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Vieste/ Botta-risposta scritti col sangue. Tregua finita. La guerra tra clan si combatte anche secondo gli “insegnamenti” della faida

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Venti bossoli calibro 7.62 rinvenuti sull’asfalto, esplosi da uno o due mitra Kalashnikov (lo stabiliranno le consulenze balistiche) con 4 colpi che hanno raggiunto a torace, addome e inguine Antonio Fabbiano. Questo hanno repertato i carabinieri della «Sis», sezioni investigazioni scientifiche, in corso Tripoli a Vieste dove nella tarda serata di mercoledì è stato ferito il ventiquattrenne viestano, deceduto qualche ora più tardi nell’ospedale «Casa sollievo della sofferenza» di San Giovanni Rotondo. Vi era stato ricoverato in condizioni disperate, e non certo in grado di poter rispondere alle domande dei carabinieri. Inizialmente si era pensato all’utilizzo di una pistola e un mitra e quindi ad almeno due killer: fonti investigative riferiscono che non sono stati trovati bossoli e/o proiettili di pistola, ma soltanto bossoli di un’arma lunga, uno o due mitra. Ancora da capire se a uccidere sono stati uno o due killer in corso Tripoli, nei pressi dell’abitazione della vittima nella zona del porto: chi ha portato morte e dolore allungando la scia di sangue, ha avvicinato Fabbiano crivellando con una sven¬tagliata.
La zona non è monitorata da telecamere, non ci sarebbero testimoni e non è stato ancora accertato – per quanto filtra dal riserbo investigativo – se Fabbiano stesse rincasando o fosse, appena uscito dalla sua abitazione. I carabinieri oltre ad aver eseguito nelle ore immediatamente successive all’agguato 5 stub su persone del posto poi rilasciate (per sapere se sulle mani e sui vestiti ci siano residui di polvere da sparo indicativi dell’uso di armi da fuoco ci vorranno mesi), hanno ascoltato oltre venti persone tra potenziali testimoni, gente che abita nella zona teatro dell’agguato, familiari e conoscenti della vittima per cercare di ricostruirne i movimenti e capire se temesse per la propria vita: non filtrano indiscrezioni su quanto emerso da questa tornata di interrogatori.
Fabbiano è l’ottavo morto ammazzato in poco più di tre anni a Vieste (cui aggiungere 4 agguati falliti e una lupara bianca), il secondo in 20 giorni (il 6 aprile fu ucciso a colpi di pistola Giambattista Notarangelo nelle campagne di Palude Mezzana alla periferia del paese). Quel che i carabinieri e la Procura cercano di capire è se e quale ipotetico ruolo potesse avere il giovane viestano – già noto alle forze dell’ordine per un arresto del marzo 2012 per una rapina in gioielleria a Milano con conseguente condanna e pena da anni espiata – nella mappa dei clan in guerra nella capitale del turismo. Per quel che pare di capire dal riserbo investigativo, Fabbiano non era mai stato sospettato di essere coinvolto in agguati collegati alla scia di sangue: sarebbe stato visto frequentare Marco Raduano, ossia il trentaquattrenne viestano ritenuto al vertice di uno dei due gruppi in guerra, sfuggito il 21 marzo scorso ad un agguato mentre rincasava da parte di due sicari armati di fucile e mitra.
Proprio l’agguato fallito a Raduano del 21 marzo ha segnato la fine della tregua imposta dalla scorsa estate dai continui rastrellamenti e posti di blocco e le incessanti perquisizioni delle forze dell’ordine, dopo che Vieste è stata individuata come una delle 5 macroaree del Foggiano in cui concentrare gli sforzi investigativi. Al ferimento di Raduano è seguito l’omicidio il 6 aprile di Giambattista Notarangelo, cugino di Angelo Notarangelo, alias «cintaridd», ex capo indiscusso» dell’omonimo clan di cui Raduano sarebbe stato uno dei luogotenenti, assassinato il 26 gennaio del 2015, agguato di mafia che ha innescato la scia di sangue a Vieste. E dopo Giambattista Notarangelo a cadere sotto il fuoco dei killer è stato ora Fabbiano. Questi tre fatti di sangue sono collegati tra loro in una sequenza di botta e risposta di morte? Sin troppo ovvio chiederselo in attesa di risposte investigative-giudiziarie.
Una delle ipotesi – e verrebbe da dire la più temuta, se già la situazione non fosse drammatica di fronte ad una tale scia di sangue impunita e i rischi di immagine per una cittadina che è tra le mete balneari preferite in tutta Italia – è che quella iniziata come una guerra tra clan nata dalla scissione di un gruppo locale un tempo unito, allargatasi ad altri gruppi malavitosi del Gargano, abbia e/o stia assumendo anche i contorni della faida. Dove si spara e si uccide non soltanto per affari, legati anche agli ingenti traffici di droga essendo Vieste diventata punto di sbarco di decine e decine di tonnellate di marijuana importate dall’Albania e destinate ad essere smistate dal Gargano in varie parti d’Italia, ma anche perché l’odio tra gli opposti schieramenti ha tracciato un solco non più colmabile. Per cui ad ogni azione violenta deve corrispondere un’immediata azione violenta e contraria. Dove non si guarda solo al «peso» dell’obiettivo da abbattere – e i candidati all’obitorio sono numerosi in paese e sanno di esserlo per cui si muovo con tante cautele: e se qualcuno di loro spiazzasse tutti pentendosi salvando se stesso e tante altre vite? – quanto alla necessità di replicare colpo su colpo, puntando il mirino anche contro chi è ritenuto vicino o sospettato d’esserlo al nemico. Le faide del Gargano sono «ricche» di morti ammazzati solo per un cognome e per una conoscenza.

gazzettacapitanata


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