The news is by your side.

Scritti e cinema sul Risorgimento. Ferruccio Castronuovo e il brigantaggio che tanto inquieta nel film di Anton Giulio Majano

83

La “Storia della letteratura italiana” di Francesco De Sanctis è stata scritta per i licei, non per essere un riferimento per gli studiosi. Secondo Marco Grimaldi, ricercatore di Filologia della letteratura italiana alla “Sapienza”, la contraddizione tra il ministro della pubblica istruzione e lo studioso risulta nitida, tenuto conto che la “Storia” era stata pubblicata dopo i programmi Coppino del 1867, quando l’insegnamento della storia letteraria era diventata disciplina autonoma. Per un intellettuale del calibro di De Sanctis non era agevole sottrarsi alle ragioni economiche che la questione comportava. L’opera di De Sanctis si apprestava a divenire il prodotto stesso della “Scuola del Risorgimento”. Oggi, «chi scrive e insegna la storia della letteratura crede sempre meno nel “mito” dell’Unità d’Italia e del Risorgimento», tanto che è diventato probabilmente impraticabile, come aggiunge Grimaldi, «credere nelle storie particolari, nella storia della letteratura e nella storia della lingua».

Fino al momento della proclamazione dell’Italia unita, poeti, scrittori e letterati erano accomunati nel sentimento condiviso di un Italia unificata politicamente dalle Alpi alla Sicilia.
È Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’Università per Stranieri di Perugia ad esprimere questa tensione culturale che passa dal Foscolo al Leopardi, dal Manzoni al Giusti, dal Carducci al giovane Verga. Paradossalmente, invece, con il risultato acquisito dell’Unità, «la letteratura, unita nell’Italia divisa» si divide. Una “secessione” letteraria anche frutto dell’amara delusione di democratici, repubblicani e autonomisti, falliti gli ideali della «rivoluzione» promessa e non mantenuta.
Capecchi scrive anche della delusione più contenuta che percorre la letteratura settentrionale e che si manifesta chiaramente «attraverso un ritiro silenzioso e triste alla vita privata da parte di intellettuali che avevano lottato per l’unificazione nazionale… ».

È questo il contesto che vede emergere la narrazione di Edmondo De Amicis, che con il romanzo “Cuore” del 1886 mette in luce un presente farcito di buoni sentimenti quali patria, famiglia, doveri. Un’opera dal successo straordinario, possentemente divulgata attraverso i moderni programmi della pubblica istruzione. Quella che abilmente De Amicis diffonde nel sentire comune è una percezione alterata di un Risorgimento edulcorato e romantico, risultato di un ampio movimento popolare inesistente.
Mentre nel campo della poesia saranno i componimenti lirici del marchigiano Luigi Mercantini ad essere apprezzati e diffusi negli ambienti liberali e governativi della seconda parte dell’Ottocento. Infatti, con “La spigolatrice di Sapri” e “L’ Inno di Garibaldi”, Mercantini diventerà uno dei più apprezzati poeti, nonostante le modeste qualità.
Non minor successo avrà l’opera memorialistica scritta da Giuseppe Cesare Abba: “Da Quarto al Volturno: noterelle di uno dei Mille” del 1891, quando al trasformismo politico in atto serviva propagandare un’impresa dei Mille epica e leggendaria, priva di quegli elementi distintivi che avevano caratterizzato la feroce contrapposizione tra i cosiddetti «padri della Patria», perché come scrive Roberto Bigazzi, docente di Letteratura italiana presso l’Università di Siena, occorreva costruire il mito fondante della nazione, annullando le differenze e le asperità. In questo senso l’autore ligure ha influenzato e deviato sicuramente l’educazione delle nuove generazioni.

Nel Sud, che subisce drammaticamente il peso di politiche fiscali e doganali, la “secessione” letteraria sarà poderosa ed irreversibile, passando da Giovanni Verga, con “I Malavoglia” del 1881 e “Libertà” del 1882, a Matilde Serao con “Il ventre di Napoli” del 1884, a Federico De Roberto con “I Vicerè” del 1894 fino a Luigi Pirandello con “I vecchi e i giovani” del 1911; dal calabrese Corrado Alvaro con “Gente in Aspromonte” del 1930 all’abruzzese Ignazio Silone con “Fontamara” del 1933 e Carlo Levi con “Cristo si è fermato a Eboli” del 1945; da Leonardo Sciascia con “Il Quarantotto” del 1958 a Tomasi di Lampedusa con “Il gattopardo” del 1958; da Carlo Alianello con “L’eredità della priora” del 1963 e “La conquista del Sud” del 1972 al molisano Francesco Jovine con “Signora Ava” del 1942 e “Le terre del Sacramento” del 1950, fino al lucano Rocco Scotellaro con “Contadini del Sud” del 1954, profonda indagine sociologica sul mondo contadino della Basilicata; da Vincenzo Buccino con “La mala sorte” del 1963, storia di oppressioni, sopraffazioni e violenze nella società arretrata di Rionero in Vulture, ad Anna Banti con “Noi credevamo” del 1967; da Vincenzo Consolo con “Il sorriso dell’ignoto marinaio” del 1976 ad Andrea Camilleri con “Un filo di fumo” del 1980, “Il birraio di Preston” del 1995, “La concessione del telefono” del 1998.
Racconti, novelle e romanzi che, spesso, saranno ripresi e adattati dalla cinematografia italiana o dalla televisione italiana del Secondo dopo guerra.

Qual è stata, invece, la lettura che la cinematografia italiana, sin dal suo esordio, ha dato del nostro processo unitario?
Guido Cincotti, il primo studioso a materializzare analiticamente il rapporto stretto ma controverso tra il cinema italiano e il Risorgimento, manifesta la netta impressione che la nascita stessa della cinematografia avvenga nel segno del Risorgimento. È del tutto evidente agli specialisti che il cinema muto degli inizi del Novecento abbia una inclinazione unicamente celebrativa dell’Italia liberale al potere sin dall’unificazione.
La prova più evidente di questa tendenza quasi pedagogica è il film “La presa di Roma” di Filoteo Alberini, che nel 1905 celebra Crispi e la monarchia sabauda con una rievocazione agiografica che sconfina nel fantastico e nel mitologico. È l’epoca in cui la letteratura risorgimentale si evolve nella sua trascrizione cinematografica come, ad esempio, “Il Dottor Antonio” di Ruffini e “Cuore” di De Amicis.
Su questo periodo, Roberto Balzani, docente di Storia contemporanea dell’Università di Bologna, chiarisce che l’uso propagandistico e celebrativo dell’iconografia risorgimentale ha l’effetto di privare il Risorgimento «di ogni asperità polemica» e di trasformarlo «in oggetto di culto a disposizione di una nuova, bene visibile, “divinità laica”, la patria».
Fulvio Orsitto, senza mezzi termini, considera la seconda fase della cinematografia, quella definita «fascista», un periodo storico in cui «la ricostruzione della storia patria si svolge in modo funzionale agli interessi di un regime che intende essere considerato la logica conclusione del processo risorgimentale». È un risorgimento manipolato strumentalmente al fine di nazionalizzare le masse, dato che non sfugge all’intellettualità fascista come il cinema sia un potente mezzo di comunicazione, piegabile ad uso propagandistico, e che il potere può efficacemente utilizzare per indottrinare e ideologizzare le masse. Emblematica di questa maniera romantica e fantastica di rappresentare il Risorgimento è il film “1860”, diretto da Alessandro Blasetti nel 1934.

La vera svolta della cinematografia italiana sul processo unitario avviene agli inizi degli anni ’50 del secolo scorso, quando ancora reggeva una visione istituzionalizzata e acritica, suggerita dalle tendenze culturali e ideologiche dei governi democristiani al potere nel Secondo dopoguerra.
Nel 1952 il regista Pietro Germi con il film “Il brigante di Tacca del Lupo” esce dalla retorica a sfondo celebrativo e parla apertamente di un processo unitario nato da una conquista militare dai mille interessi e dai pochi ideali, concretizzatosi dopo una lunga e violenta guerra civile combattuta da militari ritenuti stranieri in un territorio ostile.
Possiamo annoverare nello stesso filone il film del regista Anton Giulio Maiano, “L’eredità della priora”, tratto dal romanzo di Carlo Alianello, edito dalla Feltrinelli nel 1963. Un romanzo ambientato in Basilicata che esamina minuziosamente la guerra civile che si sviluppa drammaticamente dopo la proclamazione del Regno d’Italia. Ottiene il Premio Campiello – Targa D’oro e viene sceneggiato dalla televisione italiana nel 1980. È un romanzo storico controcorrente che racconta il processo unitario dal punto di vista dei vinti, ricostruendo con peculiare applicazione il contesto storico e l’ambiente sociale, curando nel dettaglio la descrizione dei luoghi, le espressioni dialettali, indagando a fondo lo spirito, la fede, la morale e gli ideali di un mondo vinto, ma del quale Alianello crede fermamente si debba riscrivere la storia.
Lo sceneggiato televisivo, in sette puntate, con protagonisti gli attori Alida Valli, Carlo Giuffré, Ida Di Benedetto, diretto dal regista Anton Giulio Majano, è mandato in onda nel 1980, è girato nel Vulture ed è impreziosito dalle musiche di Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò che saranno lanciate nel LP “Brigante se more”. Alla sceneggiatura partecipa anche Alianello, oltre al garganico Ferruccio Castronuovo.
Sul regista e sceneggiatore Castronuovo alcuni particolari che vale la pena di ricordare: ha scritto l’adattamento del romanzo di Alianello con Anton Giulio Maiano; la RAI, dopo aver verificato la sua grande esperienza e la grande quantità di documenti in suo possesso, gli ha dato l’incarico di seguire tutta la realizzazione come consulente storico. Infine, l’orgoglio dell’affidamento ad Eugenio Bennato delle musiche dello sceneggiato col risultato che tutti conosciamo.
Castronuovo, che vive nella bellissima Vico del Gargano, ha cominciato a raccogliere documenti sul brigantaggio nel 1972 ed è in possesso di una vasta documentazione (foto, manifesti, giornali dell’epoca, armi, canti legati al brigantaggio) che andrebbe organizzata in una mostra itinerante.
Esperienze, competenze, passioni, che il mondo della cultura meridionale deve recuperare e rendere fruibile, prima che vadano disperse.

Di Carlo Michele Eugenio
(Società di Storia Patria per la Puglia)


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright