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Vieste/ Dal cetriolo al Pizzomunno – IMU e amor di territorio –

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Finita la lunga stagione, qualcosa sisbraccia in alto mare. Questa voltaé arte né cultura, specchi e svaghi galleggiano benissimo. Ogni tanto Camera Cromatica vuole occuparsi anche dei valori concreti dell’esistenza, impegnarsi nella vita sociale e politica, ma con moderazione e pungente distacco: è facile che la partecipazione si trasformi in disperazione civile, e la passione per la vita pubblica in repulsione politica.

Un articolo apparso sul Faro del 12 aprile 2019, apparentemente irrilevante, ha catturato l’attenzione per intrecciare riflessioni sul decoro umano. Firmato da alcuni commercialisti viestani – quelli più ingenui –, lo scritto parlava di IMU sui terreni e di una sua equa applicazione, frutto indigesto di svariate assemblee con il potere, del passato e del presente. Non bisogna scoraggiarsi: con la definizione agevolata delle liti pendenti, il Comune porge la mano ai contribuenti morosi, affrancandoli dalle sanzioni, dagli interessi, e soprattutto preservandoli dall’umiliazione di una sconfitta in Commissione Tributaria.Tramite un’esperienza reale, ancora in atto, si cercherà di tradurre l’articolo dei commercialisti dal politicamente corretto al linguaggio del vissuto.

«È tutto inutile – dicono i più avveduti e i più realisti – nulla cambia, la “politica” non si occupa delle problematiche esclusive del singolo cittadino, non può risolvere problemi personali a discapito del bene comune: a meno che non si tratti degli interessi di qualche eletto e dintorni». Illazioni, maldicenze. È stato dimostrato che le ragionie le necessità del singolo sono ostili e in conflitto con quelli della collettività, devono sottostare a questa; il valore, le qualità dell’individuo vanno conformate alla moltitudine; nessuna emancipazione personale può e deve intralciare l’asservimento appagante della massa: la massa è pappa, altro che potere, va difesa e fatta lievitare in quanto amorfa, come i suoi rappresentanti. Quali istinti, quali presupposti culturali? Al cospetto di cotanto nulla decretato, le rimostranze del singolo si dissolvono come un miraggio. Ne trarremo vantaggio: non ci sarà nessun rischio a sparare parole, nel vuoto non si colpisce nessuno.

Quello che si leggerà di seguito è la singolare vicenda di un individuo qualsiasi, un esempio tra i tanti d’ingiustizia legalizzata. L’argomento non è tra i più coinvolgenti: riguarda il contadino e l’agricoltura, il comparto produttivo più stremato, più esteso ma economicamente marginale, con l’aggravante della scarsissima incidenza sul benessere collettivo. Per dare realtà a questa larva bucolica, saremo costretti a sottrarre la fatica del contadino alla penna dei poeti e all’ottusità ipocrita della politica.

Un uomo lavora i campi, sperando un giorno di poterli comprare. Con sacrificio esaudisce il desiderio malsano: negli anni ’70 acquista 3 ettari di terra agricola, sudatissima, alle “Mezzane”. Continua a sudare contento, ma negli anni ’80 il comune si munisce di P.R.G (piano regolatore generale) e, con squadretta in mano, traccia linee in libertà su un pezzo di carta, scambiando la mappa per il territorio. Pratica sciagurata ma redditizia: un perimetro rettangolare equivalente a 40 ettari di campagna sarà destinato a “zona artigianale”, annesse volumetrie immaginarie. Il luogo prescelto è proprio località “Palude-Mezzane”: una fortuna. Purtroppo il bifolco è analfabeta, non firma la convenzione, è cocciuto, da ignorante non cede al raglio dell’arricchimento – è un esperto di animali da tiro, lui crede ancora nel lavoro come premio e riscatto. Crepa!

Campagne simili a giardini, salvaguardate da intere generazioni, vengono date in pasto al tritatutto bendato dello sviluppo e della crescita. Il contadino cerca di arginare le scorribande di affaristi di paese, mentre frazionamenti selvaggi sfigurano l’assetto armonioso dei luoghi. Senza diritto di prelazione, la sua è una resistenza penosa: non conosce la forza inesauribile del peggio. Le conseguenze del disagio sono enormi. Allo spuntare della vecchiaia giunge come premio la scure dell’imposta, per una supposta infrastruttura offerta dal bene comune. Politica e dirigenti, o chi per loro, stabiliscono il valore dei terreni. Grazie al P.R.G., dal 2013 il prezzario municipale batte 9.83 euro al metro (quasi 100.000 euro l’ettaro), per un terreno utilizzabile solo per piantare fave e cicorie.

La cifra spropositata non è un atto di gratitudine verso la terra che ci nutre, un segno di riconoscimento per il contadino, che ancora ci sfama e a cui dobbiamo la tutela e la bellezza del paesaggio agreste (se ne facciano una ragione tutti quanti: ambientalisti, economisti, educatori e intellettuali, insieme agli ultimi arrivati neo-paesaggisti). No, in quell’importo insensato, in quel prezzo ingannevole e spaccone si nasconde un’inconfessata forma di iattanza, camuffata da ottemperanza verso le leggi e responsabilità verso il territorio. Le strategie di cassa riescono a partorire un’impensabile quanto mai estrosa“massimizzazione” di profitto erariale.

Per giunta, quella porzione di terra produce da sempre reddito agricolo, e da sempre versa allo Stato contributi agricoli, con una rendita annuale di 600 euro, mentre la manina del comune ne reclama 1.800 d’imposta (sanzioni escluse), per progetti inattuabili in un limbo da spolpare: una tassa alle intenzioni, un tributo per una “zona” della fantasia, per un bene che non esiste. Ah! Scaltra concretezza del niente.

Oberati da ricorsi sacrosanti e senza tempo, i commercialisti hanno sempre invitato i politicanti di turno – questa volta addirittura con un articolo – a riportare i prezzi dei malaugurati terreni al loro valore reale, quello di mercato, come atto dovuto di legalità vera (a quanto pare una richiesta di giustizia costantemente inascoltata).

“Non possiamo privarci di un gettito fiscale di tale portata, non possiamo rischiare la tenuta del bilancio”; “purtroppo questo non è un nostro problema, non possiamo farci niente”; o addirittura “il viestano deve imparare a pagare”: se queste dichiarazioni istituzionali fossero vere, è evidente che stiamo di fronte ad una sfacciataggine de-generazionale, una tara ereditaria prima che politica.

Ma per senso civico, vogliamo credere che quelle affermazioni siano calunnie gratuite di malelingue. E tutto ciò in nome di un bilancio ingordo, sacco perennemente bucato della città più gettonata del turismo pugliese. Cos’è che non quadra, cosa affligge l’economia del paese? Un morbo striscia tra le casse, un verme solitario divora dall’interno il corpo sano della società civile. Come sempre e da copione statale, la diagnosi infallibile individua il virus e la cura: il popolo evasore e le sue tasche illecite – il contadino è l’esponente più pericoloso, l’unico che riesce a nutrirsi con il proprio lavoro.

Sono passati 40anni – periodo otto volte superiore al termine di decadenza quinquennale di un piano esecutivo – e nessuno ha mosso un dito: nel succedersi delle amministrazioni, nessuna maggioranza e nessuna opposizione ha preso in considerazione la faccenda in maniera seria; dopo tutto, perché dovrebbero (ricordo solo lo zelo di qualche sparuto consigliere).

Sarà sempre così? “La zona artigianale non ci sarà mai, non serve a niente”, chiare e omertose voci lo confessano nelle penombre dei corridoi. Inutile prendersi in giro. Allora si paghi l’imposta solo davanti ad un progetto esecutivo pronto alla realizzazione, come vuole la decenza e l’ordine delle cose. L’opzione di un piano di lottizzazione a iniziativa privata resta un raggiro: chi ha mezzi investa sull’allettante occasione; a chi ne è privo il diritto di essere rimosso dal recinto dorato.

A questo punto sarebbe opportuno che tutti i vessati concentrassero le loro forze per un ricorso sostanziale – tantissime le sentenze definitive a favore dei cittadini lesi, e poi rimborsati, dalla pubblica amministrazione – non è facile combattere contro i tentacoli dei cavilli giuridici. Il Comune si assuma le sue responsabilità, dia una risposta costruttiva e risolutiva ai legittimi proprietari, liberandoli dall’impostura delle “aree fabbricabili” e dalla vessazione contributiva; e non induca in tentazione: alla questua, al malcostume del favore personale. In questa storia grottesca sono tutti penalizzati, non solo il contadino ma ogni utente die fottutissimi terreni.

Tutto sommato, anche se ignobile, meglio un’imposta ad oltranza e lucrosa che un fallimento annunciato, sia progettuale che finanziario, per non parlare dello scempio paesaggistico-ambientale. In altri contesti e situazioni, tutto ciò verrebbe chiamato semplicemente “estorsione”.

Ma questa è un’infamia senza infami, una truffa senza truffatori: una vergogna senza volti. Un po’ di buon senso porterebbe a ripensare e a rivedere il mummificato P.R.G., non ci vuole molto, una semplice e onesta variante garantirebbe un minimo di dignità a questa farsa. La scusa dei vincoli imposti dall’alto ha il tempo che trova. Alcuni comuni del territorio nazionale hanno risolto i problemi del loro P.R.G. con autorevolezza e rettitudine, con grande senso morale e umano. C’è ancora della civiltà tra le poltrone.

Restando ai fatti nostrani, i proprietari di quelle terre prescelte e i loro eredi non potranno né edificare né vendere, mai; possono e devono mantenere la propria terra solo per il fisco, in attesa del botto finale delle tasse notarili. L’unica maniera per liberarsi da questa subdola trappola è quella di stipulare un atto di donazione al Comune, a quel prezzo (100.000 euro l’ettaro) una compravendita sarebbe autolesionismo istituzionale – sono mica sceme le amministrazioni.

Ormai è legittimo maledire la terra dove non spuntano dormitori o mangiatoie. È il cemento a dare valore alla vita. Che fare? Si attendono indicazioni dal palazzo di città. Nel frattempo, la dignità del contadino conosce gli obblighi morali del suo lavoro: un tozzo di pane non lo si nega a nessuno. Ma è preferibile che inizi a chiudere la sua dispensa, per aprirla solo a sostegno dei ricorsi: questo è diventato il buon governo degli uomini, il feticcio democratico.

Caro contadino, non prendertela, la vita è solo questione di fortuna e di sfortuna. Hai ceduto la tua sovranità sul mondo in cambio dei pochi spiccioli di un’umanità morta di fame. La tua incoscienza è la nostra salvezza. Addirittura, dopo che sei stato chimicizzato e avvelenato dalle lauree in uno pseudo-contadino, parlatori e sociologi mettono in dubbio la tua reale esistenza: sei una creatura della retorica, una bella favola antica, il più delle volte un furbetto incolto degradato a imprenditore, ma, guarda caso, il tuo lavoro resta ancora un incubo per le generazioni. Si facciano i dovuti scongiuri. In ogni caso, hai sempre l’opportunità di riempire l’intrattenimento turistico con qualche comparsa folcloristica, per la difesa delle tradizioni e l’amor di territorio.

Ecco, adesso possiamo tornare a leggere poesie, a fare cultura.

 

Francesco Lorusso (ass. Camera Cromatica)

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