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Agricoltura, Naturale (M5S): “I campi della Capitanata sono malati, Vanno subito curati”

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Intervento questa mattina, giovedì 16 aprile, durante la informativa della Ministra della Politiche agricole alimentari e forestali, Teresa Bellanova sulle iniziative di competenza del Ministero per fronteggiare l’emergenza epidemiologica del Covid-19 della senatrice del Movimento 5 stelle Gisella Naturale. Sono numerosi i punti che sono stati toccati nell’intervento: lotta al caporalato e al lavoro nero, carenza dei lavoratori stagionali, l’esigenza di una reintegrazione socio-lavorativa di tutti coloro lavorano nei campi. Nell’intervento non sono mancati i riferimenti ai “ghetti” dove alloggiano extracomunitari, in modo particolari a quelli presenti nella Capitanata. Inoltre la senatrice si è soffermata sull’importanza di sviluppare, incentivare e credere nell’agricoltura a chilometro zero e una filiera attenta ai prezzi di produzione e il potere decisionale dei consumatori sui mercati

«Oggi le campagne rischiano seriamente di non avere cure sufficienti proprio in primavera, proprio in periodo di raccolto – ha detto in aula la senatrice del Movimento 5 stelle, Gisella Naturale. L’agricoltura in Italia vale 32 miliardi di euro, il 2,2% del Pil e il 5% del totale degli occupati. Al posto di giornate gradevoli da dedicare al lavoro agricolo, al posto dei lavoratori agricoli stagionali è arrivato il Coronavirus. E così la frutta rischia di restare appesa agli alberi, gli ortaggi e i cereali nel terreno. Cibo che serve per sfamare milioni di uomini e animali. Miliardi che rischiano di svanire in un virus, gettando in miseria un milione di famiglie. I nostri agricoltori continuano con passione il loro onorevole lavoro a cui da sempre diamo merito per i preziosi frutti. Ma a rendere insostenibile la situazione è la carenza dei lavoratori stagionali perlopiù immigrati, gli unici fino a ieri maggiormente disposti a lavorare nei campi. Quindi o si attende che vengano riaperte le frontiere oppure bisogna trovare una soluzione alternativa, magari guardando ai quasi 600.000 immigrati irregolari. Un esercito potenzialmente in pasto alla criminalità organizzata.​ In questo momento in Italia ci sono 90.000 persone che dormono in città fantasma di braccianti, dove vige la legge della mafia. In quei luoghi non vengono rispettate le condizioni sanitarie e igieniche, nessuna misura di distanziamento. Alcuni esempi sono proprio nella mia provincia, ben otto in terra di Capitanata: tra i più grandi la baraccopoli che sorge vicino all’ex Cara di Borgo Mezzanone e il Gran Ghetto che si trova nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico. Tutti posti insalubri. Urge trovare degli alloggi a queste persone, per evitare gli assembramenti magari allestendo casali in disuso o nuove foresterie come quella attivata presso l’Azienda agricola della regione Puglia in località Fortore, struttura che prevede moduli abitativi climatizzati con servizi igienico-sanitari e servizio mensa. Il 50% dei braccianti agricoli in Italia lavora in nero, troppo spesso tramite la rete del caporalato. Essenziale è mettere in atto una banca dati delle aziende agricole che assumono e dei lavoratori disponibili per rispondere all’attuale mancanza di manodopera Quello del lavoro irregolare e del caporalato agricolo è un business che vale 5 miliardi di euro. Quello delle agromafie è un giro d’affari illegale secondo solo a quello della droga. Il 47% dei braccianti sono extracomunitari- ha affermato la senatrice Naturale. Poi ci sono gli invisibili. Altre centomila persone. Inutile dire che si tratta di lavoratori sottoposti a grave sfruttamento: nessuna tutela e nessun diritto garantito. Il fenomeno del caporalato si risolve innanzitutto con la prevenzione oltre che con vigilanza e contrasto. Il piano di contrasto al caporalato, in capo al ministero del lavoro, è sicuramente uno degli strumenti più forti messi in campo negli ultimi anni per contrastare quella che è una vera e propria piaga sociale. È necessaria una reintegrazione socio-lavorativa di tutti coloro lavorano nei campi, al di là della nazione di provenienza. La nostra mission, deve essere quella di vedere tutti i braccianti sotto il cappello protettivo dei contratti collettivi agricoli. I prezzi per i produttori saliranno di poco? Oltre a essere cosa giusta, è uno scotto necessario da pagare per poterci definire Paese civile. I produttori non stanno raccogliendo i loro prodotti non solo perché manca la manodopera ma anche perché i prezzi sono troppo bassi. Indispensabile mettere in atto azioni decise e concrete, che puntino alla trasparenza dei contratti e pratiche leali di mercato. In commissione è in discussione un disegno di legge proprio con queste finalità che spero presto veda la sua applicazione. Il dominio della grande distribuzione ha imposto ai produttori agricoli prezzi sottocosto che obbliga allo sforzo di produrre con i costi più bassi, tutto a danno di salari e tutele. È indispensabile mettere in atto azioni decise e concrete, che puntino alla trasparenza dei contratti e pratiche leali di mercato. In commissione è in discussione un disegno di legge proprio con queste finalità che spero veda presto la sua applicazione. Questa ripartenza offre l’occasione di rimettere in discussione l’intero sistema. Per farlo bisogna rendersi conto che esistono quattro attori nella filiera agricola: produttori, lavoratori, distributori e consumatori. E che questi ultimi hanno forse il peso specifico maggiore, è apparso chiaro a tutti con la battaglia, vinta, sull’olio di palma. I consumatori, più di chiunque altro, possono imporre le loro regole perfino alla potentissima grande distribuzione alimentare. Una filiera agroalimentare sostenibile potrà esserci solo se si sensibilizzano i consumatori, magari attraverso un bollino etico da applicare a tutti i prodotti. Un bollino che segnali la tracciabilità della filiera, che tenga conto del rispetto dell’ambiente e del rispetto dei lavoratori.

Perché i consumatori devono diventare consumatori consapevoli. E i produttori devono essere pagati con il prezzo giusto e così i lavoratori. Bisogna ridare dignità alle aziende agricole. E il prezzo dei prodotti va indicato dai produttori, non dalla grande distribuzione. Il prezzo deve tenere conto del costo del lavoro. L’emergenza Covid ci sta dando un altro grande insegnamento: le filiere produttive troppo lunghe rendono l’economia instabile, la sopravvivenza di una società a rischio. Lo stiamo sperimentando in queste settimane. Troppi prodotti dipendono da ciò che accade negli altri Paesi, dipendono dall’efficienza delle grandi rotte commerciali e dall’apertura massima delle frontiere. Se l’Italia fosse stata meno dipendente dal resto del mondo il contraccolpo generato dalla pandemia sarebbe stato inferiore. Oggi ci stiamo rendendo conto, toccando con mano, quanto sia importante sviluppare, incentivare e credere nell’agricoltura a chilometro zero. I fari sono puntati non solo sul nostro settore, l’agricoltura, ma anche e soprattutto sul nostro Made in Italy, il nostro dna, la nostra passione, il nostro lavoro. Albert Einstein diceva che le grandi emergenze offrono grandi opportunità». Ha così concluso il suo intervento la senatrice Gisella Naturale.


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