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IL DISCO DELLA SETTIMANA/ – BRUCE SPRINGSTEEN “LETTER TO YOU” –

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C’è una chitarra, all’inizio e alla fine della storia. La prima, presa a noleggio dalla madre quando aveva sette anni: “Sentii il profumo del legno (ancora oggi, uno degli odori più dolci e promettenti del mondo), ne percepii la magia e il potere nascosto, la tenni fra le braccia, passai le dita sulle corde”. E l’ultima, regalata da un fan italiano alla fine di uno dei concerti a Broadway: “L’ho portata a casa e l’ho osservata: suonava magnificamente, con una varietà di tipi di legno differenti. Un vero pezzo di artigianato. Quando ho iniziato a sentire il bisogno di scrivere, l’ho presa semplicemente in mano”. Per Bruce il segreto è tutto lì, nell’anima racchiusa tra il legno e le corde: “Gli strumenti hanno un potere dentro di sé. Le chitarre danno l’ispirazione, contengono le canzoni al loro interno”.
Così, tra le pareti di casa Springsteen, da quella chitarra ha cominciato a fluire la musica. Una musica infestata di ricordi e di fantasmi, di ombre del tempo passato e dei compagni di viaggio che non ci sono più. “Last Man Standing”, si intitola non a caso il primo dei brani scritti per “Letter To You”: vecchie fotografie con stivali e giacche di pelle e la consapevolezza di essere l’ultimo sopravvissuto di quella prima band del Jersey Shore, i Castiles, sfrontata e precaria come l’adolescenza.

Sarà stata la nostalgia, sarà stata la voglia di fare un regalo ai suoi fan: fatto sta che Springsteen, stavolta, ha deciso di essere semplicemente Springsteen.

Non c’è da stupirsi, allora, che il nuovo disco suoni come il fratello minore di “The River”. Le chitarre spigolose e taglienti, la batteria solenne, il lirismo di pianoforte e organo, persino l’inconfondibile marchio di fabbrica del: tutto è esattamente dove lo avevamo lasciato quarant’anni fa, forgiato da un instancabile affiatamento sul palco. E funziona proprio per questo, perché è quello che Springsteen e la E Street Band sanno fare meglio.

Il brano in ascolto

“House of a ThousandGuitars”, perché racchiude in pochi minuti l’intero immaginario rock dell’adolescente Springsteen e la narrazione che ne è poi conseguita, rendendo la sua carriera una delle più luminose in assoluto e sia la sua figura che il suo ruolo epici. Non guasta un vago richiamo iniziale a “Jungleland”. Ma che pezzo.

Kekko Pennelli


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