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27 NOVEMBRE/ IL MERITO

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Sembra una storia del regno degli spiriti quando un uomo ottiene ciò che merita e merita ciò che ottiene.

SAMUEL T. COLERIDGE

In questi ultimi anni, reagendo a un eccesso antitetico, ci si è riem­piti la bocca della parola «merito«, auspicando nella scuola e nella società la pratica di un’autentica «meritocrazia». A essere sinceri, non si può dire che il valore, la virtù o la competenza siano più pre­miati di prima. Resta, allora, intatta in tutto il suo valore la frase so­pra citata, desunta dall’Ode alla malinconia (o «scoraggiamento», in inglese dejection) dello scrittore inglese Samuel T. Coleridge. Quante volte, infatti, viene spontaneo chiedersi davanti a certe carriere fol­goranti e sfolgoranti: ma quali meriti, quali benemerenze o qualità ha mai questo signore baciato dal successo?

Per trovare giustizia in questo campo bisognerebbe proprio spera­re in un «regno degli spiriti», come dice il poeta, cioè in un mondo ideale. È per questo che una delle regole importanti dell’ascesi (ma anche della nobiltà d’animo) è continuare a compiere il bene con ri­gore e dignità personale, nonostante l’assenza di gratificazione e di ricompensa, affidando solo a Dio che «vede cuore e reni» (come dice la Bibbia) il giudizio e il premio. Impudenza e arroganza sono, co­munque, da denunciare, pur con la consapevolezza che non cam­bierà il modo di giudicare del mondo, come già amaramente annota­va nel Seicento La Rochefoucauld: «Il mondo rende più spesso onore al falso merito di quanto non sia ingiusto col merito vero». E, allora, con costanza andiamo avanti lo stesso a praticare l’onestà, confidan­do in quell’arduo detto che dichiara essere la virtù premio a se stessa.

Gianfranco Ravasi


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