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I PRESEPI NAPOLETANI DEL PRINCIPE DI ISCHITELLA (E PESCHICI)

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I presepi allestiti nei palazzi nobiliari di Napoli erano qualcosa di unico. La meraviglia delle scene costruite con ricchezza di particolari, la plasticità dei volti dei pastori, attiravano un pubblico numeroso e di ogni estrazione sociale, suscitando nei visitatori “diletto e meraviglia”. Il tutto con una ricchezza inaudita di sete e stoffe, gioielli, ori ed argenti che dovevano dimostrare lo status socio-economico del nobile casato che allestiva il presepe.

Le cronache della «Gazzetta di Napoli» citano a più riprese, durante il periodo austriaco (1707-1734), la visita dei Vicerè ai presepi napoletani. È singolare apprendere che il più celebre presepe in città era quello di Emanuele Pinto, principe di Ischitella (FG). In un articolo è riportata la notizia che l’ultima Viceregina austriaca, «vi andò preceduta da un drappello di guardie tedesche ed accompagnata da alcune dame.
Il principe e la principessa d’Ischitella la ricevettero ai piedi della scala ed era con loro anche l’architetto del presepe, Desiderio de Bonis». La viceregina restò incantata dal magnifico corteo dei Re Magi.
Ancora oggi, quando si parla dei personaggi che hanno dato lustro alle città del Meridione, la famiglia Pinto viene ricordata nelle conferenze che hanno per tema la storia e l’araldica.

Di origine portoghese, la famiglia apparteneva all’Ordine di Avis, corrispondente portoghese del nobilissimo Ordine di Calatrava, uno dei quattro Ordini Nobiliari più prestigiosi di Spagna. I Pinto che si trasferirono a Napoli (probabilmente per sfuggire al famigerato tribunale dell’Inquisizione), aggregati al Patriziato del Seggio di Porto, dopo l’abolizione dei Sedili (1800), furono iscritti nel Libro d’Oro Napoletano. Nel 1671 Luigi Emanuele Pinto y Mendoza acquistò dalla famiglia Turbolo i feudi di Ischitella e Peschici, in provincia di Capitanata, e nel 1681 fu insignito dei titoli di principe di Ischitella e barone di Peschici.
Francesco Emanuele Pinto (Napoli,1697 † ivi 1767), marchese di San Giuliano, terzo principe di Ischitella e terzo barone di Peschici (nel 1728 insignito anche del titolo di principe nel cognome), nel 1718 aveva sposato in prime nozze Giulia Caracciolo, e nel 1738 in seconde nozze Zenobia Miroballo.

Il principe, molto religioso ed osservante della novena del Santo Natale, era un raffinato collezionista di presepi. Ne aveva di ogni materiale e disposti in ogni stanza del sontuoso palazzo di Napoli, considerato all’epoca uno dei più ambiti salotti della città per l’assidua presenza di artisti e letterati, e per l’ingente raccolta di opere d’arte. Gli allestimenti, fatti eseguire nel suo palazzo a Chiaia nella prima metà del Settecento, dovettero essere qualcosa “di inusitato” anche per un pubblico avvezzo a questo genere di “sacre figurazioni”, al punto che ancora alla fine del Settecento ne restava memoria. Nel Natale del 1733 ne aveva diretto l’allestimento il citato architetto Desiderio de Bonis, un artista oggi quasi sconosciuto, ma che fu il più quotato “specialista” del genere.

Pietro Napoli Signorelli, autorevole fonte sulla storia del presepe, alla fine del Settecento, lamenta la progressiva dispersione e gli smembramenti già in atto delle collezioni presepiali napoletane antiche, tra cui quella un tempo appartenente ai Pinto: «Sontuoso e magnifico in tutte le sue parti era il presepe che vedevasi in casa del principe d’Ischitella, lodandosi con ispecialità l’eccellenza de’ pastori lavorati dà più celebri scultori e la pompa e la ricchezza indicibile del corteo dei magi e la gloria che componevano un tutto per ogni riguardo eccellente. Ma tutto è terminato né credo che alcun frammento più sussista di così splendida suppellettile».

Il fatto che il principe Pinto, fin dal 1765, sia stato costretto ad impegnare i gioielli dei Magi e gli ori delle popolane del suo presepe denota la natura precaria delle imponenti costruzioni presepiali che erano nate, più che dalla devozione natalizia e da scopi religiosi o mistici, per la funzionale esigenza di consolidare, attraverso l’ostentazione, il prestigio personale raggiunto dalle grandi famiglie napoletane.

Nel corso dell’Ottocento, molti presepi furono progressivamente smembrati e i Perrone, grandi appassionati di presepi, ne acquistarono i migliori esemplari, una parte dei quali confluì nella Raccolta Perrone, oggi custodita nel Museo della Certosa di San Martino. Lo storico Gian Giotto Borrelli, nel volume “Pastori e Presepe napoletano” (Elio de Rosa editore, Napoli 1998) ricorda che nello sterminato inventario (apprezzo) dei beni del Principe, redatto a Napoli nell’ottobre del 1767, pochi giorni dopo la sua morte, compaiono undici presepi di ogni dimensione e materiale, dal legno di bosso intagliato alla cera modellata, dallo stagno dipinto alla terracotta.

Ad un certo punto del documento si riporta la seguente notazione: «In tre stanze consecutive è piantato il Presepe grande con tutti i pastori». Probabilmente era quello composto dalle “figure” acquistate dal principe nel 1743-44 per l’ingente somma di oltre 2.000 ducati».

I redattori dell’inventario reperirono in un altro ambiente del palazzo, precisamente «nel camerino dove dormono le Donne detto de’ Pastori», una serie di oggetti che oggi suscitano grande curiosità. Si trattava di gruppi di figure e di pezzi di scenografie custodite in casse:

«una carrozza ricca a due cavalli con un Cardinale dentro, e Vescovi, una stanza con moltissimi personaggi in piccolo di creta, che fanno diverse azioni” (forse un bozzetto per un presepe), un Baroccio a quattro cavalli tinto di verde con un Cavaliere di Malta dentro, un volantino a due cavalli con due volanti alli lati, e servidori dietro con la livrea di Policastro, e li cavalli sono di capezza di moro, un carro con due botti sopra, e due personaggi, e due bovi, un milordo a cavallo».

Vi erano inoltre scene che riproducevano una cella del Monastero di S. Chiara con diversi personaggi, e ornamenti, la guglia di S. Gennaro di sughero colorato, un ospizio con diversi personaggi, e la sua cappella, un monastero di campagna con vari personaggi, e la sua cappella, e così via.

I pezzi citati nell’inventario del 1767 dovevano far parte, probabilmente, del presepe più antico ideato dal de Bonis, e che non aveva trovato posto in quello montato successivamente nel palazzo dei Pinto.

Emanuele Pinto morì indebitato nel 1767. I suoi creditori sequestrarono il feudo di Peschici e concorsero sul feudo di Ischitella. Oltre alla passione per i presepi, il Principe nutrì quella per l’arte ed il giardinaggio: fu un vero esteta. Lasciò sul Gargano notevoli palazzi ed opere artistiche di indiscutibile valore. Nel 1714 aveva restaurato l’antico castello di Ischitella (oggi Palazzo Ventrella), arricchendolo con una facciata monumentale e con finestre elegantissime; vi aggiunse alcune stanze al primo piano ed innalzò il secondo piano.

Nel 1735 restaurò il castello di Peschici, che ancora oggi è possibile ammirare per la posizione a picco sulla Rupe e per l’imponenza della costruzione. In Campania, il giardino di Palazzo Pagano di Quadrelle (Avellino) conserva ancora oggi la geometria, le fontane, le mura, le specie botaniche volute dal Principe di Ischitella, che ne fu il feudatario.

Ritornando ai presepi dei Pinto e delle altre famiglie nobiliari, che si rinnovavano ogni anno nel chiuso dei palazzi nobiliari e per la gioia esclusiva di pochi, essi furono un divertissement profano, da ricchi, riservato ad una ristretta élite che poteva permettersi il lusso di investire il suo danaro in quell’arte multiforme cui concorrevano artefici specializzati. Molto probabilmente il popolo di Napoli non vi si riconosceva affatto, perché erano, in fondo, un’invenzione delle classi colte committenti, mediata dalla fervida creatività dei grandi artisti del barocco.

Quel popolo di pupi vestiva stoffe sontuose degne della corte borbonica; sprizzava soddisfazione e contentezza in ogni situazione, aveva rimosso la negatività, la miseria e l’abiezione in cui vivevano le plebi napoletane; talvolta le sembianze stesse dei pupi ritraevano quelle dei loro nobili committenti (era una vera sciccheria avere il proprio ritratto in miniatura nel presepio di casa); la stessa regina Maria Carolina pare sia stata ritratta in una contadina del presepe della collezione Catello. In tal senso il presepe napoletano fu, oltre che un “divertissement” o hobby di corte, anche un “instrumentum regni” dei Borboni verso il popolo suddito, vezzosamente rappresentato e blandito proprio dalle classi dominanti.

Teresa Maria Rauzino


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