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13 maggio/ IL LEONE E LA SPINA

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Un giorno, mentre abbà Gerasimo passeggiava lungo il Giordano, gli si fe­ce incontro un leone zoppicante perché era stato punto da una spina che aveva infettato la zampa. Nel vederlo, l’eremita si mise a sedere, gli curò la zampa e congedò il leone. Questo, però, non lo làscio più e quando Gerasi­mo morì, si prostrò sulla sua tomba ruggendo e all’improvviso morì.

GIOVANNI MOSCO

Questo «fioretto» è raccontato dallo scrittore e monaco bizantino Giovanni Mosco, morto a Roma nel 619, nella sua deliziosa opera in­titolata Il prato. Nelle memorie dei miei soggiorni in Terrasanta ho ancor vivo il ricordo di una sosta al monastero greco-ortodosso di San Gerasimo, una fortezza isolata nella fossa del Giordano, un’area nella quale un tempo, come conferma anche il profeta Geremia, vi­vevano i leoni.

La lezione di questo monaco – che, tra l’altro, si dice vivesse solo di eucaristia durante l’intera quaresima – va al di là del suo aspetto favolistico.

Noi, infatti, non siamo più capaci di vivere in armonia non solo col creato, ma soprattutto con chi riteniamo nemici. La spina che in­fetta il nostro avversario ci fa sottilmente godere perché così ci libe­riamo di lui.

Ci sembra utopistico quel monito di Cristo a fare del bene anche a chi ci vuol male. E così perdiamo l’occasione di ritrova­re la serenità e persino la possibilità di scoprire un amico inatteso.

E per questo che Isaia cantava l’era messianica come il tempo in cui lu­po e agnello, vitello e leone, mucca e orsa pascoleranno insieme e il bambino giocherà con le vipere (11,6-9). Sta anche a noi trasformare i leoni, ossia gli esseri brutali, in quella specie di gattone che Gerasi­mo tenne con sé per tutta la vita.

Gianfranco Ravasi


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