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Vieste/ LA CITTA’ VISIBILE: l’odonomastica di Vieste, dall’Era Antica ad Epoca Contemporanea di MATTEO SIENA

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Vico S. Pietro

Allo slargo di Pozzo Dentro si innesta sulla destra via Mafrolla e a sinistra si incrocia con via S. Francesco e il vicolo S. Pietro.

Questo vicolo lungo circa 20 metri presenta pochi numeri civici: un’abitazione al primo piano, alcuni pianterreni, un tempo adibiti a stalle, e una chiesetta vicinis­sima alla Ripa.

La Chiesa non ha avuto molta fortuna nella sua intitolazione: fu dedicato all’inizio a S. Simeone ed era nota come la Chiesa dell’Ospedale, poi fu detta di S. Pasquale Baylon e, infine, dedicata a S. Pietro d’Alcantara.

Essa era inclusa nell’edificio che per diversi secoli ebbe la funzione di hospital. Non si hanno notizie circa la data della sua costruzione, che senz’altro è avvenu­ta nella seconda metà del 1500 o ai primi anni del secolo successivo. Dalle Relationes ad Limina dei vescovi di Vieste si han­no solo notizie frammentarie e sterili. Mons. Ambrogio Palomba (1618- 1641) fu il primo a riferire che nei pressi del monastero di S. Francesco vi era l’ho­spital, in cui si curavano gli ammalati e si dava ospitalità e assistenza ai poveri e ai pellegrini (o viaggiatori) di passaggio. A quel tempo l’hospital non aveva redditi ma assolveva degnamente il compito che si era proposto con i contributi sponta­nei che pervenivano dalla carità cittadini e da benefattori. Può darsi che il fondatore e l’anima coordinatrice sia stato proprio il vescovo Palomba, che governò la Chiesa viestana per ben 22 anni con saggezza e con gran senso di pietà e di amore verso gli ammalati e i diseredati e che vi abbia dato anche il sostegno economico. Non si può comunque escludere che a fondare l‘hospital possa essere stato altro vescovo, come Alfonso Carillo d’Alarcon (1530-1547), Pellegrino della Fava (1547- 1555), Antonio Garguzia (1560-1574) o il conte Mascio Ferracuti (1589 1609), che governarono la Chiesa di Vieste per molti anni. La notizia della povertà dell’hospital fu evidenziata anche da mons. Paolo Ciera (1642-1644) nella sua Relatio ad Limina del 27 dic. 1643, in cui è detto che la Chiesa non possedeva alcun reddito, che mancava inoltre di suppellettili, di un pio custode e che le entrate provenienti da elemosina e da piccole rendite erano molto scarse.

Con il terribile terremoto del 1646 la chiesa subì gravissimi danni e fra le rovine si perdettero i pochi arredi e i paramenti sacri. La generosità del vescovo Raimon­do del Pozzo (1668-1694) diede un nuovo avvio e notevole importanza, la fece restaurare ed ornare anche di pitture, la dotò di tutto il necessario per le funzioni religiose e per l’assistenza ai malati e ai poveri. Nelle sue Relationes chiama la chiesa con il titolo di S. Simeone e S. Giuda ed anche di S. Simeone Seni (il Vecchio).

Negli anni successivi fece anche ricoprire l’hospital con un nuovo tavolato e nuovi embrici e, restaurare due stanze utilizzate dai malati ed ampliò inoltre la chiesa con la costruzione della cappella dedicata a S. Nicola di Bari e a S. Pietro d’Alcantara, sul lato in cui si accedeva al giardino interno.

Mons. del Pozzo (1668-1694), nelle sue Relazioni ne descrive la trascorsa povertà del complesso, i redditi che si ricavavano dai terreni e da un buon nume­ro di vacche, frutto di lasciti da parte di benefattori e la costituzione di una pia Congregazione per l’assistenza umanitaria.

Don Marco Della Malva, nel suo articolo “La Chiesa di S. Simeone”, pubbli­cato su Viesteoggi (an. III, n.8, sett. 1990, p.6-7) sostiene invece che ad ufficializ­zare la congregazione dei sacerdoti votati all’assistenza dei moribondi fu il vesco­vo Andrea Tontoli (1695-1696) e che a partire dal 1715 aprì la partecipazione ai laici con il compito di assistere i poveri e gli ammalati.

Dalle Relazioni di mons. Niccolò Cimaglia (1748-1764), che dedicò la Chiesa a S. Pietro di Alcantara, contrariamente a quanto detto sopra, sostiene che la Congregazione dei soli sacerdoti fu eretta nel 1713 e che a partire dal 1747 ven­ne gestita solamente dai laici dediti all’assistenza e alla cura dei beni immobili. Questo vescovo consacrò la chiesa e la frequentò con assiduità e vi diffuse venerazione verso S. Pasquale di Baylon, ponendovi una statua nella cappella sinistra. La statua di questo Santo e quella di S. Pietro d’Alcantara, che ancora oggi si ammirano, sono di legno, scolpite con maestria, forse dalla stessa autore che entrambi appartengono a questa seconda metà del ‘700″.

La Chiesa è a croce latina, i cui bracci sono rappresentati dalle due cappelle laterali. Sull’altare centrale, vi è ora inserito il gruppo di arte moderna della Madonna di Pompei, non ben congeniale con la struttura architettonica antica che ha sostituito la magnifica tela di S. Simeone, opera del viestano Giuseppe Tomaiuoli, della seconda metà del sec. XVIII. Questo quadro è stato ultimamente restaurato dal giovane e bravo pittore viestano, Francesco Lorusso, e conservato nell’Episcopio. La Chiesa è piccola e può accogliere una ottantina di persone, ma in essa regna il massimo silenzio e l’arcana atmosfera che invita alla preghiera.

Dopo la morte di don Mario Dell’Erba, ultimo rettore, il Vescovo, mons. D’Addario l’ha destinata come sede alla sezione di Vieste della Società di Storia Patria per la Puglia. Ora è in uno stato deplorevole e merita di essere restaurata.

LA CITTA’ VISIBILE

L’Odonomastica di Vieste, dall’Era Antica ad Epoca Contemporanea

MATTEO SIENA


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