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19 marzo/ GIUSEPPE E IL LAVORO

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Il lavoro non mi piacenon piace a nessunoma mi piace quello che c’è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi, scoprire la propria realtà che nessun altro potrà mai conoscere.

JOSEPH CONRAD

La figura di san Giuseppe – che oggi è proposto dal calendario – è inestricabilmente connessa all’idea di lavoro, con la fatica e la sem­plicità che a esso sono associate. Nonostante il tentativo, forse inte­ressato, di qualche autore di ricondurre il padre legale di Gesù alla categoria dell’imprenditore, i dati evangelici e il contesto sociale am­piamente studiato in ricerche accurate anche recenti vanificano que­ste ricostruzioni. Dopo tutto, come si spiegherebbe l’ironia dei compaesani di Nazaret che «si scandalizzano» della professione di Giuseppe e del livello sociale della sua famiglia (Marco 6,3-4)?

Giuseppe ci parla, dunque, del lavoro modesto e comune che «non piace», come osserva il romanziere di lingua inglese Joseph Conrad nella frase sopra citata e desunta dalla sua opera Cuore di tenebra (1902). Eppure è proprio in quell’attività che l’uomo trova se stesso, le sue capacità, la sua funzione nel mondo. È per questo che essere senza lavoro non crea serenità ma insoddisfazione.

L’uomo, infatti, dice la Genesi, è stato collocato sulla terra «per coltivarla e custodir­la» (2,15). Il dramma del disoccupato o di chi è costretto a un lavoro alienante e inadatto è quello di non realizzare se stesso. Per questo la figura di Giuseppe ha la sua pienezza proprio nella sua missione semplice di sostegno alla sua famiglia e di fedeltà al suo compito. E anche se «lavorare stanca», come diceva Pavese (1908-50), o «non piace», «allontana da noi tre grandi mali: la noia, il vizio e il bisogno» (così Voltaire in Candido).

Gianfranco Ravasi


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