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Al mio paese, a Pasqua, c’era un ingorgo onomastico: quando non erano ancora in uso i nomi artificiali, di moda tv o d’importazione, erano in tanti a chiamarsi Pasqua e Pasqualino.

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La Pasqua viestana nella mia infanzia era un’atmosfera più che una ricorrenza, era un clima, un intreccio di riti, di odori e comunità. Era bella l’aria nei giorni di Pasqua, si sentiva il suo sapore nel vento, nelle campane e negli occhi della gente.

Non ci crederete, ma c’erano pure gli sguardi pasquali. Facce miti da agnello e da colomba, facce di primavera rivestite di giulebbe, facce sante da precetto pasquale. Tra i ragazzi in fila per il precetto pasquale si cercava di far peccare l’amico già confessato, strappandogli una bestemmia, un piccolo atto di violenza, una fornicazione.

Così perdeva la purezza, non poteva farsi la comunione ed era costretto a rifare la fila per confessarsi di nuovo. La famiglia a Pasqua usciva in formazione completa e provava la sua unità su strada: anche la nonna, dopo il lungo letargo invernale, lasciava gli arresti domiciliari e tornava a passeggio; pure la zia, bloccata d’inverno dai geloni ai piedi, scendeva in piazza, infastidita dai nipoti che esibivano a Pasqua il costume nuovo.

Il debutto avveniva il Giovedì Santo ai Sepolcri. Visitare le chiese era il rito. I più pigri e miscredenti si fermavano a tre, i più devoti e passeggiatori arrivavano a 5. Il pellegrinaggio per i Sepolcri era un itinerario mistico e fieristico, a metà strada tra la devozione e l’ammuina.

Un intero paese ti scorreva davanti, lo incrociavi nei Sepolcri alla Cattedrale e poi alla S. Croce, all’Oratorio al SS Sacramento fino a S. Francesco. Uno struscio sacro dove si strofinavano due flussi di gente, entranti e uscenti dalla chiesa. Sacro e profano si mescolavano, fede e pettegolezzo, spiritualità e spiritosaggine, per far ridere le mnenne.

Molti uagnon rimorchiavano uagnedd nei tragitti dei sepolcri, tra una chiesa e l’altra. Nonostante fosse la visita al Sepolcro di Cristo, si respirava una vitale euforia, forse per il presagio della Resurrezione, forse per il clima primaverile esploso da poco. Il dolore e la commozione, invece, emergevano alla processione del Venerdì Santo con Gesù morto seguito con intensa partecipazione e con il pianto dei vecchi.

Ognuno rievocava in quel Cristo morto il povero cristo di casa sua, il marito o il figlio perduto in guerra. Era però un dolore gravido di gioia, perché nascondeva nelle sue doglie la promessa del sepolcro scoperto, della resurrezione domenicale.

Ma il Venerdì Santo il cielo si faceva sempre brutto. Ma Pasqua vuol dire soprattutto dolci che figuravano animali e simboli pasquali, ricoperte di confettini colorati e farciti di uova.

E poi i taradd inglppet che noi chiamiamo di S. Giorgio. I dolci pasquali si dividevano in tre categorie: al livello più alto c’erano quelli fatti in casa e mandati al forno; poi venivano i dolci interamente caserecci, buoni ma senza il sapore del forno; infine i dolci comprati dai negozi.

Ma i dolci paradisiaci erano quelli delle suore di S. Francesco. Mia madre non era mai contenta delle sue ciambelle; vagheggiava sempre quelle di Mclnecchj che erano a suo dire più alte e più vaporose.

Disgustose erano invece i taradd comprati, bitumati da uno strato cementizio di glassa che le rendeva pesanti per lo stomaco e anche per il portafogli (andavano a peso). Per i gusti hard, andava forte a Pasqua il sangue del porco o il pesantissimo sanguinaccio di maiale.

Il giorno di Pasqua si mangiava (i più fortunati) anche l’agnello di pasta reale che aveva lo stendardo tra le zampe e la faccia mansueta di zia Stnucc. Era un peccato tagliarlo e infatti si esitava a farlo; ma una volta affettato, si leccava persino lo stendardo.

Oltre la controfigura di pasta reale dominava la tavola pasquale il capretto e soprattutto l’Agnello, delizia della domenica di Pasqua e tormento del lunedì, per via della diarrea. Gli agnelli non avevano l’aria depressa dei vitel tonnè. Erano abbacchi, non abbacchiati come in epoca vegana e animalista. Erano vittime ma finivano in gloria, tra gli elogi dei presenti.

Poi è arrivata la Mutazione Antropologica a sconvolgere l’umanità, non solo nei comportamenti e nei consumi, ma anche nell’anima e nella visione della vita e della morte. Non sappiamo se a questa crisi spirituale risponderà un risveglio del cristianesimo.

Nei primi giorni dell’emergenza Covid-19 la fede e la Chiesa per la prima volta da secoli risultano sparite davanti alla tragedia. Irrilevanti, defilate. Le chiese chiuse, il silenzio del papa barricato e solo, confermano l’idea che questa crisi nasce senza i conforti religiosi.

La religione è regredita, per ragioni di salute, a programma tv o social. Come in una forzata svolta protestante, sembra che sia nata la religione per individui soli, fuori dalla Chiesa, una religione bricolage domestico, faidate. Interiors.

L’esperienza del contagio ci riconduce a una visione della società come organismo: se una parte del corpo s’infetta contagia il resto. Siamo dunque consorti, comunità di destino.

Tornano i valori?

Per ora la nostra salvezza è lo smartphone e i suoi parenti stretti. Ma quando torneremo guardinghi all’aria aperta, ci vorrà altro, non basterà internet.

Ci vorrà eternet.

Così nel deserto di questo periodo così difficile, la solo speranza è nella Resurrezione.


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