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9 Marzo/ IL NOSTRO CAMPO VISIVO

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Ognuno di noi confonde i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo.

ARTHUR SCHOPENHAUER

È bella, anche se amara, questa considerazione di un filosofo piut­tosto pessimista com’era Arthur Schopenhauer (1788-1860). Coglie, infatti, in modo ironico un atteggiamento a cui tutti siamo tentati di indulgere, quello di ritenere noi stessi misura di ogni cosa.

Spesso, sull’onda di questa attitudine, si cade persino nel ridicolo oppure nell’ostinazione, cercando di difendere l’indifendibile e di opporsi anche all’evidenza. Alla radice di questo comportamento c’è la smi­surata venerazione del proprio io, delle proprie idee e convinzioni, del proprio comportamento. Quando ci si incammina a praticare questo «massaggio» dolce e appassionato del «super-ego», come di­cono gli psicologi, è difficile fermarsi.

Anzi, si può persino giungere alla convinzione di essere vittime di invidia o cattiveria quando altri tentano di mostrarci che il mon­do della verità è ben più ampio del nostro perimetro intellettivo e visivo. E così si diventa acrimoniosi, ci si lamenta di essere incompre­si, ci si rinchiude in un altezzoso silenzio.

Ecco, allora, la necessità dell’autocritica, dell’esame di coscienza e di quella virtù che ai no­stri giorni è sbeffeggiata, l’umiltà. Il grande poeta anglo-americano Thomas S. Eliot (1888-1965) ammoniva che questa «è la virtù più dif­ficile da conquistare perché niente è più arduo a morire della vo­lontà di pensar bene di se stessi, sempre e comunque».

Non per nul­la, il primo dei vizi capitali è proprio la superbia, e l’umiltà è quella virtù che è autentica e non «pelosa» solo quando si crede di non averla e si combatte senza sosta il proprio orgoglio.

Gianfranco Ravasi


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