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Cultura/ TERZA ONDATA: 20 ANNI DOPO

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I riflettori sull’ultima antologia italiana ‘per’ l’avanguardia, la necessità, cioè, di un’altra cultura. Curata da Gaetano delli Santi (scrittore, saggista, artista visivo).  E non c’era ancora Berlusconi, la parola spread non era stata tradotta, premier in una notte non si diventava. Figuriamoci oggi?

 

 Ci voleva il libro di uno dei suoi maggiori esponenti (Gaetano delli Santi) e la ristampa di
un’antologia tra le più coraggiose degli ultimi decenni (Terza Ondata. Il nuovo movimento
dello scrittura in Italia del ’93) – e, dunque, un editore di Milano (AB Editore, recente, ma di
buone prospettive) – per riaccendere i riflettori su un tema (l’avanguardia letteraria) spesso
liquidato a parole come ormai impossibile e, nei fatti – anche da parte di chi se ne fosse
abbondantemente nutrito e in quasi ognuna delle azioni che ne sono seguite -, per
comprendere che non era quella la strada, non le assomigliava nel metodo e non aveva
niente a che fare con lei, spesso anche se si fosse andati al fondo dei testi dei poeti che
seguirono. Sì, perché un’avanguardia che vuol esser tale, ha poco di questa celebrazione
continua dei padri nobili, dove a un tempo si azzera, o quasi, senso critico e storia. In questi
termini non esiste, non si parla di avanguardia, non si nomina nemmeno.
Al di là delle questioni appena dette – tante e pressoché imprendibili nello spazio di un
articolo – nel corso di un incontro di presentazione, appunto, di Il tramonto s’inferifoca
(inferìfoca) di Gaetano delli Santi (scrittore, saggista, artista visivo), presso la sede della
CGIL Sindacato Lavoratori della Comunicazione, lo scorso 28 maggio, si è tornati a parlare
di avanguardia e di quel testo, Terza Ondata, curato da Filippo Bettini e Roberto Di Marco,
che alla sua prima edizione del ’93, sembrò allo stesso tempo pretenzioso e stimolante,
immotivato e fertile. Un impianto teorico molto forte e, come si dice in questi casi, molto
coraggioso nell’individuare e indicare linee di tendenza, già evidenti o appena suggerite,
negli autori antologizzati, ma che sembrava essere montato su un problema essenziale: i
circa venti scrittori, non tutti mostravano qualità e tenuta sufficiente per entrare nel novero
di una terza stagione d’avanguardia del Novecento; che, di fatto, quindi, non esisteva.
Discorso comune al tempo e discorso oggi riproposto anche da chi ha fatto della ricerca e
della sperimentazione la propria ‘carriera’ letteraria. "Il limite, l’errore di quest’antologia è
che si tratta di un insieme di desiderata, uno ‘spero possa nascere un’avanguardia con
queste caratteristiche’. Non un movimento effettivo, ma un panorama possibile,
auspicato". E’ l’idea di Franco Falasca. Idea che, ovviamente, non trova consenso pieno
negli altri protagonisti dell’incontro. Secondo delli Santi "quel periodo fu estremamente
vivace e utile; proprio grazie all’antologia fu possibile conoscere altri autori di assoluto
valore che altrimenti, così dispersi in ogni zona d’Italia come eravamo, non avrei mai
raggiunto. Vero è che sarebbe dovuta seguire un’azione ancora più forte dopo questa
ricognizione, e cioè un manifesto e una definizione più solida del movimento".
Son vicende di vent’anni fa, giusto, ma per nulla spente se Francesco Muzzioli intravede in
questa ristampa "una provocazione, un sottolineare che da lì in poi non è stato concepito
più nulla in questi termini". Senza contare che si potrà anche contestarne la tenuta, il quasi
immediato inabissamento e la scarsa fortuna mediatica, "ma ha comunque portato alla
luce un buon numero di scrittori". Come a dire che vinte le resistenze della sotterraneità,
non era invano questa ricerca e che gli anni Ottanta e poi Novanta han visto muoversi
qualcosa di concreto e valido nei termini di scrittura sperimentale.
Marcello Carlino è anche più netto quando afferma che "occorre ribaltare completamente
la questione ‘pochi autori che rendono una cartuccia sparata a salve tutto l’impianto
teorico dell’antologia’. E’ proprio questa, invece, la strada in un’epoca dove la teoria è
assente: un indirizzo forte, un mettere a sistema gli elementi dati, è operazione quantomai
necessaria. Altrimenti si rischia di fare come si fa attualmente con le antologie". Già, dove la
ricerca di una presunta qualità finisce per creare un elenco indifferenziato di nomi.
A quale/i antologia/e facesse riferimento non è concetto espresso; da interprete credo di
capirne pienamente il senso tuttavia.
Sì, perché già all’epoca, ma anche oggi alla prova del tempo, è indubbio riconoscere a
concetti come funzione dialetto, allegoria dei modelli, scrittura come noesi – alcune delle
linee di tendenza individuate nella scrittura di quegli anni e struttura portante di Terza
Ondata – una fertilità e una forza che nulla a che vedere con il rimasticamento delle teorie
delle avanguardie precedenti (inizio XX secolo e neoavanguardia degli anni ’60). Sia per
distanza (l’elemento dialettale, ad esempio, è cosa pressoché sconosciuta al Gruppo 63), sia
per ‘torsione’ (dialetto non come lingua primigenia e naturale, dunque, in definitiva,
difensiva e conservativa; ma come riattivazione in chiave critica del rimosso e dell’escluso,
e come forza generativa lessicale).
Questioni, anche queste, che forse andranno rimisurate in virtù di una mutata storia e di
mutati e nuovi protagonisti, ma la legge che sottende tale operazione, è innegabile che sia
il ‘nodo’ : e cioè, come affrontare questo slaccio culturale del sociologismo, del ‘funziona
così’, dei più o meno nascosti narcisismi che altro non fanno che mettere ‘a teatro’ lo stesso
tempo, nei metodi e nelle azioni, che si dice di criticare? Il pericolo di un capitalismo
culturale – per usare un concetto accennato in queste pagine nei numeri scorsi – è proprio
questo. Il nemico non è tanto la poesia lirica (barba già tonsa), ma il millantato credito di
scrittura sperimentale, spesso inconsapevole. Spesso inconsapevole?
Intanto, se non è sperimentale non è scrittura. Intanto questo. Poi, vedremo come, cosa e
chi.
Quindi, un’iscrizione che tuona come primo comandamento: "L’avanguardia oggi non è possibile. Per questo bisogna farla" (Francesco Muzzioli).

Franco Basilea

9 NOVAE | n. 008 | giugno 2015
SUPPLEMENTO CULTURA di Criticaliberalepuntoit – n. 025

 

 

 

 

 

 

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