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MANFREDONIA/ PESCA, LA CRISI E’ SENZA VIE D’USCITA DISERTATO IL SORTEGGIO PER LE SEPPIE. PER IL QUARTO ANNO CONSECUTIVO GLI OPERATORI DEL GOLFO RINUNCIANO

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La pesca delle seppie nel golfo di Manfredonia, è praticata dai sipontini sin dai tempi più remoti. Dall’an­tica Siponto il cui toponimo si fa derivare da “sepia” (in latino come in greco per via del liquido nero che emana per proteggersi) ininterrottamente fino ai giorni nostri.

Notizie di quella pesca, prevalentemente stagionale quando la primavera si sosti­tuisce all’inverno, le dà addirittura Ci­cerone. Da marzo a giugno le seppie a branchi numerosi si indirizzano verso l’arco costiero del golfo, con particolare af­follamento sul tratto sipontino. L’abbon­danza era tale da richiamare anche pe­scatori di altre zone tant’è che è stato necessario regolamentarne la pesca effet­tuata col metodo delle “reti da posta” posizionate parallelamente alla costa a mo’ di barriera nelle quali le seppie si im­pigliavano. La corsa era a occupare i tratti di mare più prossimi alla riva. Di qui contese e liti talvolta anche cruenti. Nei secoli si sono susseguiti ordinanze e decreti mirati a dare ordine e legalità a quel tipo di pesca. Risale alla seconda metà del ‘400 ed è tuttora vigente, il criterio di suddividere virtual­mente lo specchio di mare sipontino, in settori (tipo appezzamenti agricoli), da as­segnare con sorteggio pubblico sotto il controllo dell’autorità marittima, ai pe­scatori della “piccola pesca” autorizzati. La tradizione vuole che il sorteggio av­venga il 19 marzo, festività di san Giuseppe, presso la Capitaneria di porto. Una tra­dizione che si è incrinata. Sono quattro anni che i pescatori di Manfredonia di­sertano il sorteggio. Quest’anno hanno par­tecipato solo 21 pescatori di Zapponeta rappresentate da cinque cooperative di Manfredonia, che si sono distribuiti i tratti di mare del litorale prospiciente Zappo­neta. Anche questa tradizione espressione di una categoria emblematica della città di re Manfredi, pare si sia persa nei meandri di ima città che ha smarrito l’orientamento, lasciata alla, deriva da governanti che evi­dentemente non hanno saputo, potuto o voluto mantenere e ancor più sviluppare il prestigio che merita. La rinuncia dei pe­scatori manfredoniani è imo dei tanti sin­tomi della oramai conclamata crisi che attraversa il settore pesca orsono una decina di anni. Un settore tradizionalmente portante dell’economia di un vasto ter­ritorio che dopo una crescita notevole, ha subito ima flessione che prosegue inar­restabile.

Il forte ridimensionamento della flotta peschereccia (da 600 a meno di 200 barche), il mercato ittico chiuso da quattro anni con tante difficoltà pendenti per riattivarlo, la forte contrazione degli addetti alla filiera pesca, politiche europee non idonee alle tipologie di pesca di prossimità come nell’Adriatico, situazioni particolari locali che si fanno ricondurre alle motivazioni che hanno causato lo scioglimento del Comune di Manfredonia (sono state in­terdette alcun e attività legate alla pesca), sono tra le cause che mortificano il set­tore. Un miscuglio di condizioni che hanno determinato il depauperamento di un set­tore che ancor oggi costituisce un forte cespite economico del valore di svariate decine di milioni di euro con sostanziali ripercussioni sul sociale. Un composito comparto rimasto abbandonato a sé stesso, che non è riuscito ad adeguarsi alle mo­derne esigenze di mercato, a cogliere l’au­torevolezza di realizzare un autogoverno che valorizzi le potenzialità delle sue no­tevoli risorse.

Michele Apollonio


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