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18 NOVEMBRE/ L’IRRAGIONEVOLEZZA

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Gli errori fatali della vita non sono dovuti olfatto che l’uomo sia un essere irragionevole: un momento di irragionevolezza può essere il nostro momen­to più alto. Sono dovuti olfatto che l’uomo è un essere logico.

OSCAR WILDE

Le sue battute erano spesso fulminanti perché attingevano a piene mani al paradosso, che ha un’incisività straordinaria, anche se segna­ta dall’eccesso. Mi riferisco allo scrittore inglese Oscar Wilde: è il caso anche di questa considerazione, desunta dall’opera postuma De pro­fundis, composta mentre era in carcere. La verità di questa affermazio­ne la si deve riconoscere solo tenendo conto anche del suo contrario. Partiamo dal suo asserto. Una razionalità fanatica può generare mo­stri: è la stessa storia della scienza (e della cultura in genere) ad atte­starlo. La convinzione che solo la logica formale sia strumento di ac­quisizione della verità è contraddetta dal fatto che l’uomo percorre altre vie, persino più feconde, per conoscere: pensiamo solo alle «ra­gioni del cuore» a cui faceva riferimento il grande Pascal.

L’itinerario su cui ti conduce la fede o l’amore è per lo meno diverso rispetto a quello della pura ragione e ha una sua dignità e grandezza. Detto questo, bisogna ridimensionare il paradosso di Wilde. Errori fa­tali non si fanno solo con la razionalità ma anche con l’irragionevolezza. Rompere gli schemi artificiosi e ipocriti è giusto e Cristo ne è un esempio decisivo. Ma questo non significa ignorare la complessità del reale, dismettere equilibrio e criterio, abbandonare ogni sensatezza, precipitando nel rigetto di ogni logica e nella contraddizione.

Gianfranco Ravasi


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