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8 Febbraio/ DOVE ANDREMO A FINIRE?

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Non chiedetevi dove andremo a finire, perché ci siamo già.

ENNIO FLAIANO

È, questa, una battuta spesso citata dello scrittore e giornalista En­nio Flaiano (1910-72), straordinario creatore di motti fulminanti. Es­sa si basa su un luogo comune, molto amato dai conservatori e, in genere, da chi ha incorporato nella mente e nelle parole il disco del lamento perpetuo sulla nequizia dei tempi e sul destino fatale di questa umanità corrotta e perversa. Intendiamoci bene: non è che ci sia da stare allegri sempre né da immaginare che questo sia il migliore dei mondi possibili.

Tuttavia la domanda – in questo caso non formulata in modo retorico – sul «dove andremo a finire» non è solo legittima ma fondamentale nella concezione cristiana (e, se si vuole, in tutte le visioni generali della storia e del mondo).

In questa linea è illuminante proprio l’ultimo libro biblico, l’Apo­calisse che – come spesso si ripete – non ha tanto lo scopo di mo­strarci quale sarà la fine del mondo quanto piuttosto quello di deli­neare il fine di questa storia nella quale siamo immersi e che così spesso ci sconcerta.

E l’appello che quel libro ci propone non è, certo, all’evasione illusoria in un ottimismo di maniera né alla caduta nelle spire di un pessimismo soffocante. E, invece, l’invito a lottare in un presente aspro e amaro tenendo ben alta e accesa la fiaccola della speranza.

Non per nulla se ben venti capitoli di quel libro sono mar­cati dal sangue, dalle prove, dalla prepotenza, gli ultimi due domi­nano la scena col loro splendore, ricordandoci che l’approdo non è nel baratro del nulla ma in una città degli uomini in cui finalmente brillano la vita, la pace e la presenza piena di Dio.

Gianfranco Ravasi


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