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29 NOVEMBRE/ AMICIZIA E OBBEDIENZA

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L’amicizia è reciproca, implica un aiuto reciproco. Altrimenti non è più amicizia, e neanche compagnia; scade al livello puramente meccanico che è esattamente l’ideale dell’uomo di adesso … Siamo insieme perché vogliamo raggiungere il destino. Se io sono più grande di te perché ho già fatto un tratto di strada più lungo, allora tu dici: «Se io ti seguo, imparo più facil­mente e con maggior certezza, perché tu hai già fatto la strada». Questa è l’obbedienza: seguire chi ti aiuta a camminare verso il destino.

DON LUIGI GIUSSANI

Nel 2005 moriva a Milano don Giussani, il fondatore di Comunio­ne e Liberazione. Lo ricordiamo con una sua intensa testimonianza, dal tono quasi colloquiale, desunta dal volume «Tu» (o dell’amicizia) (1997). Essa intreccia due realtà che a prima vista sembrano respin­gersi, l’amicizia e l’obbedienza. La qualità radicale dell’essere amici è appunto la reciprocità che suppone parità: ora l’obbedienza non comporta, invece, una sorta di inferiorità rispetto all’altro che ti im­pone una norma? Don Giussani riesce in modo limpido a coniugare queste due virtù apparentemente in collisione tra loro.

E lo fa ricordando che, pur nella sintonia, i due amici sono iden­tità differenti, ciascuno con la sua storia, le sue esperienze, i suoi do­ni personali. È chiaro, allora, che proprio nella reciprocità dell’amici­zia chi ha percorso più strada e ha un bagaglio più ricco di vicende deve trasmettere all’altro questo patrimonio vitale e l’altro deve ac­coglierlo nell’adesione dell’obbedienza. Essa non sarà segno di de­bolezza o di inferiorità, ma di saper accogliere un regalo, sarà un «seguire chi ti aiuta a camminare verso il destino», cioè verso quella meta di pienezza a cui entrambi tendiamo. Anche nella Chiesa biso­gnerebbe saper unire l’amicizia, la fraternità, la comunione con l’ob­bedienza alla guida amichevole che ti è offerta.

Gianfranco Ravasi


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