cala Lunga, Manacore, Manaccora, con il grottone legato a in­teressanti reperti dell’età del bronzo, Sfinale … Per Protano, le nove Muse contavano poco.

Per lui, contava soltanto la decima, la politica, che riassumeva ed esaltava: l’Amministra­zione, infatti, primeggiò, in ogni occasione sulla politi­ca astratta, e il provvedere alle necessità concrete sui progetti vaporosi e vaghi (nascono di qui la strada li­toranea Peschici-Vieste, il lungomare "Enrico Mattei" e l’ "Omnisport" a Vieste, la prosecuzione della strada a scorrimento veloce del Gargano, una serie innu­merevole di interventi de­cisivi nel settore dell’edili­zia scolastica e della viabi­lità provinciale, ridotta, al­lora, a "carrera" messicana. Anche a quel tempo, però, non era tutto un idillio.

L’eterna legge della politica è quella della ricerca del meno peggio, e a questo as­sunto Protano cercò di adattare le sue decisioni. Con i suoi "delfini" non ci fu sempre "feeling": di Mimi Mazzone, intelligente, nar­cisista, "poseur", Protano si fidava poco, e di Matteo D’Ambrosio tutti erano convinti che facesse il Sin­daco"ad nutum", a un cen­no, per specie di contratto revocabile. Matteo, invece, godeva di ampi spazi di autonomia, e con il "tutor" aveva stabilito un rapporto di "concordia discorde" o meglio di "discordia con­corde".

Solo Lorenzo Palaz­zo a Protano rimase sempre fedele, con una devozione inalterabile, e gli diede po­chissime noie. La D.C., che gli si contrap­poneva, in tanti anni non registrò affermazioni signi­fìcative, attestata, com’era, su posizioni rancorose e di rigida conservazione, e soprattutto incapace di proporre un credibile modello di sviluppo alternativo.

Un flop clamoroso fu, per sconfiggere Protano, la candidatura del "partigia­no" Mario Di Lella (le cui fortune si favoleggiava pro­venissero dalla scoperta del “tesoro di Dongo"), so­stenuto anche dalla destra. Di Lella fu sonoramente sconfitto, e se ne persero le tracce i peschiciani aveva­no capito che per lui la poli­tica era soltanto una gara per la conquista del potere, e che gli ideali e i principi erano mascherature. L’uni­ca volta che l’operazione riuscì fu con Michele Sarro, il "giudice sindaco".

La sua vicenda amministrativa, però, non fu di lunga dura­ta; "Don Michele" ammini­strò con i codici sul tavolo, che, secondo le migliori tradizioni, applicò rigoro­samente (per gli altri). Co­munque, pare impietoso che molti lo ricordino so­prattutto per le ardite "ri­strutturazioni" nella Sua villa a Cala Lunga e per le omeriche liti da "pollaio condominiale" con il di­rimpettaio Giorgio Toni, "barone" della Facoltà di Medicina bolognese.

La plateale, quasi tattile, rappresentazione della consistenza dei contrappo­sti schieramenti, "natural­mente" separati, si aveva la domenica, alla Messa delle 11, alla Cattedrale o alla Chiesa di S. Antonio, dove convenivano tutti coloro che nel paese avevano una qualche posizione sociale, un nome o semplicemente un vestito nuovo da mo­strare. Il sole, infatti, en­trando dai finestroni, pro­duceva un gioco di colori in cui le vesti festive delle donne risaltavano e splen­devano. La "funzione", così, era insieme Messa e festa cittadina, Chiesa e salotto.

Peschici, ormai, era consi­derata la Monte Carlo del Sud. Il salotto della villa di Protano (allora, in strenua e non sempre leale competi­zione con l’altro grande del socialismo garganico, il ro­diano Teodoro Moretti), con vista ‘imperdibile sul golfo era crocevia del fior fiore del socialismo puglie­se (e non solo): da inno For­mica a Tommaso Pesce, da Peppino Di Vagno a Tìtino e Claudio Lenoci, da Ciccio Coluccia Mimì Romano e Franco Borgia, da Antonio Cariglia a Mario Tanassi, a Walter De Ninno (“Walterino", dalle colonne della bat­tagliera "Gazzetta di Foggia", metteva allegramente allo spiedo i ras e i prelati dello scudocrociato).

Era di casa anche Aldo Ravelli, il "mago" di Piazza Affari che, nel bene e nel male, riflette­va l’ euforia e la depressione della Borsa di Milano. Ra­velli aveva fatto, incorag­giato da Protano, consi­stenti investimenti immo­biliari a Manacore, e già l’architetto e urbanista udi­nese Marcello D’Olivo ave­va dato vita all’Hotel Gu­smay, opera ispirata a Wright, Aalto e Le Corbu­sier, in sintonia perfetta con le indicazioni dello strumento urbanistico redatto dall’architetto Rena­to Bazzoni, vice-presiden­ce di "Italia Nostra", la gloriosa (allora) Associazione ambientalista fondata da Umberto Zanotti Bianco.

Capitava talvolta di sor­prendere a un tavolo del "Barocco" la figlia Nina con il marito Achille Occhetto, prima che questi indirizzasse il Partito Comunista verso un’Ideologia di tipo occidentale e prima soprat­tutto che il click del fotogra­fo immortalasse a Capalbio il bacio del "pie’ veloce" al­la nuova compagna Aure­liana Alberici.

E poi il meglio del giornali­smo e dell’ arte italiani… Ar­rivavano a casa Protano, grazie all’intercessione di Libero Montesi, già diretto­re del Telegrafo di Livorno e poi redattore capo dell’Eu­ropeo, che viveva nella pa­ce di Procinisco, Lamberto Sechi, direttore di Panora­ma in compagnia di Gaeta­no Tumiati e della moglie Emilia Granzotto, le firme più autorevoli del giornale, Livio Zanetti, direttore del­l’Espresso formato lenzuo­lo, bolzanino come Monte­si, in compagnia di Camilla e Antonio Cederna, Mauri­zio Chierici, allora inviato speciale del Giorno, e Francesco Rosso, prima firma della Stampa di Torino.

Rosso ebbe con la cittadina garganica un lungo, affet­tuoso rapporto e fu l’aedo illustre e puntuale delle bellezze di Peschici, di cui evidenziò anche i ritardi e le contraddizioni in un "re­portage" ancora attuale dal titolo "Gargano Magico".

Al Castello, in quegli anni, Romano Conversano si muoveva in un suo mondo personalissimo, e le sue te­le, con le odalische formose e le stradine tra muti di ca­se dalle volte a cupola pieni di sole, di una potenza di evocazione visiva che fan­no quasi sentire le cicale, la polvere, il caldo.

Nel 1957, scelse di Vivere a Peschici, nel suo villino a Valle Clavia, Alfredo Borto­luzzi: trovò lì, lontano dal frastuono, una fonte ine­sauribile di ispirazione e un approdo decisivo per l’ela­borazione del suo linguag­gio pittorico.

Mentre Man­lio Guberti, dalla Torre di Monte Pucci, il suo eremo­laboratorio ammirava le stelle e non guardava mai la televisione, dimostrando che i poeti e i pittori (quelli veri) esistevano ancora. Avevano casa nel centro an­tico Francesco Coppola, si­ciliano di nascita, emiliano di adozione, architetto, "designer", creatore di una "hot house", una sorta di serra creativa in cui incon­trarsi e confrontarsi, e Ma­rio Bellini, milanese, "ar­chistar", allestitore di gran­di mostre internazionali, più volte "Compasso d’oro", direttore di "Do­mus", la famosa rivista di architettura, "design" e ar­te.

Arrivava anche con la sua rombante motocicletta da Calenella, dopo aver dise­gnato le "pantere di campa­gna", l’ "impaziente" An­drea Pazienza, il fumettista che tradusse in disegni la genialità di Fellini e che sarebbe: passato alla Storia per la creatività dei suoi manifesti.

Al "Corso", che si animava dopo le 10 di sera, nello scrigno che separa il Baroc­co, la pizzeria-ristorante da "Peppino" dal "Marimà", mescolati ai peschiciani, ma senza dare troppo nel­l’occhio, ci si "strusciava" facilmente con nomi famo­si dello spettacolo, della fi­nanza, della politica e della cultura: Aldo Fabrizi, Lucio Dalla, le sorelle Catherine e Agnés Spaak; nipoti del grande europeista, in com­pagnia di Johnny Dorelli e del produttore cinemato­grafico Giorgio Patara, Ma­ria Teresa Balbo dell’Md, con il padre senatore libe­rale, l’editore della sinistra­ extraparlamentare Gabrie­le Mazzetta, Giorgio Fanto­ni, il "patron" di Electa e Skira, e il medico della na­zionale – di calcio Giorgio Vecchiet.

Poi fu la volta di Enrico Dal­fino, il cultore sommo del Diritto Amministrativo nell’Università barese che, sollecitato da Protano, fece conoscere Peschici a chi "meritava di conoscerla", come era solito ripetere. Al seguito di Dalfino arrivo il "gotha" degli imprenditori, dei professionisti e degli in­tellettuali più importanti e influenti di Puglia (e non solo) che aveva trovato a Peschici la sua sponda: Pa­squale Donvito, direttore generale di Finpuglia, Fe­derico Pirro, il tonitruante  redattore capo del Tg regio­nale, gli architetti Dario Morelli e Paolo Pastore, l’ingegnere Angela Cirrottola, coordinatrice del settore urbanistico regionale, l’economista Pasquale Ra­faschieri e gli ingegneri Vi­to Armenise e Lorenzo Ra­nieri, giovani imprenditori che presto avviarono a Bari l’entusiasmante esperien­za di "Villa Romanazzi".

E ancora gli amministrativisti Alberto Bagnoli, Feli­ce Lorusso, Vincenzo Resta, Marida Dentamaro Fulvio Mastroviti, gli allievi prediletti di Dalfino, che portarono nelle Università e nelle aule della Giustizia Amministrativa uno ‘stile fatto’ di signorilità, di eleganza e di profonda cultura. Al seguito di Dalfino, erano pressoché fisse le partecipazioni di Enzo Binetti, il magistrato passato alla politica, dei magistrati amministrativi Guido Mea­le e Corrado Allegretta, de professore di Diritto Urbanistico Sandro Amorosino dell’ordinario di Diritto Commerciale Luca Buttaro e del famoso civilista della Capitale Carlo Maria Barone.

Insieme con il costruttore foggiano Salvator Spezzati, al quale si accompagnavano, di volta in volta, i giudici Michele Ra­mundo e Mario Apperti, il notaio Dino Giuliani, il commercialista Vittori Postiglione, l’onorevole Franco Cafarelli.

Fu quella la "belle époque" di Peschici. E ora che ne è del PSI di De Lauro Matera, di Romano, di Imbimbo, di Bios De Majo, di Ninì Ciuffreda, di Titino Donnanno di Ciavarella, di Paoluccj di Moretti e, appunto, di Protano? Nessun pompaggio, nessun incensamento dei giornali, i leccapiedi tutti scomparsi, solo in ordine assai sparso, rarissimi cortigiani: sogni nutriti abbandoni, di rimpianti, "cose che potevano essere non sono state".

Sogni goz­zaniani. Ma anche presagi grevi, speranze sfiorite. Nella Direzione Nazionale entrano ormai tutti, pro­prio tutti. Anche gli assenti, anche chi veleggia o è già approdato ad altri lidi. Che tristezza!

Un Partito, dunque, inesi­stente, un Partito in svendi­ta ai saldi. Che farebbe oggi Protano? Continuerebbe a difendere il PSI, il suo pre­stigio, la sua autonomia? E con quale animo assiste­rebbe alla malinconica "ba­tracomiomachia" tra Di Gioia (Lello) e Lonigro? Dove sarebbe terminato il suo percorso di uomo di fe­de?

E avrebbe continuato a fare politica “fuori”, anziché rimanere paralizzato “dentro”? Domande oziose, evasive destinate a scivolare via come l’acqua sulla pietra.

Ma, torniamo a Peschici… Che ne e di quella Peschici?

Tutte le volte che vi faccia­mo ritorno, alcune muta­zioni ci avvelenano l’esi­stenza. Certo è difficile ri­costruire, anche solo nel racconto, la vita di quegli anni, di cui abbiamo potu­to vedere gli ultimi guizzi, ed è già uno sforzo notevo­le ritrovare nel nostro spiri­to quei modi, quei costumi, quelle figure, quel mondo.

Dove non è possibile rin­correre il corso di quegli an­ni è nella fascia che avvolge i fatti, è la loro atmosfera, il loro clima, la loro "vibra­zione", la loro "garganicità". Siamo noi di quel tempo gli ultimi che ne parliamo a memoria. E paragonando le nostre dirette impressioni, vediamo che qualcosa di essenziale manca a chi si avvale delle cronache, dei diari, degli epistolari, delle “carte”.

Manca qualcosa nelle testimonianze, qualcosa che sarebbe vano cercare perché, purtroppo, è svanita, si è volatilizza­ta: erano la pas­sione, la dedizio­ne "cieca", la convinzione "totale" nel­la crescita del Promontorio; e non il prodotto di mero raziocinio, di cal­colo, di "studio" a fare da "stella polare".

Forse, però, sotto pelle, sot­to le apparenze, l’organi­smo dei peschiciani (e dei garganici) è cambiato assai meno che si creda: forse, l’anima semplice, sorgiva, l’indole è ancora quella.

Comunque, il nostro Gargano, uno dei più affascinanti paesi del mondo non può – anche grazie a Prota­no – più dirsi un’isola, non può considerarsi terra ver­gine. Bando, dunque, alle nostalgie infettive, e mettiamoci dalla parte dei protestatari contro le inadempienze re­gionali e statali. Sicuro, il Gargano non è più terra vergine, ma, nonostante la rinnovata "ferrovietta" e la fiumana di automobili che, a luglio e agosto, a passo di cerimonia, sfilano per le nostre rotabili, le novità utili sono poche: le nozze con il continente non sono state ancora degnamente celebrate.

"Provando e riprovando" Cè il classico "provare e riprovare" del filosofo), il re­sponso sarà benigno.

E’ l’augurio che alimenta le nostre speranze.

Ed è, in fondo, poi qui che "si parrà la .. , nobilitare" di Franco Tavaglione e di Antonio Po­tenza.

Peppino Maratea
l’Attacco

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