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Gaetano (Ninuccio) Bosco, il fondatore e primo allenatore dell’Atletico Vieste: maestro di un’epoca. Ci lasciò dieci anni fa.

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Cosa è rimasto di Gaetano Bosco a quarantenni dalla nascita dell’Atletico Vieste? In apparenza nulla. O forse qualche inumidita foto inchiodata ad una parete nella sede. Vieste è un paese senza memoria! Invece, per noi che lo abbiamo respirato in quel periodo è rimasto sicuramente il siparietto di quando si alzava dalla panchina e con le mani a imbuto urlava verso il centro del campo: «Mamò addà ej passà la palla e non d f rmà». Questa specie d’imprecazione non sfiorava nessuno di noi, finiva in mezza al campo come un aeroplanino di carta. Qualcosa è rimasto, che non può essere solo nostalgia. Anche se è forte la tentazione di dire che è cambiato tutto, non sempre in meglio. E’ cambiato il calcio nel suo interno (allenatori, giocatori) e nel suo contorno. Chi, come me e altri della mia generazione, ha avuto la fortuna di conoscere Ninuccio oltre la superficie, non riesce proprio a immaginarselo mentre risponde oggi alle domande di giornalisti pochi minuti dopo la fine della partita.
Se si parla di quel calcio degli anni ‘60 bisogna ricordare le tante strade non ancora asfaltate a Vieste. Di un “Riccardo Spina” pieno di “vasapid e commomilla”, di una miriade di squadre rionali. Di una Vieste affettuosa e meravigliosa con i suoi primi ospiti “viaggiatori”, non ancora ubriaca di turisti. Ricordare quel nostro calcio e i suoi attori, e Ninuccio era il principale di quegli anni, è un vero e proprio viaggio nella memoria: di Ninuccio resta il ricordo e la voglia di ricordarlo. Mi correggo: è un viaggio nella memoria per chi ha una certa età, ma per chi ha meno di quarant’anni è un viaggio nell’ignoto, o nella fantascienza. Eppure sì, è esistito un calcio che ignorava l’aggressione dello spazio e le ripartenze, in cui noi calciatori di casa andavano a piedi al campo sportivo. Si comunicava tutte le domeniche (prendevamo la comunione in chiesa) ma in campo non porgevamo l’altra guancia. Ninuccio, prima dell’allenatore fu anche un calciatore, buono ma non eccelso. Usava bene i due piedi ma soprattutto la testa. Fermo e concentrato in campo, la sua arma migliore: la determinazione. Oggi diremmo centrale difensivo, si diceva allora libero, ma se la cavava bene anche sull’uomo. Giocò alla fine degli anni cinquanta con l’inseparabile Narduzzo nella mitica “Pantera”. Poi, dopo il militare sempre con Narduzzo si ritrovarono a Milano. A Vieste, quando si ritirò definitivamente, a metà degli anni sessanta, fece parte dell’Associazione Sportiva. Con il fido Narduzzo e i fratelli Vescera (Narduzzo, Antonio,“Meg..nes”, Michele, cui si aggiunse anni dopo il giovanissimo Mario), numerose furono le sfide con le squadre degli “studenti”, più baldanzosi ma meno organizzate. Le partita erano di “fissazione” nelle feste comandate e in palio a seconda del periodo c’erano trecento o cinquecento lire a cranio. Era la scommessa domenicale. Curioso era che anche le squadre degli studenti avevano come fulcro una nidiata di fratelli: I Diter, Diter, Diter, contro i Notar, Notar, Notar, Notar. I fratelli Di Terlizzi: Natale, Francò, Cocò (Nicola), contro i fratelli Notarangelo: Giulio, Enzo, Mario, Peppino. Vere e proprie disfide dove era d’obbligo la rissa verbale, che non andava oltre il vaffa.. e si chiudeva sempre (anche perché la domenica successiva bisognava replicare) con la classica bevuta di birra. Ninuccio era tifoso del Milan e non poteva non subire l’influenza di Nereo Rocco, il grande allenatore di quel Milan che portò alla vittoria della prima Coppa Campioni. Riportando tutto ai numerini di oggi, Ninuccio sarebbe riconducibile a un 1-3- 3-3, dove l’1 è il libero dietro alla difesa. Libero che peraltro schieravano tutte le squadre. Non era un catanacciaro e amava i giocatori dai piedi buoni e soprattutto se c’era da lanciare un giovane non ci pensava su due volte. Catenacciaro per lui era un insulto. “Non basta distruggere:dobbiamo saper costruire”. Amava ripeterci. E’ vero che costruiva la squadra sulla difesa con gente robusta, un pò cinica, dotata anche di calcio lungo. Mentre, ad occupare tutto il fronte d’attacco impiegava due ali e un centravanti più un trequartista. Rocchiano, insomma, proprio come giocava il Milan di quei tempi. Ma non transigeva: “Una squadra è come la chimica: un’insieme di tante potenzialità. Tutti devono trasmettere questo messaggio al compagno in difficoltà”. Questo uno dei suoi motti. Ripetendoci spesso “Il calcio è bello se viene giocato pensando. E’ un prodotto a bassissima quantità industriale perché non dà certezze di rendimento. Nell’industria le macchine fanno sempre quello per cui sono state comprate. I calciatori no”. E ancora: “il calcio è una combinazione di organizzazione collettiva e di esaltazione della capacità individuale”. Secondo me c’è più catenaccio oggi in un 4-5-1 e in un 4-4-2 con due terzini all’ala che in quella squadra di Ninuccio. Solo che allora ci difendevamo più bassi (scusate il neologismo). Per i meno anziani, va sottolineato che si parla di un tempo in cui esistevano le ali. Il possesso palla non lo calcolava nessuno, di un tiro molto forte si diceva “che cannonata!” mentre oggi si sa che il pallone viaggia a 152 orari, non esistevano le discoteche (al massimo la Rotonda alla Gattarella o della Marina Piccola (ma solo d’estate), e poi i bar dove di giocava alla “legge”). La centralità dell’uomo o meglio l’uomo che è più importante del calciatore era al centro della sua filosofia. Metteva alla frusta i giovani una volta lanciati (ma prima voleva sapere i voti della pagella scolastica), che tragedia nella settimana del compito in matematica. Sapeva ch’era il mio tallone di Achille. A modo suo si appartava con Franco o Peppiniello (Pastore e Giuseppe De Luca erano veri portenti in matematica) per preparami e all’occorrenza durante il compito in classe di darmi un’occhiata, che poi significava di passarmi la copia. In quel primo Atletico ebbe il coraggio di lanciare dieci giovanissimi. Gli piacevano i piedi buoni anche se erano sostenuti dal cursore-marcatore. Il primo cursore di quell’Atletico fu Lorenzo Contegreco, un bancario che amavamo chiamare “Auffa Auffa”, una locomotiva e non un mediano che non respirava ma sbruffava. Abile nella gestione dello spogliatoio. E’ esistita anche in quel tempo una storia fatta di piccole gelosie reciproche, sotterranee, inconsce o no, ma umane almeno quanto l’affetto, l’invidia o il disaccordo. Sosteneva “che nonostante tutto per gli amici bisogna mettere la mano sul fuoco sapendo che ce la bruceranno”. Al suo funerale, il 27 febbraio del 2008, dopo anni ho incontrato Gaetano D’Arenzo, era un suo ragazzo che lanciò quando allenò il Peschici. Forte stretta di mano. All’uscita della chiesa e mentre la bara ci sfiorava, si guarda la mano destra e fa: «Con questa ho strizzato i ciglioni al mio marcatore al primo corner nella partita di debutto, così voleva Lui…». Erano anni così. Ninuccio era uno di quei tipi che potevano entrare senza bussare, parlava senza giri di parole e quando finiva il suo discorso, affinchè non restassero dubbi, alzava il tono di voce e domandava: “E’ chiaro o non è chiaro?”. Era sempre chiaro. Erano anni in cui davvero buongiorno voleva dire buongiorno. E con Ninuccio non si scherzava. Doveva essere una festa quella partita con il Foggia targato 1972….. della seconda promozione in serie A. Passò come la festa della “punizione”, bastò una parolina di troppo e mezza squadra fu mandata a rimurginare in tribuna. Ci ha lasciato in silenzio. La sua specialità. E non poteva avvenire diversamente. Solo il silenzio è grande come lo fu Ninuccio, il resto è debolezza! E’ vero Ninù il calcio ha rispetto della storia, il pallone no. Ma noi non ti dimenticheremo mai.

Da Campanile sera, all’alba dell’Atletico Vieste
ninì delli Santi

 

 

 

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