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VIESTE/ VIAGGIO NEGLI ANNI DAL 1943 AL 2013. PRIMI SEGNI DI VITA POLITICA. LA FINE DELLA GUERRA. LA PACE E LE NOVITÀ. LA MENTALITÀ. (6)

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All’inizio del ’44, il capo dell’amministrazione comunale succeduto al podestà, inizialmente definito commissario prefettizio, viene rinominato con l’antico titolo di sindaco. E’ sempre persona nominata dal prefetto, ma con una piccola variante rispetto a prima, ed è che adesso il sindaco viene proposto dalla sezione cittadina del Comitato di Liberazione Nazionale (in sigla CLN). Il quale, a Vieste come altrove, è stato da poco costituito tra i rinati partiti politici italiani e svolgerà nella vita pubblica cittadina, un ruolo propositivo sino alla fine della guerra.

I CLN erano sorti nell’Italia meridionale in concomitanza con quelli sorti nel centro-nord Italia occupato dai tedeschi, per contribuire alla lotta di liberazione. Erano composti dai rappresentanti dei sei partiti antifascisti riconosciuti dagli Alleati, e cioè: Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano, Partito d’Azione, Partito Liberale, Democrazia del Lavoro. E mentre in Alta Italia dovevano operare nella clandestinità, nel Meridione i CLN e i partiti, poterono esprimersi liberamente, aprire le sezioni in ogni comune e il dialogo tra la gente comune e le istituzioni. È da ascriversi a merito di quei partiti l’aver dato vita a governi d’unità nazionale, che durarono oltre la fine della guerra e fino a gennaio 1947. A Vieste aprirono la sezione tutti e sei i partiti. Nessuno ne contò le adesioni, ma si avvertiva dalle conversazioni tra amici e conoscenti che le maggiori simpatie andavano a DC, PCI e Partito d’Azione; piuttosto modesta era invece l’adesione ai partiti storici Liberale e Socialista, e del tutto marginale al partito democratico del lavoro, che infatti dopo la guerra scomparve.

Nella primavera di quell’anno 1944, la poltrona di sindaco di Vieste va in fibrillazione. Dimessosi nel mese di marzo il dott. Ignazio Ruggieri, in quell’incarico si avvicendano Domenicantonio Spina, vice sindaco del dimissionario, e poi, per breve tempo, quale sindaco. Gli succede il medico Francesco Cirillo. Che pure non resiste a lungo. Allora il prefetto torna a nominare i commissari prefettizi, ma questa volta nelle persone di funzionari di Prefettura. Ne avremo due: il dott. Ettore Gaudiosi e il dott. Salvatore Parello. Il secondo resterà in carica fino alle elezioni amministrative della primavera del 1946, quando verrà eletta la prima amministrazione civica.

Gli avvicendamenti dei sindaci avvengono non senza contrasti tra coloro che devono procedere alla designazione, vale a dire gli aspiranti alla direzione dei partiti in via di organizzazione. Sono i primi approcci con la nuova realtà politica, le prime prove di esercizio della democrazia moderna.

Perché alla parola democrazia ho aggiunto l’aggettivo moderna? Per la ragione che il nuovo modello di Stato che si prospetta è diverso, è più avanzato di quello liberale praticato in Italia prima del fascismo. Quello era un sistema di democrazia limitata. Principalmente per il fatto che ad eleggere i rappresentati al governo della cosa pubblica non partecipava tutto il popolo ma solo una parte, una minoranza, cioè solo uomini, e solo quelli che sapevano leggere e scrivere e fossero forniti di un minimo reddito. Ora invece voteranno tutti, maschi e femmine, compresi gli analfabeti, dai 21 anni in su.

La fine della guerra

Aprile 1945. La guerra sta per finire, Gli eserciti alleati dilagano in Alta Italia, oltre il Po. I partigiani occupano le grandi città. Il giorno 27 Mussolini è catturato dai partigiani mentre si accinge ad abbandonare l’Italia, ed è fucilato il giorno dopo insieme a Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra, presso Dongo, sul lago di Como. Lo stesso giorno 28, a Milano, abbandonata dai tedeschi in ritirata, sono entrati i partigiani. I corpi di Mussolini e della Petacci, buttati su un camion, vengono portati nella città e appesi per i piedi sotto la tettoia di un distributore di benzina. “Turpe scena”, ed altre espressioni severe, useranno anni dopo Indro Montanelli e Gianni Granzotto nel loro “Sommario di storia d’Italia”, raccontando quel che si vide in quella piazza. Ma non sono i soli ad esprimerne la dura condanna.

Il 2 maggio Hitler si toglie la vita. L’8 maggio i generali dello Stato Maggiore tedesco firmano la resa incondizionata con gli Alleati e il 9 maggio con i Sovietici. In tutta l’Europa cessano le ostilità.

Per festeggiare la fine della guerra e la liberazione dell’Italia dai tedeschi, si svolge a Vieste, come in tutte le città della penisola, un corteo di cittadini, e discorsi, bandiere dei partiti e qualcuna tricolore. I comunisti sono quelli che si fanno sentire di più.

Nel 1946 gli Alleati restituiscono al governo italiano, la pienezza dei poteri sul Paese, tranne che sul Friuli-Venezia Giulia. Il 10 febbraio 1947 viene firmato a Parigi il Trattato di pace fra l’Italia e le Potenze vincitrici.

Per effetto del trattato furono tolte all’Italia e annesse alla Iugoslavia Pola e provincia con tutta l’Istria (tranne Trieste), le città di Fiume e Zara e alcune isole della Dalmazia. Località con le quali noi di Vieste avevamo avuto da sempre rapporti commerciali a mezzo dei nostri bastimentini chiamati trabaccoli.

Gli italiani che vi abitavano scelsero in massa di restare italiani, abbandonarono le loro case, la sistemazione, i beni e vennero nella penisola. Inizialmente furono accolti in campi profughi allestiti in fretta e alla meglio, così come fu possibile nell’Italia disastrata di allora, poi gradatamente s’inserirono nelle sue città, a ricominciare la vita, tutto daccapo. Parecchi se ne andarono all’estero, particolarmente in Argentina, Canada, Australia.

Quando i partigiani di Tito entrarono in quelle città e paesi compirono spietate esecuzioni fra i pochi italiani rimasti. A Trieste, che tennero da occupatori per 40 giorni, prima di essere fatti sgombrare dagli inglesi, uccisero e gettarono i corpi delle vittime nelle foibe, le fosse carsiche diventate tristemente note per l’eccidio che lì fu compiuto. Si parla di 5000 italiani giustiziati. Tra essi tre viestani agenti di Pubblica Sicurezza: Vescera Vincenzo, a Trieste, Cavaliere Francesco a Gorizia e Ascoli Vincenzo, a Zara.

Per molti anni dopo la guerra, di quella tragedia l’Italia ufficiale ha parlato poco o niente, anche per l’influenza del comunismo di casa nostra, che non voleva attriti con la Iugoslavia comunista di Tito. Poi, in questi ultimi anni, qualcosa è cambiato nella considerazione storica di quei fatti da parte della nostra classe politica, cosicché nel 2003 è stata istituita la Giornata del Ricordo, fissata al 10 febbraio, In detto giorno, nel 2007, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, uomo al di sopra di ogni sospetto, data la parte politica di provenienza e l’onestà intellettuale da tutti riconosciutagli, ricorrendo il sessantesimo anniversario della firma del trattato, ha condannato il lungo silenzio sulla tragedia delle foibe e dell’esodo degli italiani dalle ricordate province, silenzio mantenuto “per pregiudiziali ideologiche e cecità politica – sono sue parole – e per calcoli diplomatici e convenienze internazionali”. Una convinzione ribadita ancora il 10 febbraio 2010.

Con la resa del Giappone, annunciata dalla radio nipponica il 10 agosto 1945, aveva termine la seconda guerra mondiale.

La pace e le novità

Cominciava la pace. In quel momento, gli adolescenti dell’inizio della guerra, e quelli con qualche anno in più o in meno, ci trovavamo a quel passaggio cruciale della vita in cui, come aveva notato Joseph Conrad, “si avverte che la regione della prima giovinezza è ormai alle spalle”.

 La ritrovata unità d’Italia genera un grande movimento nella popolazione di Vieste. Famiglie venute qui durante la guerra per sfuggire ai bombardamenti aerei delle grandi città, che adesso ripartono per le loro case; ex combattenti che tornano dal fronte e dai campi di prigionia, un po’ spaesati nei primi momenti, ma presto coinvolti nei problemi del presente, tra i quali primeggia quello dell’occupazione; artigiani e operai che cominciano a emigrare verso le città dell’Alta Italia, dove c’è più certezza del lavoro e, si dice, migliori compensi; affermati commercianti che riprendono i rapporti con i corrispondenti delle città da cui si era rimasti separati e nuovi operatori che entrano nel settore, dove il ramo che ha maggiore successo è il trasporto e la vendita dell’olio. Dei veterani di questo commercio ho presente i cugini Dirodi Natale, omonimi, ma ditte separate, che vi si dedicano da sempre e per discendenza; dei novizi Dirodi Michele (detto Maichino) e il fratello Santino, Maiorano Gigino con i fratelli Gaetano e Michele. Mi scuso con chi non ricordo. Per parecchi anni rifornirono di olio i rivenditori di quelle città, attivandosi in una specie di porta a porta. Poi i tempi sono cambiati. Ora, dei commercianti d’olio viestani, se non vado errato è rimasto solo e in limitata quantità il figlio di Maichino Dirodi, Gino (Girolamo all’anagrafe).

 Nella ritrovata pace, qualcosa è cambiata nella mentalità dei cittadini. Alle scuole elementari adesso arrivano tutti i bambini in età scolare. I genitori, anche i più sprovveduti, ci mandano i figli. Le classi, inizialmente superaffollate, anno dopo anno vengono aumentate di numero. Di fatto si è dato il via a debellare l’analfabetismo.

6 – (continua)

Ludovico Ragno

Il Faro settimanale


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