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17 Gennaio/ GLI ANIMALI MAESTRI

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Penso che potrei andare a vivere con gli animali, sono così placidi e dignito­si; sto a guardarli a lungo. Non sudano e non piagnucolano sulla loro condi­zione, non giacciono svegli nel buio… Nessuno è scontento, nessuno è ridot­to alla follia dalla mania di possedere cose, nessuno s’inchina a un altro…

WALT WHITMAN

Oggi, festa di sant’Antonio abate, in non pochi paesi e in qualche città si ripete la tradizionale benedizione degli animali. Anch’io nel mio appartamento ho un bel dipinto secentesco con un sant’Antonio in compagnia di un robusto maiale, mentre l’eremita legge le Sacre Scritture immerso in un paesaggio poco consono al deserto della Tebaide.

Nella mia famiglia c’è sempre stato un gatto, rimpianto in morte e subito sostituito da un altro felino. Confesso di aver provato anch’io quello che diceva Montaigne (1533-92) della sua gatta: quan­do giocavo col gatto di casa non sapevo se si divertisse più lui o io…

Gli animali maestri dell’uomo è una costante delle favole (si pensi a Esopo, Fedro e La Fontaine). Ce lo ripete anche il poeta americano Walt Whitman nelle sue Foglie d’erba, esaltando le virtù di quelle che sprezzantemente chiamiamo bestie.

Esse non sono corrose dal tarlo dell’orgoglio che spinge al successo, alla carriera, al potere, lascian­doti spesso scontento e amareggiato. Non sono travolte dalla smania del possesso e dell’accumulo che corrompe le relazioni umane. Non sono ipocrite, asservite per interesse, false, ingannevoli.

Detto que­sto con umiltà (e quindi con rispetto per queste creature di Dio), bi­sogna però riconoscere la dignità dell’uomo: egli sa percorrere vie più alte fino a raggiungere il divino e ha in sé anche la coscienza di peccare, che è un segno di grandezza, con buona pace di Whitman il quale, nella sua lode degli animali, aggiungeva: «non piangono sui loro peccati e non discutono dei loro doveri verso Dio».

Gianfranco Ravasi


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