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14 NOVEMBRE/ ODIARE

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Poche persone riescono ad essere felici senza odiare qualche altra persona, nazione o credo.

BERTRAND RUSSELL

Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che sta dentro di noi.

HERMANN HESSE

Un tema forte è quello che ora propongo attraverso due voci dif­ferenti. L’odio è, infatti, una catena che stringe da sempre l’umanità, soffocandone l’anelito più profondo. La prima, amara costatazione è attribuita a un filosofo anticonformista divenuto nel 1950 premio Nobel per la letteratura, Bertrand Russell (1872-1970). La trovo su una rivista americana: essa coglie purtroppo nel segno, anche se con qualche eccesso («poche persone» è un’esagerazione). È, però, vero che per alcuni l’odio è quasi un alimento indispensabile senza il quale non riuscirebbero a vivere. Anzi, bisogna riconoscere che, an­che in persone miti, talora una stilla di odio è sempre presente e si accompagna a un fremito di piacere.

A questo punto diventa significativo il giudizio contenuto nella seconda frase che estraggo da un romanzo minore, Demian (1919), del celebrato (forse anche troppo) romanziere tedesco Hermann Hesse. L’odiare un altro nasce spesso dal fatto che scopriamo in lui qualcosa di detestabile che non vogliamo riconoscere in noi stessi. Ma c’è anche di peggio: talora l’odio nei confronti dell’altro fiorisce da una gelosia segreta; quella di accorgerci che egli è migliore di noi. A generare l’odio non c’è, quindi, solo il male ma paradossalmente anche il bene altrui, invidiato e da noi non posseduto. Si comprende, allora, quanto sia importante l’appello costante di Cristo a vincere questa oscura energia, sostituendole la forza dolce e delicata dell’a­more, primo e unico comandamento della morale evangelica.

Gianfranco Ravasi


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