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Quel Gargano di pietra dalla gente ai paesaggi. Così apparve nel 1938 agli occhi dello scrittore Corrado Alvaro

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La fusione tra uomo e paesaggio ap­pare certe volte stupefacente, spe­cie se viene esaltata da scrittori di vaglia e dalla felice vena compo­sitiva. Un esempio del genere ci viene fornito dal calabrese Corrado Alvaro, uno dei nomi di punta del Novecento, le cui opere continuano ad essere regolarmente ristampate.

Oltre ad aver pubblicato i racconti di Gente in Aspromonte, Alvaro è stato attivo anche come giornalista. Nelle vesti di inviato, nel marzo 1938 pubblica sulla Stampa di Torino un pezzo intitolato «I costruttori del Garga­no», che confluisce, poi, nel 1941, nella seconda edizione di Itinerario italiano (la prima era apparsa nel 1933). Si tratta di una densa rac­colta di scritti di viaggio, oltre una trentina, legati alla sua attività pubblicistica; ne viene fuori un cammino che tocca numerose re­gioni, dalla Lombardia alla Sicilia, con un occhio di riguardo per la sua Calabria. La disposizione, però, non segue un preciso sche­ma geografico, anzi, pone il materiale in una certa libertà.

Alla base di questo itinerario, c’è l’esal­tazione della vita provinciale della nazione, ricca di differenze dinamiche e positive, che meritano la massima considerazione. Curioso ed attento ai mille volti delle cose, Alvaro esalta con asciuttezza questo prezioso fondo nazionale. Di qui, dunque, lo scritto in que­stione, «I costruttori del Gargano», che rientra alla perfezione nel tema dominante del libro, nell’esaltazione dell’operosità della gente ita­liana, delle qualità che appaiono scolpite nei vari aspetti del territorio nazionale.

Alvaro resta impressionato dallo sforzo di quanti, sul Gargano, tra Manfredonia e Monte Sant’Angelo, anno dopo anno, hanno saputo rubare spazio ad una natura selvaggia ed osti­le. «Il lavoro parla per gli abitanti», nota il Nostro, di fronte alla «immane opera di muri a secco che sostengono le terrazze degli olivi, dei mandorli, delle vigne, del grano». È uno sce­nario che si impone con forza, una rivelazione che resta impressa nella memoria, eloquente nella sua essenzialità («Ci si accorge subito di trovarsi fra gente dura e gelosa, quella cioè che ha costruito l’enorme monumento dei bastio­ni delle sue montagne. Tanto dura, che nep­pure il matrimonio accade senza dramma»).

Lo scrittore si sofferma a parlare del «rat­to», un’antica usanza, spesso ricordata, che talvolta era un semplice espediente per eli­minare degli ostacoli, ma talaltra rappresen­tava una vera e propria violenza, se la donna non era consenziente; tutti gli aspetti, in ogni caso, appaiono allo scrittore calabrese con­naturati all’indole di un tale popolo.

In questa zona isolata molte cose finiscono per assumere delle forme peculiari, e tra que­ste il pane: «Da una casa esce un tale con un’asse sulla testa, e sopra ci sono due pani di dieci o dodici chili ciascuno, quanto basta a una famiglia di cinque o sei persone, di qui, per due giorni. Non avevo mai veduto un pane di questa posta». Il secco commento del nar­ratore è quanto mai significativo. Anche un altro scrittore era rimasto stupito di fronte ad una scena simile, e ci riferiamo al romagnolo Beltramelli, che nella sua monografia del 1907 sul Gargano ad un certo punto descrive un

gruppo di donne, tutte vestite di bianco, che scende in pianura a spigolare: «Le più giovani recavano enormi pani rotondi e neri della ( dimensione di una buona ruota di calesse; parevano piuttosto spugne: in principio non ( sapevo capacitarmi a che potesse servire . quell’enorme arnese. Dicono che è un pane : squisito e così sia per la loro salute».

Questi rudi garganici, che mettono al mon­do molti figli per trovare un aiuto nel loro tenace sforzo di sottomissione della montagna, serbano le loro istintive qualità di ar­chitetti, la loro capacità di piegare la pietra alle proprie necessità, anche quando lasciano ; la loro terra e vanno lontano. Essi esemplificano, così, le potenzialità positive, gli innesti proficui che possono arrivare da zone periferiche e quasi sconosciute, come appunto il Gargano.

Di questa realtà territoriale l’autore di Gen­te in Aspromonte riesce a cogliere, nel com­plesso, numerosi aspetti pregnanti, con ef­ficaci notazioni. Le enumerazioni, le anafore, le ripetizioni, che scandiscono lo scritto, rin­viano tutte all’importanza della pietra, una presenza che diventa quasi un’ossessione, il segno di un destino che richiede agli uomini garganici adeguati comportamenti.
Il brano si chiude parlando del celebre san­tuario dell’Angelo, privato però del suo ruolo di protagonista assoluto e visto senza con­cessioni alla sfera mistica. Il sacrestano offre ad Alvaro una reliquia, che altro non è se non una scheggia di masso. Ancora una volta, insomma, il pensiero va alla pietra, punto di partenza e di arrivo, in un circolo senza tempo e confini.

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Nel volume VIAGGIO IN ITALIA un popolo tenace di costruttori
 
Corrado Alvaro, nato nel 1895 a San Luca, oggi nell’area metropolitana di Reggio Calabria, e scomparso a Roma nel 1956, ci ha lasciato numerose opere di valore. Una pregevole raccolta di scritti di viaggio, ricavata dalle sue esperienze di giornalista, è «Iti­nerario italiano» (prima edizione nel 1933, poi, con numerose aggiunte, nel 1941). Dopo l’edizione della Bompiani del 1995, con prefazione di Massimo Onofri, l’ultima ristampa, per lo stesso editore, risale al 2014, con l’introduzione di Carmine Abate. In questa silloge non può sfuggire lo scritto «I costruttori del Gargano», apparso originariamente sulla terza pagina della «Stampa» di Torino, nell’edizione del 30 marzo 1938. Si tratta di un ritratto denso ed efficace di una realtà geografica dominata dalla pietra, che attesta gli sforzi immani compiuti dai garganici per sopravvivere.

 

 

FRANCESCO GIULIANI


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