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10 Maggio/ LO SPIRITO DELLA LEGGE

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Non vi è cosa più pericolosa di quell’assioma comune, che bisogna consulta­re lo spirito della legge. Questo è un argine rotto al torrente delle opinioni.

CESARE BECCARIA

Questa volta la citazione posso prenderla attingendo alla libreria che sta alle mie spalle nello studio ufficiale del Prefetto della Biblio­teca Ambrosiana. Qui, infatti, conservo il manoscritto autografo dell’opera Dei delitti e delle pene (ma il titolo originale era Delle pene, e delitti) che Cesare Beccaria stese nel 1764.

La frase è interessante e ha al centro un tema di sua natura ambiguo, quello dello «spirito della legge» (si ricordi anche l’opera di Montesquieu, Lo spirito delle leggi, 1748). Da un lato, infatti, l’osservanza rigida e frigida della norma può diventare fonte di prevaricazioni e di ingiustizie: per questo sono stati accolti nei vari sistemi giudiziari alcuni correttivi, come quello delle attenuanti.

Un’applicazione letteralista delle regole – e questo vale anche per la religione – può essere disumana, come già ammoniva san Paolo: «La lettera uccide, lo Spirito dà la vita» (2 Corinzi 3,6). Detto questo, ha però ragione anche Beccaria che pure aveva una certa sensibilità se proprio in quel libro aveva combattuto la pena di morte come inutile e ingiusta. Infatti – e questo accade spesso ai nostri giorni – con buone intenzioni o con scelte discutibili si può rendere quasi inoffensiva la legge, appellandosi al suo spirito e cancellandone pro­gressivamente il contenuto di giustizia.

È necessario contemperare rigore e comprensione, ma non fino al punto di far evadere impune­mente e impudentemente il cittadino dal dettato sostanziale della norma. È giusta, quindi, la clemenza che non diventa lassismo.

Gianfranco Ravasi


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