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Vieste/ A Raduano 19 anni di carcere. L’accusa: traffico di stupefacenti aggravato da mafiosità. Quattro le condanne del gup di Bari a complessivi 50 anni e 4 mesi.

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Condannato a 19 anni Marco Raduano, 36 anni, viestano, in cella da 22 mesi, ri­tenuto al vertice dell’omonimo clan coinvolto nella guerra di mafia nel centro garganico: è stato ora riconosciuto colpevole in primo grado di traffico e spaccio di droga aggravato dalla mafiosità, e di porto e detenzione illegale di armi: è stato invece assolto dal possesso di una pistola nascosta in un albero: i fatti riguardano Ì12017/2018.

Inflitti 18 anni e 10 mesi al nipote Liberantonio Azzarone, 30 anni, accusato degli stessi reati (tranne il porto della pistola); 9 anni e 2 mesi a Gianluigi Troiano, 27 anni, colpevole di traffico di droga aggravato dalla mafiosità e concorso con il padre, Raduano e Azzarone nella detenzione di 152 chili di marijuana sequestrati nell’ottobre 2017: è stato assolto dall’ac­cusa di concorso con Raduano nel porto illegale della pistola. Inflitti 3 anni e 4 mesi a Luigi Troia­no, 57 anni, padre di Gianluigi, per concorso con i tre compaesani nella detenzione dei 152 chili di marijuana.

La sentenza di primo grado è stata pronunciata ieri dal gup di Bari Valeria La Battaglia al ter­mine del rito abbreviato che ha comportato lo scon­to di un terzo della pena. I 4 garganici furono fermati il 7 agosto 2018 dai carabinieri del nucleo investigativo di Foggia su decreti della Dda, nel primo atto dell’inchiesta «Neve di marzo» che poi il 23 ottobre 2019 portò all’arresto di ulteriori 15 per­sone, quasi tutte viestane, accusate a vario titolo di traffico e spaccio di droga e armi, sempre con l’aggravante della mafiosità per alcune imputazioni.

Il pm Ettore Cardinali nell’udienza del 22 ot­tobre 2019 chiese la condanna dei 4 viestani a complessivi 57 anni: 20 anni per Raduano e Azzarone; 13 per Gianluigi Troiano; 4 per il padre Luigi. La sentenza doveva essere pronunciata nei mesi scor­si, il cambio in corsa del gup l’ha fatta slittare. Gli avvocati Francesco Santangelo (difende Raduano e Azzarone); Cristian Caruso (assiste Azzarone e Gianluigi Troiano); Giancarlo Chiariello (difen­sore di Raduano); e Federico Straziota (difende Luigi Troiano) sollecitavano l’assoluzione e in su­bordine esclusione dell’aggravante mafiosa e con­danne ridotte.

Raduano, che si dice innocente, negli ultimi otto anni ha subito una mezza dozzina di arresti per armi, droga, rapina, estorsione, violazione della sorveglianza speciale cui sono seguite condanne e assoluzioni.

È ritenuto il capo dell’omonimo clan, coinvolto nella guerra di mafia per la leadership nei traffici di droga, che da gennaio 2015 ad oggi (l’ul­timo ferimento è dello scorso 14 ottobre) ha contato 17 agguati con 10 morti; 1 lupara bianca; e 6 tentativi di omicidio. Uno degli agguati falliti, quello av­venuto sera del 21 marzo 2018 in paese, vide vittima proprio Raduano ferito a mani e gambe dalle fu­cilate e mitragliate esplose da tre killer appostati nei pressi di casa. Per l’agguato a Raduano sono stati arrestati e poi condannati in primo grado a 14 anni e 6 mesi a testa, sentenza del marzo scorso, i cugini Claudio e Giovanni Iannoli, ritenuti espo­nenti di vertice del gruppo rivale che sarebbe stato capeggiato da Girolamo Pema, ammazzato a 28 anni sotto casa il 26 aprile 2019 da un killer al momento ancora ignoto: al momento della morte Perna era indagato quale presunto mandante del tentativo di omicidio di Raduano.


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