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Quando le Tremiti furono trasformate in un penitenziario

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La storia della criminalità viene molto spesso dimenticata, una delle ragioni principali è la rara documentazione a disposizione, ma qualcosa comunque traspare dalle vecchia carte giudiziarie. Questo è il caso dei detenuti che venivano confinati presso l’arcipelago delle isole Tremiti, che sin dall’Ottocento, dapprima con il governo borbonico e poi, dopo l’Unità nazionale del 1860 con i Savoia, fu destinato ad ospitare una colonia penale e, nel tempo, migliaia di confinati, sia delinquenti veri e propri, che poveri confinati politici, destinati al soggiorno obbligato in quest’arcipelago allora molto poco frequentato e difficilmente raggiungibile. La provenienza geografica di queste persone era molto varia, essi provenivano dalle varie regioni italiane e, per un certo periodo, anche dalla Libia, ove nel periodo coloniale i sospettati di azioni contro il governo venivamo subito allontanati e confinati in località sperdute. La convivenza nell’isola non era certamente facile e tra i coatti non erano rari gli atti di violenza, soprattutto sanguinosi accoltellamenti; infatti, numerose erano le risse fra i confinati, che scoppiavano facilmente anche per futili motivi, oppure erano alimentare dalla voglia di dettar legge sulle altre fazioni criminali, le cronache ci parlano infatti della presenza di camorristi, ma anche di mafiosi. La provenienza geografica connotava del resto le diverse aggregazioni criminali, vi erano mafiosi siciliani e camorristi napoletani ed altri gruppi ed ognuno rispondeva fedeltà al proprio capo. Proprio tra camorristi e mafiosi, nella torrida estate del 1874, nell’isola di San Nicola, la più grande dell’arcipelago, come risulta dai rapporti del direttore della colonia penale di Tremiti e da quelli della locale stazione dei Carabinieri, scoppiò una grande rissa tra una decina di coatti di origine siciliana, dei comuni di Monreale e Monteallegro, capitanati da tali Leonardo Di Dio e Bartolomeo Piscitelli che, dopo aver pranzato lautamente presso l’unica taverna dell’isola, gestita da tale Camillo D’Avino, in quel momento assente, con metodi prettamente mafiosi, riferirono al figlio del proprietario Felice che non erano tenuti a pagare perché il pranzo era da considerarsi un complimento che gli faceva il genitore… per la società. A tale rifiuto nasceva un diverbio con il figlio del D’Avino; questi chiamò in aiuto alcuni camorristi napoletani, cosi definiti nei rapporti dei Carabinieri dell’epoca. Ben presto, dalle parole si passò alle mani e nel crescendo della violenza, furono lanciate anche varie pietre, con cui ri¬masero feriti alcuni dei coatti presenti, i camorristi: Epifanio Lumia e Francesco Costa. Intervenute presto le guardie del colonia penale, insieme ai Carabinieri ed alle guardie Doganali, non fu certamente facile sedare la rissa e solo dopo un po’ di tempo e sotto la minaccia di usare le armi e far fuoco sui mafiosi e camorristi, le forze dell’ordine riuscirono infine a porre fine alla violenta colluttazione e diversi tra i più agitati furono anche ammanettati. Del grave episodio fu informato il prefetto di Foggia e, dallo scambio di corrispondenza tra questi e le altre autorità interessate al fatto criminale, su richiesta dello stesso direttore della colonia penale delle isole Tremiti, preso atto che per questioni di ordine pubblico la convivenza nell’isola tra mafiosi e camor¬risti non era possibile, fu deciso di trasferire i mafiosi siciliani presso altre colonie penali. Carmine De Leo


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