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SUL GARGANO nelle corrispondenze del 1902 della scrittrice statunitense Caterina Hooker. Versione dall’inglese del 1958 di Livia Vocino. SECONDA PARTE.

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PESCHICI

Il suo castello si erge sopra una rupe a picco sul mare, sulla finale il paese si arrampica dal basso «largandosi sulla sommità. Vi si accede da due strade (da Vico e da Vieste), tagliate nella roccia del fianco scosceso della collina, lungo le quali corre una linea continua di abituri di povera gente, scavate nella pietra. La cornice dell’uscio è sormontata da uno slanciato comignolo, l’una , l’altro in muratura imbiancata di calce. L’abitazione è dentro la roccia, ma queste grotte, come la stessa gente del luogo le chiama, non sono dimore assolutamente impossibili come a prima vista sembrerebbero. Un precedente viaggiatore ha scritto che, avendo egli chiesto ad un maggiorente di Peschici come mai una abitazione così degradante potesse essere ancora permessa, quello “rispose: «Ma voi non sapete che in città vi sono abitazioni meno comode, meno salubri, e di gran lunga meno pulite?». E dopo averne visitate molte, quel viaggiatore concluse: «Dovetti convenire che in quelle che sembravano tane si erano costruite molto industremente camere spaziose, benfatte, intonacate, imbiancate, e tenute con un senso d’ordine e di pulizia sorprendente». Manca, è vero, il ricambio d’aria, ma è cosa del resto che da molti italiani è ritenuta piuttosto come superflua anziché necessaria. Peschici del resto non è sola, quanto ad abitazioni trogloditiche; anche la Francia e la Spagna possono mostrarne, ed io stessa con dolore debbo confessare che in uno Stato del Sud della mia natia Repubblica ne ho visto, abitate da popolazione bianca, alcune di gran lunga più degradanti. Peschici, dunque, è il posto più orientale ed interessante del Gargano; qui più che altrove, l’influenza saracena ha lasciato le sue tracce nelle belle casette a cupola, che sembrano trapiantate di peso dall’Asia, e spiccano di un bianco candido sul meraviglioso verdazzurro del mare. Alcune di esse, inerpicandosi sul ciglio della collina, stanno ancora a testimoniare il passato storico della costa; le altre son case di tipo normale, con le consuete finestre su strette vie tagliate nella roccia e percorse da somarelli bigi. Tutto il paese è sulla roccia piantato in modo che le strade, le piazze, e le fondamenta di alcuni dei più grandi edifici sono tagliati nella pietra viva. Non molto lontana da Peschici vi era, tempo fa, la ricca e famosa badia di Càlena. Nel secolo XVIII i suoi ultimi avanzi vennero incorporati nei fabbricati di una villa rustica, cosicché di quella non resta più quasi nulla di visibile, ma la tradizione popolare dice che vi sia nascosto un tesoro, già sepolto con la salma di una figlia di Ariodemo Barbarossa, famigerato pirata turco che nel secolo XVI devastava le coste pugliesi; e aggiunge che la badia era collegata con la spiaggia da un passaggio sotterraneo. Tali passaggi non erano rari in quei secoli; questo, in caso di pericolo, avrebbe potuto servire ai monaci da scampo poiché per esso potevano raggiungere il mare e rifugiarsi indi sull’isola di Tremiti, dov’era una badia più fortificata e protetta della loro. Tale passaggio resta chiuso da tempo, ma una volta l’anno aguzzando l’orecchio vi si può udire un orribile suono poiché il cunicolo, sul calar della notte, è attraversato da una cavalcata di demonii con fracasso infernale. L’aver data sepoltura, in questa terra consacrata, alla vergine turca, figlia di un ladro della chiesa, profanatore di un convento, evidentemente avrebbe di conseguenza portato al permesso che un simile mostro Mohamediano, com’era Ariodemo, ritornasse periodicamente, col diritto quindi di dar fastidio una volta l’anno, così come avviene in Inghilterra, dove è consentito una volta l’anno l’accesso ai villici in alcune proprietà private, malgrado il fastidio che esso dà ai rispettivi proprietari. Comunque, io mi dispiacqui di non essere stata capace di procurarmi il gusto di sentire quei rumori, forse perché giunta sul posto fuori tempo. Peschici è in alto, sull’acqua: sotto le sue rupi, come poeticamente ha detto un peschiciano, il mare ha fatto il nido, cioè una grotta, in cui l’onda s’insinua nell’alta marea fino ad una profondità di parecchi pollici. Una sera d’estate, anni fa, una procace visione fu offerta in essa ad un prete che per caso si trovava a passare sulla curva a mezza costa dalla spiaggia: un gruppo di ragazze, recatesi alla riva per bagnarsi, entrarono nude nella grotta, e, dispostesi in cerchio, vi andavano eseguendo una modulata danza con la solennità di un rito pagano. Era il tramonto; e tutti sanno la magia delle luci e del colore in quell’ora. Il silenzio, i riflessi dei loro candidi corpi, lo sciacquio delle onde al ritmo del quale esse sembrava danzassero, la grazia dei loro movimenti, tutto costituiva uno spettacolo d’incalcolabile bellezza. Poi, molto tempo dopo, fu lo stesso prete a narrare, con una certa discrezione, quello che egli, non visto, aveva visto. Forse non c’è villaggio per quanto remoto d’Italia in cui non s’incontra almeno una persona che non sia stata in America, vi abbia guadagnato un pò di dollari, e se li sia portati dietro, a casa sua. A Peschici essi sono orgogliosi della loro fama di viaggiatori, ed anche del loro nuovo linguaggio fondamentalmente sempre pugliese, ma non più genuino, infarcito come di esotismi. Parlare con loro è molto buffo; a volte ho udito da essi una strana soffocata pronunzia quasi tanto inintelligibile quanto lo stesso loro dialetto natio.

Seconda Parte

(continua)

foto dall’edizione inglese

Prima parte – Pubblicato il 19 settembre 2019 –


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