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Rischio desertificazione. Terra arida e povertà nuovi flagelli della Puglia. Bankitalia: il valore aggiunto del settore agricolo si è ridotto del 4%.

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Ci sono due tipi di desertificazione che interessano la Puglia: quella ambientale che negli ultimi tre decenni ha provocato la scomparsa di 50 chilometri di aree agricole lungo la costa per favorire seconde case, strutture turistiche, ville e quella economico-sociale che nella nostra regione (dati Istat 2018) ha un’incidenza del 20 per cento, al di sotto della media del Mezzogiorno, ferma al 22,1 per cento. Aridità e povertà vanno a braccetto: un pugliese su cinque è in difficoltà e la soglia del disagio è salita al 21,6 per cento. Sono due aspetti strettamente collegati tra di loro perché il peso dell’agricoltura sull’intera economia resta significa­tivo. E la Puglia nel 2018 ha fatto registrare un meno 1 per cento sia per il volume della produzione che per il valore aggiunto.

 
LE CIFRE

Un campanello d’allarme da non sottovalutare. Sulla base delle stime di Prometeia nel 2017 – diffuse da Bankitalia – il valore aggiunto del settore agricolo si e ridotto del 4,0 per cento in termini reali. Al calo hanno contribuito quasi tutte le prin­cipali colture. Secondo i dati dell’Istat sono diminuite le produzioni di frumento duro (-29,0 per cento), di pomodori (-10,4 per cento) e di uva (-4,1 per cento), soprattutto di quella da tavola, che rappresenta poco meno di un terzo della produzione totale. La produzione di olive e invece risultata in aumento (30,8 per cento). Prima del flagello xylella.
Un quadro poco rassicurante. Anche per­ché secondo l’ultimo studio della Coldiretti il 57 per cento del nostro territorio è a rischio desertificazione. Le colpe? Il riscaldamento globale su tutto. Ma anche lo sfruttamento intensivo delle superfici agri­cole, le monocolture, l’impiego sconsiderato di fertilizzanti e pesticidi, l’uso irriguo di risorse idriche non sempre calibrato, il disboscamento incontrollato di alcune aree, l’inquinamento. Inoltre il processo di ur­banizzazione degli ultimi 50 anni non ha tenuto conto dell’attitudine dei suoli, sot­traendo quelli fertili all’impiego agricolo e determinando la riduzione delle capacità produttive. Nel 2017 l’Ispra (Istituto su­periore per la protezione e la ricerca am­bientale) ha quantificato in 162mila ettari il consumo del suolo in Puglia. Quattrocento ettari in più, soprattutto nel Salento, ri­spetto all’anno precedente, coperti arti­ficialmente.

 

CONTO SALATO

Angelo Corsetti, di­rettore Coldiretti Puglia ricorda come il conto pagato dall’agricoltura, tra cambia­menti climatici e siccità sia salato: solo nell’estate del 2017 ha superato i 300 milioni di euro. In dieci anni i danni all’agricoltura nazionale hanno raggiunto la cifra di 14 miliardi di euro. Aggiungiamo alle note negative anche l’indice di aridità pugliese, inferiore a 0.65, tipico dei territori desertici. E già dal 15 mag­gio l’Italia ha utilizzato tut­to il budget di risorse na­turali messo a disposizione dalla Terra per quest’anno: per soddisfare i consumi degli italiani, in sintesi, servono le risorse di 4,7 Paesi come l’Ita­lia.

ZONA A RISCHIO

Il Cnr invece punta il dito contro l’area del Mediterraneo, tra le più vulnerabili all’aumento delle tempe­rature. Se la media globale registra un più 1.1 gradi, da noi siamo a un più 2.2. Le Nazioni Unite rincarano la dose. In un report si legge che l’Italia e l’intero Sud Europa sperimenteranno le maggiori per­dite in agricoltura ( meno 25 per cento entro il 2080) dovute alla crescente assenza di piogge regolari, che renderanno l’acqua un bene sempre più raro e prezioso. Le falde acquifere del Sud Italia saranno seriamente ridotte entro al fine del secolo con un aumento del costo di irrigazione che oscil­lerà tra il 20 e il 27 per cento. Terreni, dunque, meno fertili e meno redditizi.

Se in Puglia è utilizzato il 91 per cento dell’intera superficie agricola (50 semina­tivo, 6 pascoli o prati permanenti e 44 coltivazioni permanenti), le aziende agri­cole sono 271mila 754. Venti anni fa erano 352mila.

ECONOMIA IN GINOCCHIO

L’effetto domino interesserà inevitabilmente la zoo¬tecnia (negli ultimi decenni i rischi di mortalità del bestiame da allevamento sono aumentati del 60 per cento) e il turismo, perché i flussi si ridurranno nelle regioni più calde e si sposteranno verso climi più freddi. Come si può intervenire? Modificando innanzitutto alcune pratiche come quelle della deforestazione e dell’uso inefficiente delle risorse idriche. Bisogna dare un nuo¬vo valore all’acqua, non assecondando – come purtroppo accade – la dinamica della domanda, rivedendo la gerarchia dei bi¬sogni: consumare meno e meglio. Negli invasi, dal primo maggio è iniziata la stagione irrigua, la situazione in media è positiva con un dato orientativo di oltre il 60 per cento delle capacità a causa di una limitazione delle capacità di accumulo de¬cisa dal Ministero competente. La sfida si chiama consapevolezza della necessità di ripensare in un’ottica attuale l’utilizzo delle risorse. Una presa d’atto istituzionale, in tempi ragionevolmente brevi per invertire la tendenza.

ACQUA BENE PREZIOSO 

Il deserto dei pugliesi, avanza in fretta. Molte falde sono ormai diventate salmastre, il suolo ha perso nel corso degli anni la capacità di ac¬cumulare acqua che scivola, non riuscendo più a penetrare nella terra. Un esempio della possibilità di cambiamento può ar¬rivare dal Sahara meridionale, forse la zona del mondo più colpita dalla de¬sertificazione, dove negli ulti¬mi anni sono stati recuperati 5 milioni di et¬tari di terra fer¬tile, con prati¬che agricole di rigenerazione naturale. Si parla molto di agricoltura conservativa o agricoltura blu. Sia chiaro, dietro l’angolo non ci sono le dune di sabbia o le oasi con le palme, ma un inaridimento che renderebbe il territorio improduttivo per l’agricoltura e ostile per l’uomo.

Gaetano Campione
gazzettamezzogiorno


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