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L’EREDITÀ STORICA IN CAPITANATA: IL VICEREAME SPAGNOLO DI NAPOLI

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La Spagna, rappresentata nelle due Sicilie da governi alternantisi di Viceré, riuscì in provincia di Capitanata a domare i Baroni, la cui insubordinazione era una delle piaghe, dei due Regni, mediante il saggio uso, a seconda dei casi, del bastone e della carota. Ma i diritti e le usurpazioni, come pure le basi economiche delle loro baronie, re­starono tali e quali che sotto gli Ara­gonesi; continuarono perciò a per­sistere molti mali, formanti quella zavorra che tenacemente rimaneva attaccata al pur tramontato ordine medioevale.

Essi consistevano, salvo pochi casi: in una forte pres­sione esercitata sui sudditi, pressione alla quale questi ultimi riuscivano a sottrarsi soltanto con l’abbandono della campagna, il che di fat­to spesso avvenne; nell’arbitrio di una giurisdizione che, in tutte le liti fra datore di lavoro e prestatore d’opera, faceva comparire il con­venuto, nella maggior parte dei casi, anche come giudi­ce; nei diritti di prelazione, di bando, di costrizione, che si prestavano a ogni specie di sopraffazione.

Esisteva, per esempio, l’obbligo di usare, natural­mente dietro compenso, il mulino, il frantoio, la concia, gli alberghi, etc., del Barone, in cui il suddito era preso per il collo in vari modi; il diritto di prelazione s’estendeva soprattutto al grano che il signore soleva accaparrarsi, al prezzo più basso, dopo il raccol­to e usava rivendere o esportare, facendoci un lauto guadagno, non appena l’offerta sulla piazza dive­niva minore. Persino lo “jus primae noctis”, trasformato già abbastanza presto in un cespite di denaro, non era scomparso.

Abusi, difficilmente eliminabili, si notavano nella riscossione delle imposte. A porvi riparo provvide il censimento fiscale ordinato dal Vi­ceré Don Pietro Antonio de Aragona negli anni 1669-70, il che ci consen­te di trarne alcuni dati estremamen­te interessanti.

Barinìe di Capitanata

La provincia di Capitanata anno­verava le seguenti famiglie di Baro­ni e altri feudatari: Alciati, Amendo­la, Bartirotto, Beamonte, Brancia, Canale, Capece, Caracciolo, Caropreso, Carovita, Carrafa, Cataneo, Cavaniglia, Ceva Grimaldi, Colucci, Corigliano, d’Avalos, de’Capua, de Castellet, de Gennaro, de Guevara, de Leyva, de Loffredo, de Luca, de Palma, de Ponte, de Ranuccinis, de Sangro, de Somma, de Stefano, d’Oria, Gaetani, Gagliardi, Galasso, Gambacorta, Gonsaga, Greco, Gri­maldi, Iorillo, Marullo, Miroballo, Montalto, Montalvo, Mormile, Mottola, Muscettola, Pignatelli, Pignatiello, Provenzale, Rafecchia, Ri­metto, Sacchetti, Saggese, Salone, Silverio, Spina, Spinelli, Spuiz, Tantolo, Todaro, Turbolo, Vargas, Visco, Vitagliano, vopisco e Ximenes de Urrea. A esse vanno aggiunte la Badia di S. Bartolomeo in Galdo e le Università di Goglionise e Troia. Risultavano loro infeudate le se­guenti “terre”, delle quali indichia­mo il numero degli abitanti solo quando superiore a 1.000: Alberona, Apricena, Ascoli (ab. 1.905), Baselice, Bovino (ab. 1.805), Cagnano (ab. 1.520), Campo Marino, Candela, Carpino (ab. 1.115), Casalnuovo, Castelluccio degli Schiavi (ab. 1.060), Castelluccio dei Sauri, Castel Paga­no, Castel Vetere, Celenza, Cercello, Cerignola (ab. 1.440), Cerza Mag­giore, Colle, Colletorto (ab. 1.080), Deliceto (ab. 1.280), Ferrazzano,- Fojano, Guglionise (ab. 1.200), Gui­done, Ielsi, Ischitella (ab. 1.375), Larino, Lucera (ab. 6.120), Macchia, Manfredonia (ab. 1.865), Monaci Liuni, Mongilfuni, Montaguto, Monteleone, Montelongo, Montenegro (ab. 1.020), Monte S. Angelo (ab. 2.780), Motta di Monte Corvino, Orsara (ab. 1.360), Panni, Peschi­ci, Pietracatiello (ab. 1.320) , Pietra di Monte Corvino, Porto Cannone, Rignano, Rodi, Roseto, Rotello, S. Bartolomeo in Galdo (ab. 1.370), S. Giovanni Rotondo (ab. 2.300), S. Giuliano, S. Marco della Catola, S. Martino, S. Nicandro (ab. 2.910), S. Paolo di Civitate, S. Severo ( ab. 2.590), Sant’Agata (ab. 1.705), S. Elia (ab. 1.235), Serra Capriola (ab. 2.765), Termoli, Torre Maggiore (ab. 1.675), Troia (ab. 2.505), Tufara, Venafro, Vico (ab. 2.590), Volturara e Volturino.

Risultavano invece esenti da ogni gravame feudale: Casal di Carlantino, Casal di S. Agata, Casal di Vico, Casal Vecchio, Chieuti, Fog­gia ( ab. 5.925), Lesina, Petacciata, S. Jacovo, S. Marco in Lamis (ab.1.550), S. Croce, Ururi e Vieste (ab.2.210).

Nasce la potente classe degli avvocati

Dalle liti per i possessi demania­li non bene delimitati, nelle quali la nobiltà s’impelagava continuamen­te, traeva i mezzi di sussistenza una classe di avvocati d’origine borghe­se. Questa classe doveva divenire in breve tempo uno dei gruppi più numerosi e influenti d’una borghe­sia che, oltre a prender piede nell’agricoltura, s’af­fermò anche nell’industria e nel commercio. E’ testimoniato, a tal proposito, il motto di spirito del Duca di Braunschweig, alla fine del sec XVIII, che diceva che per fare fortuna in Prussia bastava essere soldato, a Roma prete e nel Regno di Napoli, per procacciar­si un alto grado sociale e ricchezze, bastava essere avvocato.

Una parte di questi ele­menti energici e favoriti dal successo, che non guarda­va troppo per il sottile nella scelta dei mezzi da usare, non esitò, gareggiando in Capitanata con la classe dei nobili, a mettersi alla pari con essa, sia per la ricchezza che anche per la pro­prietà terriera e per il titolo, più o meno brillante, che le era annes­so. Dall’appagare tale ambizione la Corona traeva un forte reddito e i beneficiati ne andavano a godere, oltre a un vantaggio sociale, anche un sensibile alleggerimento delle tasse. Alla fine del sec. XVI il tito­lo di Principe costava 20.000 scu­di, quello di Duca 15.000, quello di Marchese 10.000, quello di Conte 5.000. Sembra che a volte le richie­ste annue di titoli siano ammontate a 500.000 scudi (uno scudo equivar­rebbe oggi a 5.375 euro).

E’ naturale che l’innalzamento del ceto borghese, per vantaggioso che risultasse a un rinnovamento

del sangue della stessa nobiltà, non facesse che defraudare il terzo stato delle sue migliori energie, cosicché gli elementi superstiti, indeboliti in numero e qualità, non erano più in grado di curare con la necessaria fermezza gli interessi della propria classe. Comunque, le divisioni nella stessa nobiltà, il bisogno d’appog­gio del clero e il crescere in ricchez­za e in considerazione d’una classe borghese offrivano alla Corona il desiderato appiglio per una politi­ca di equilibrio tra le classi più alte e il basso popolo, politica che nei momenti di dissidio fra i ceti supe­riori e il popolo minuto essa sapeva usare con perfetta maestria. Que­sto “divide et impera” assicurò, da un lato, alla Corona la pace in pro­vincia, dall’altro le sottrasse ogni sicuro appoggio politico nel caso di complicazioni. Dannosissimo si dimostrò il susseguirsi di ben 60 Vi­ceré in soli 230 anni, onde la durata media del loro governo oscillò tra i tre e i quattro anni, il che diede alla conduzione dei pubblici affari un carattere di instabilità e fece sorge­re nei detentori locali del potere la tentazione quasi irresistibile di fare a gara nell’ammassare ricchezze e di procurarsi, con servizi che anda­vano a detrimento della provincia, il favore della napoletana Corte vi­cereale.

I rapporti tesi tra Napoli e Foggia

Per quanto riguarda i rapporti di politica economica fra Napoli e la Capitanata, la situazione di questa provincia non era dissimile da quel­la di Terra di Bari e Terra d’Otranto; anzi alla Capitanata, che altro non era se non una delle pedine della grande scacchiera dei possedimen­ti spagnoli, toccò di sperimentare doppiamente le grette vedute di un’amministrazione, la cui capacità fu soltanto quella di prosciugare le fonti di ricchezza e mai di alimen­tarle o di farle aumentare. Invece di usare come bussola il progresso delle industrie legate alla cerealicoltura e alla pastorizia transumante, seguendo i dettami della dottrina mercantilista allora in auge, essa riteneva suo unico compito applicare, usando una politica oltre che cieca anche odiosa, cumuli di tasse che esaurivano la provincia, mo­strandosi così abile soltanto ad am­mazzare la gallina prima che avesse deposto l’uovo. Una nuova imposta applicata alla fine del sec;. XVI sul­l’esportazione della seta (che non solo impedì improvvisamente ogni esportazione, ma fece sì che tanto questa quanto tutte le altre imposte già esistenti rendessero ormai un bel nulla) determinò un regresso in un’industria fin allora abbastanza fiorente, portandola a circa un quin­to della produzione originaria: una prova chiara dell’assenza di meto­do, della ristrettezza di vedute, del­la insipienza con la quale venivano istituite simili imposte. Ancora nel tardo sec. XVIII, l’esazione di dazi interni, vera rovina dell’economia dauna e garganica, era giunta a un punto tale per cui si verificava il fatto che la seta grezza della Capi­tanata, al suo arrivo sulla piazza di Napoli, si trascinava dietro un peso di imposte che superava quasi della metà quello della merce d’importa­zione, il che non incoraggiava certo ad ampliare e neppure a mantenere in vita la produzione interna! Tutte le volte che, sia tecnicamente che economicamente, qualcosa di nuo­vo cominciava ad aver prospera vita, come, per esempio, un tentato perfezionamento dei frantoi, rim­pianto di gelsi, la cultura del cotone in agro di Apricena, dove non era prima praticata, il fisco fece valere le proprie ragioni, soffocando con la sua mano pesante qualsiasi ini­ziativa e impedendo ogni tentativo di innovazione e di miglioramento, esponendolo anzi perfino al ridi­colo. Per completare il malanno tutte le imposte, tutti i dazi e tutti i monopoli continuavano a esser dati in affitto o in feudo e il diritto di loro riscossone finì con l’equiva­lere a un vero e proprio diritto di oppressione, del quelle il contadino fu naturalmente vittima, sulle sue spalle essendo finiti per riversarsi tutti i pesi. Inoltre, la lotta contro il contrabbando e il mercato nero, naturale difesa dalla inevitabile ca­restia, fu causa di ulteriori aggravi. Il fiscalismo spingeva la corrente dei prodotti in una direzione diame­tralmente opposta a quella consona ai precetti mercantilistici: invece di favorire l’esportazione di manufat­ti e impedire quella del materiale grezzo se nella provincia esisteva la possibilità di lavorarlo, la Capitana­ta doveva esportare il suo grano, i suoi cereali, il suo olio, le sue frutta e le sue fibre tessili, allo stato grez­zo, per reimportarli lavorati. Tasse e dazi abbatterono ogni attività industriale propria, al punto che, nella maggior parte dei casi, questa non fu più in grado di sostenere la concorrenza con la merce forestie­ra gravata da una doppia spesa di trasporto e da un doppio dispendio commerciale.

Perfino il commercio interno era caduto in mano a Genovesi, Lom­bardi, Toscani e Veneziani e tutto ciò che restava di un traffico marit­timo proprio veniva dato, a Man­fredonia e Vieste, come del resto sui litorali delle Terre di Bari e Otranto, mediante con­cessioni, a Francesi, Inglesi e Olan­desi.

Tale situazione si protraeva an­cora nel tardo sec. XVIII.

Emilio Benvenuto


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