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VIESTE/ VIAGGIO NEGLI ANNI DAL 1943 AL 2013. ANNI 70 – 80 (24)

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Le bancarelle dell’estate

Negli Anni 70 e 80, in tempo d’estate, una singolare nota di colore caratterizzò di sera il nostro centro cittadino, essenzialmente il Corso Lorenzo Fazzini, Viale Italia e Piazza del Fosso invasi da una lunga teoria di bancarelle più o meno bene illuminate, con esposizione e vendita di bigiotteria e cianfrusaglie varie. Per parecchi anni le bancarelle si piazzarono sul marciapiede di fronte al municipio, mentre su quello aderente al municipio si sistemarono pittori-venditori di quadri riproducenti scorci panoramici di Vieste, ritrattisti, una libreria ambulante ben fornita e gestita, insomma dei discreti richiami all’arte e alla cultura. Poi le bancarelle furono dirottate dall’autorità comunale sul Viale Italia, lato giardini di Marina Piccola, compresa la piazza antistante all’ex pescheria. Dopo alcuni anni vennero nuovamente spostate, nella Piazza del Fosso, dove rimasero cinque-sei anni. Verso la fine degli Anni 90, i civici amministratori ritennero fosse tempo che venissero lasciate sgombre strade e piazze, ed invitarono gli ambulanti delle sere d’estate a trovarsi una sistemazione nel centro storico dove c’erano molti locali disponibili: ex stalle, cantine, botteghe chiuse. Da allora sono tutti là, nella strada che dalla cattedrale degrada verso il Largo Seggio e da qui, attraverso via Mafrolla, verso San Francesco, in ambienti ripuliti, rifatti internamente, arredati e illuminati a dovere. Nelle stradine adiacenti vennero aperti esercizi di ristorazione.

Se quel folcloristico piccolo commercio era stato ben visto da turisti e cittadini, non era andato invece a genio ai negozianti locali. I quali, negli anni in cui gli ambulanti tenevano bottega sulle strade, ritenendo di venir da essi danneggiati, ad ogni inizio di stagione, come li vedevano arrivare ricorrevano all’autorità comunale perché ne vietasse l’attività.

Il commissario al Comune

Nell’estate del ’77, venuta meno la maggioranza a seguito della rottura verificatasi nel gruppo consigliare comunista, da cui se n’erano usciti quattro componenti, il dottor Domenico Nardella, D’Errico Pietro, Prencipe Pasquale e Di Vieste Celestino, non essendosene composta un’altra, il prefetto sciolse il consiglio e nominò commissario prefettizio il funzionario di Prefettura dott. Natale D’Agostino.

Questi, persona garbata e competente, gestì l’incarico con operosa sollecitudine, ascoltò i cittadini e usò chiedere l’opinione degli esponenti politici e sindacali locali sugli argomenti più importanti dei quali dovette occuparsi. Gliene va dato merito. Stette a Vieste fino a dicembre del ’78. Pochi anni dopo fu promosso prefetto.

Elezioni del 18 novembre 1978

Si giunse così alle nuove elezioni comunali. Oltre alle liste dei partiti tradizionali, questa volta vennero presentate due liste civiche.

Una dei commercianti. Era composta prevalentemente da democristiani irritati per essere rimasta inascoltata dalla civica Amministrazione la loro richiesta di adottare provvedimenti restrittivi nei riguardi degli ambulanti delle bancarelle che venivano qui d’estate. Fu eletto Vescera Leonardo, che era stato il più attivo sia nella protesta e sia nella formazione e presentazione della lista civica.

La seconda lista, scaturita dall’uscita di quattro consiglieri dal gruppo comunista della precedente Amministrazione, capeggiata dal dottor Domenico Nardella, contribuì a ridurre il già previsto calo di consensi al PCI, la cui rappresentanza scese da 11 a 5 consiglieri. La lista Nardella prese due seggi, uno occupato da lui stesso e l’altro da Celestino Di Vieste.

 Il quadro completo del consiglio comunale nuovo eletto, secondo i seggi assegnati a ciascuna lista, risultò così composto: DC 14, PCI 5. PSI 4, MSI-DN 2, PSDI 2, Lista civica Nardella 2, Lista civica commercianti 1. Formarono la maggioranza Dc, Psdi e Vescera Leonardo. Seguono nel riquadro i nomi degli eletti.

 Consiglieri eletti, 1979-83. in ordine alfabetico

1Armillotta Sante
2Cariglia Andrea
3Caruso Vincenzo di A.
4Caruso Vincenzo fu G.
5Del Giudice Michele
6Delpiano Pasquale
7Devita Giuseppe
8Dimauro Giuseppe
9Dirodi Girolamo
10Dirodi Nicola
11Dirodi Valentino
12Divieste Celestino
13Fasani Luigi
14Marchetti Camillo
15Marinelli Francesco
16Mastromatteo Francesco
17Nardella Domenicantonio
18Notarangelo Giulio Natale
19Patrone Gaetano
20Pecorelli Pasquale
21Piracci Giuseppe
22Pellegrino Giovanni
23Ragno Ludovico
24Santoro Raffaele
25Scala Nicolamaria
26Soldano Guido
27Starace Giovanni
28Totaro Matteo
29Vescera Leonardo
30Zintu Mario

Sindaco: Ragno Ludovico. Giunta: Soldano Guido (vicesindaco), Fasani Luigi, Marinelli Francesco, Starace Giovanni, Dirodi Valentino, Pecorelli Pasquale.

Pure questa Giunta e la sua maggioranza furono bersagliate dalle opposizioni di destra e di sinistra, che però non ebbero mai modo di incepparne l’attività, perché i componenti della Giunta, efficienti ed affiatati, con il concorso solidale del proprio gruppo consigliare seppero operare proficuamente. Ciò detto, va pure dato atto che vi furono frequenti occasioni in cui le opposizioni parteciparono positivamente alla formazione d’importanti decisioni del consiglio.

Con la costituzione delle Regioni (1971) quali enti territoriali autonomi, parecchie competenze, fino allora dei Ministeri, vennero devolute alle Regioni. Questo significò per le Amministrazioni Comunali trovarsi più vicini al centro decisionale e quindi avere più occasioni di approfondire situazioni e richieste e dare adeguate soluzioni ai problemi della comunità. Con questo non si vuol dire che tutto sia diventato semplice e facile, dato che c’era sempre da confrontarsi con i problemi finanziari e le procedure burocratiche, ma solo che ci fu una maggiore intesa.

I Diasio, vissi d’arte…

I viestani bene avanti negli anni ricordano certamente i fratelli Diasio, Gabriele, Michele e Luigi; i meno anziani li avranno forse sentiti nominare da chi li conobbe.

Figli di Fortunato, pittore-decoratore originario di Monte Sant’Angelo, furono noti durante tutta la prima metà del Novecento, nella stessa arte del padre. Ma anche per qualche caso curioso, come quello connesso con l’arte e un altro di genere diverso.

Il caso di Gabriele. Per competenza e affidabilità egli era il miglior pittore-decoratore sulla piazza. Qualche altro del mestiere, peraltro appreso da lui, gli stava un bel po’ dietro. Molte case di chi si poteva permetterne la spesa, avevano il soffitto o l’intelata sul soffitto dipinta da lui. Forse ne sopravvive ancora qualcuna.

Eppure, forse per scherzo o forse per cattiveria, da un certo giorno e in certe circostanze, lui vivente, cominciò a circolare una battuta.

Quando un tizio criticava un caio o qualcosa, in misura palesemente esagerata, tra la gente di piazza, chi non condivideva quella maldicenza, talora usava dire:“U diav-l è brutt, ma non accom u-ppett Diasij!”, il diavolo è brutto, ma non come lo dipinge Diasio!

Escludendo la gelosia professionale, per il motivo che ho detto prima, è pensabile che questa frase, presa sul serio, sia stata pronunciata per primo da qualche committente che non dovette restar contento dell’opera sua. Caso, questo, che può verificarsi senza colpa di nessuno, semplicemente per questione di gusti. È noto il detto secondo cui non c’è cuoco capace di cucinare un pasto che piaccia proprio a tutti.

Non so se Gabriele conosceva quella battuta. Ma, per quel tanto di bonomia che traspariva dal suo carattere, penso che pur se lo sapeva se ne infischiasse. Se un amico o altro conoscente gli dava l’imbeccata sul suo lavoro, lui, un po’ per celia e un po’ per non morire, declamava sorridendo “Vissi d’arte, vissi d’amore”, che sono le parole con cui inizia la celebre romanza cantata dal pittore innamorato, destinato a un tragico destino nell’opera Tosca di Puccini.

La civetteria di questa citazione l’aveva anche il fratello Michele, un uomo garbato, simpatico, arguto, degno di stima, col quale, occasionalmente, negli anni ’40 e ’50 ho fatto un po’ di conversazione nel suo negozio di articoli per pittori in Piazza del Fosso.

Gabriele, quand’io l’ho conosciuto, aveva già smesso di lavorare. Viveva in compagnia del suo unico figlio Nicola, professore di disegno nella locale scuola media e, quando ne aveva voglia, pittore anche lui, ma del nostro paesaggio ritratto in quadretti ad olio.

Forse una vena dello spirito d’artista c’era nei Diasio. Ho conosciuto bene il terzo fratello, Luigi, che viveva a Zara, lì trapiantatosi giovanissimo, regnando ancora l’Austria su quella città, divenuta italiana al termine della prima guerra mondiale. Pittore decoratore come il fratello Gabriele, si era sposato con una zaratina ed aveva esercitato il suo lavoro fino ai cinquant’anni o poco più, mentre la moglie gestiva una tabaccheria. Quando negli Anni Trenta altri viestani si stabilirono a Zara, lui, il nostro dialetto lo aveva dimenticato quasi del tutto. Di tanto in tanto s’incontrava con mio padre, erano pressoché coetanei, e una chiacchiera tira l’altra, una volta Luigi Diasio raccontò a papà il seguente episodio, occorsogli giunto che fu verso i sessant’anni.

Ritenendo che fosse tempo di pensare alla sistemazione del proprio corpo per quando l’anima l’avrebbe lasciato, decise di farsi costruire l’estrema dimora. Definito il progetto, ottenuta la concessione del suolo dal Comune, diede l’incarico del lavoro a un muratore di sua conoscenza. Iniziato che ebbe lo scavo, il muratore invitò il nostro Luigi a recarsi sul posto per definire alcuni particolari. Luigi vi si recò, scrutò il contesto in cui l’opera veniva ad inserirsi, e poi scese in quel tanto di scavo che era stato fatto. Si accese una sigaretta e prese a discutere col muratore dei particolari da chiarire. La moglie, signora Bianca, che lo aveva accompagnato, turbata dalla vista del marito lì dentro, mossa da comprensibile superstizione, passata la sorpresa, prese a sollecitarlo di venir fuori. Nel dialetto zaratino, che è sostanzialmente quello veneto, gli diceva: “Sorti fora, che porta mal”, esci fuori che porta male. Ma lui non se ne dava per inteso. Anzi se la rideva della paura muliebre, e le ribatteva: “Ma non dir monade”, ma non dire stupidaggini.

La superstizione della signora Bianca, alla resa dei conti, fu smentita dagli eventi che seguirono. Almeno per quanto riguarda il passaggio a miglior vita di lui e di lei. Che non avvenne né presto né a Zara. Sopravvenuta la guerra, investita la città di Zara tra il ’43 e il ’44 dai bombardamenti aerei, Luigi e la moglie e la maggior parte degli abitanti scampati dalle prime incursioni si trasferirono nella penisola distribuendosi nelle città e paesi del nord Italia.

Alla fine del conflitto, passata ormai Zara sotto la sovranità della Iugoslavia, Luigi Diasio e la signora Bianca, come altri viestani che ivi risiedevano, la mia famiglia compresa, se ne vennero a Vieste, dove erano ancora viventi i suoi due fratelli. Ma dopo tanti anni di lontananza, si sentiva ormai un estraneo nel suo paese. Per il che, cinque-sei mesi dopo gli anziani coniugi se ne andarono a Trieste, a stare insieme al loro unico figlio colà residente con la famiglia. Lì Luigi visse ancora parecchi anni. E lì, lontano dal posto al sole che si era fatto predisporre a Zara, posò le sua stanche membra.

Come si dice, l’uomo propone e Dio dispone.

Ultimo rampollo vivente dei Diasio di Vieste, è il figlio di Michele, l’ottuagenario Fortunato, persona a modo, di tutto rispetto, come lo furono i suoi ascendenti. Lo saluto cordialmente.

Ludovico Ragno

Il Faro settimanale – 24 –

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