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VIESTE/ VIAGGIO NEGLI ANNI DAL 1943 AL 2013. GLI ANNI SETTANTA (20)

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Elezioni comunali del 13 giugno 1971

Alle elezioni comunali del 7 giugno 1970, a Vieste si ebbe l’exploit del PSDI che conquistava 4 seggi. Un record che non toccherà più. Anche il PCI faceva un balzo in avanti portandosi a 10 seggi. Usciva ridimensionata la DC che si fermava a 13 seggi. Gli altri 3 andavano al PSI. L’intransigente opposizione del PSDI al candidato d.c. alla carica di sindaco, Giovanni Latorre, e la contemporanea indisponibilità dello stesso partito a comporre l’Amministrazione Comunale insieme al PCI, portarono allo scioglimento di quel consiglio.

Ad amministrare il Comune venne inviato il viceprefetto Federico Alberico, il quale rimase in carica fino alle nuove elezioni.

 Dopo un anno di gestione commissariale, si ripeterono le elezioni comunali. La DC risalì a 15 seggi, il PCI mantenne i suoi 10, il PSDI scese a 3, e 1 ciascuno presero il MSI e il PSI:

Consiglieri eletti, ed elencati ancora in base alle preferenze.

*1Latorre Giannangelo
2Ragno Ludovico
3Bosco Lorenzo
4Troiano Alessandro
5Pastorella Carlantonio
6Cariglia Giovanni
7Mendiola Giovanni
8Rosiello Nicola
9Polidoro Mario
10Notarangelo Gaetano
11Fasani Luigi
12Nobile Giuseppe
13Calderisi Giuseppe
14Vario Giorgio
15Solitro Vincenzo
*16Nardella Domenico
17Dirodi Nicola
18Santoro Raffaele
19Scala Nicola Maria
20Totaro Matteo
21Marchetti Camillo
22Di Candia Lorenzo
23Azzarone Giuseppe
24Ruggieri Vincenzo
25Santoro Pietro
*26Olivieri Giuseppe
27Falcone Pasquale
28Stolfa Guido,
*29Caruso Vincenzo
30Montalbano Francesco

Sindaco: Latorre Giannangelo. Assessori: Notarangelo Gaetano (vicesindaco), Troiano Alessandro, Cariglia Giovanni, Montalbano Francesco, Polidoro Mario, Solitro Vincenzo.

L’Amministrazione viene formata da DC e PSI, ed è la prima combinazione di centrosinistra al Comune di Vieste. Ridiviene sindaco Giovanni Latorre. Quella combinazione dura poco. Un anno dopo se ne esce il PSI ed entra il PSDI. Al dimissionario Montalbano subentra Stolfa Guido del PSDI. Due anni dopo Dirodi Girolamo subentra a Stolfa dimessosi anche da consigliere. Si dimette l’assessore Polidoro sostituito da Falcone Pasquale.  La rinnovata compagine resta in carica sino alla scadenza naturale del ciclo amministrativo, il 1976.

I piani urbanistici

Tra gli impegni dell’Amministrazione Comunale di questo periodo emerge su tutti, la regolamentazione edilizia: Piano Regolatore Generale (in sigla P.R.G.) e Programma di Fabbricazione (P.d.F.)

Un primo P.R.G. commissionato nel 1959 non era stato approvato; stessa sorte era toccata a un secondo P.R.G. nel 1962 e al terzo nel 1968. Volta per volta i Piani venivano vagliati e scandagliati nei loro segni e disegni cogniti e supposti; ci furono assemblee di categorie, di partiti e, naturalmente, dei consigli comunali. Piovevano le critiche. Più o meno sempre le stesse: di essere troppo restrittivi per l’edilizia, di porre eccessivi vincoli sul territorio, di favorire alcuni proprietari di terreni (questo non lo dicevano solo i proprietari coltivatori diretti). Nel 1968, da parte di coloro che volevano mandare a picco il P.R.G., ma non volevano apparire retrogradi in fatto di assetto del territorio, si invocò – e la proposta trovò larghi consensi – un Programma di Fabbricazione. Che è un strumento urbanistico riduttivo rispetto al P.R.G, ma non troppo come forse pensavano i proponenti. Il P.d.F. fu redatto e, dopo aver superato più d’uno scoglio, ebbe l’adozione definitiva dal consiglio comunale nel 1972.

I nuovi rioni e la 167

Il provvedimento che in questo quinquennio impegnò maggiormente l’Amministrazione comunale, fu l’attuazione nel nostro comune della legge 167 del 1962 per l’edilizia economica e popolare. Nel seguito di queste pagine, quando dovremo menzionarla ancora, l’indicheremo solo col suo numero: la “167”.

Negli anni 60 e 70 ad iniziativa di imprenditori privati erano sorti due nuovi rioni, uno nella zona Fontana Vecchia, tra Via Giovanni XXIII e lungomare Europa, e l’altro nella zona Madonna della Libera-Carmine, intorno all’omonima chiesa. Grazie anche agli introiti del turismo. Ma c’erano ancora molte famiglie il cui reddito non consentiva loro di acquistare una casa da finir di pagare entro la fine dei lavori o poco dopo.

In quanto all’edilizia popolare erano state realizzate in momenti diversi, da Enti diversi, una quindicina di palazzine distribuite qua e là nell’immediata periferia dell’abitato.

C’era ancora da utilizzare la legge 167. Questa dava al Comune la possibilità di programmare il fabbisogno di case per i cittadini residenti che non ne avevano di proprietà, nonché di espropriare i terreni occorrenti e ripartirli per tre tipi di interventi edilizi, con lotti da assegnare: a cooperative di cittadini aventi i requisiti prescritti (ai quali erano concessi mutui a tasso agevolato), ad imprenditori privati convenzionati e all’Istituto Case Popolari (per costruire palazzine da dare in affitto a famiglie prive del reddito necessario per accedere ai mutui).

La scelta dell’area per la 167 fu piuttosto travagliata e laboriosa, e impegnò il consiglio comunale in più sedute. Il fatto è che quando si parla di esproprio, le persone che ne sono toccate vanno in fibrillazione e si danno da fare per evitarlo. Se ne discusse in più sedute.

 Col deliberato, in data 28 luglio 1974, venne finalmente indicata l’area su cui realizzare le costruzioni previste dalla 167: ettari 7,5 nella contrada Pantanello, già dichiarata edificabile dal vigente Programma di Fabbricazione.

 Per i successivi adempimenti occorse l’impegno di ancora due amministrazioni, quella guidata dal sindaco Raffaele Santoro e la successiva guidata da chi scrive queste note.

Venne anche realizzato un importante programma d’interventi a favore della campagna, programma comprendente la sistemazione di molte strade interpoderali, che furono bitumate, e l’attuazione di opere idrauliche nell’area Palude Mezzane-Molinella. In quest’area di circa 30 ettari coltivati ad ortaggi, fu ampliato il canale di deflusso delle acque piovane provenienti dai dintorni, così da evitare l’allagamento dei terreni, causato più di una volta da piogge insistenti e/o temporalesche, inoltre furono eseguite opere alla foce dello stesso canale atte ad evitare che il mare agitato potesse impedire l’uscita dell’acqua in mare.

Carnevale e le maschere

Fino alla metà degli Anni Quaranta, a Vieste le maschere eleganti, tipiche di altri luoghi, non s’erano mai viste. Appartenevano alla tradizione i balli in famiglia e, nell’ultima settimana, il fantoccio di paglia personificante carnevale appeso al muro, a un paio di metri d’altezza. La sera dell’ultimo giorno moriva carnevale. Gli si faceva il funerale. Il fantoccio veniva portato in processione accompagnato da cori di finte lamentazioni per essere dato infine alle fiamme nella fanoia (falò). I ragazzi più grandi avevano raccolto casa per casa la legna necessaria per alimentarla.

In quanto alle maschere, prima della Guerra poteva capitare d’incontrare qualche burlone vestito in maniera strampalata, tipo indossare la giacca a rovescio e roba del genere. A partire dalla fine degli Anni Quaranta si è cominciato ad incontrare maschere più elaborate, anche ben vestite, come la memorabile sfilata di eleganti giovani ragazze e ragazzi su Corso Lorenzo Fazzini e la fotografia qui inserita di studenti e alcuni professori del ginnasio di Vieste.

Attualmente mascherate se ne fanno tra i bambini delle scuole dell’infanzia e delle elementari e se ne vedono anche nella villa comunale la mattina delle ultime due o tre domeniche del periodo.

20 – (continua)

Ludovico Ragno

Il Faro settimanale


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