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Qui Gargano, anno 1905 viaggio nella “terra sperduta”. Lo scrittore Beltramelli racconta solitudini idilliache

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Il Gargano di Antonio Beltramelli è si­curamente un testo importante nell’ode­porica del Novecento, per svariate ra­gioni. Il libro è apparso nel 1909, per i tipi dell’Istituto Italiano d’Arti Grafiche di Ber­gamo, nell’ambito della collana di volumi Italia artistica, diretta da Corrado Ricci. Questa prestigiosa collocazione gli ha assicurato una notevole attenzione da parte dei lettori e degli addetti ai lavori. Il titolo garganico, in particolare, è il ven­tinovesimo della se­rie, precedendo il vo­lume di Francesco Carabellese dedicato a Bari (1909), quello di Romolo Caggese su Foggia e la Capitanata (1910) e i due salentini, intitolati II Tallone d Italia, firmati da Giuseppe Gigli (Lecce e dintorni, 1911; Gallipoli, Otranto e dintorni, 1912). Beltramelli, romagnolo di Forlì, nasce nel 1874, anche se molti testi critici e biografici continuano a riportare la data del 1879. La verità è che si era indebitamente sottratto ben 5 anni, forse per sembrare più giovane in un periodo in cui risuonavano le squillanti parole d’ordine di futuristi, dannunziani e avanguar­disti di vario genere.

Nei primi anni del Novecento Beltramelli è già un giornalista e scrittore conosciuto, anche se il culmine della sua notorietà sarà toccato con l’arrivo al potere di Mussolini, al quale nel 1923 dedicò la prima biografia, L’uomo nuovo. Firmatario del manifesto gentiliano del 1925, entrò nell’Accademia d’Italia, per poi spegnersi prematuramente nel 1930, a causa di un tu­more.

Relegato nel dopoguerra tra le presenze se­condarie del secolo scorso, Beltramelli aveva però un gusto felice per la letteratura di viaggio, e il testo sul Gargano lo attesta. In generale, si può dire che il contatto con la realtà dei luoghi gli permette di esprimere al meglio le sue doti di letterato dal gusto vagamente dannunziano, senza però perdere di vista la concretezza, con un ancoraggio che si rivela proficuo. Corrado Ricci, affidandogli una delle zone meno co­nosciute della nostra nazione, per consolidato giudizio, aveva scelto con acume.

Di qui, dunque, il fascino della sua mo­nografia garganica, con le sue 148 pagine e le sue 156 fotografie, in buona parte scattate dallo stesso autore, che si era recato sul promontorio garganico nell’estate del 1905. Ne aveva ricavato prima un articolo, apparso nell’ottobre successivo sulla rivista mensile illustrata Varietas, intitolato, in modo molto significativo, Terre sperdute.

Beltramelli calca la mano sull’iso­lamento e sulle peculiarità della terra gar­ganica. Nell’isolato Gargano la civiltà moderna non è ancora giunta e sopravvivono ancora moltissime usanze e superstizioni, sulle quali calca la mano, una sorta di anticipazione del più ampio e maturo quadro offerto nella mo­nografia del 1909. Beltramelli nelle prime pagine (il capitolo si intitola Alle falde del Gargano) descrive in modo acceso lo spettacolo del Tavoliere sotto la sferza del sole.

Tutto sa di morte e un giovane abruzzese, giunto in Puglia per mietere il grano, impazzisce per il calore. Un sacerdote del luogo commenta la scena con indifferenza, un inizio memorabile per Beltramelli (ma anche per noi, considerati i tempi in cui viviamo), che viaggia con mezzi di fortuna, a partire da una sco­modissima e lentissima diligenza. Il cammino lo porterà a visitare Monte Sant’Angelo, a descrivere la Foresta Umbra, a raggiungere la città «sperduta», ossia Vieste, dove i visitatori rappresentano un evento e la solitudine si tocca con mano.

La capitale del Gargano è senz’altro Rodi, con i suoi giardini di agrumi e le sue note idilliache e delicate, una sorta di piccolo pa­radiso. Ma sulle rive del lago di Varano ri­troviamo ancora l’inferno d’apertura, rappresentato dal trionfo della malaria, che trasforma l’aspetto delle persone che incontra. Anche questo spettacolo resta ben impresso: «La miseria, la vera miseria di questa gente perseguitata dalla febbre, la trovo più oltre, lungo le rive del lago, dove sono mietuti i grani».

Beltramelli incontra sotto il sole in­fuocato un gruppo di donne, gialle e scheletrite, che si recano ad attingere l’acqua ad una cisterna non lontana. Una di queste ha un viso spaventoso, «un teschio rivestito di pelle, ani­mato da due grandi occhi cinerei infossati nelle occhiaie». Quando una di queste donne lo saluta augurandogli ogni bene, Beltramelli non na­sconde «di avere avuto improvvisamente alla gola un impeto di singhiozzi».

Ma di passi simili II Gargano è ricco. Bel­tramelli non nasconde le amare verità, anche se punta sempre ad equilibrare i proverbiali piatti della bilancia, mostrando anche i numerosi pregi del territorio. Nel complesso, si com­prende la capacità dello scrittore di rapportarsi con il mondo garganico, senza barriere e pre­venzioni. Egli ha affrontato il viaggio in una regione prima sconosciuta, quale appunto il Gargano, con cordialità e curiosità. Lo Sperone arcaico, prima delle trasformazioni successive, trova pertanto in lui uno straordinario in­terprete.

 

Francesco Giuliani


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