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ISCHITELLA/ LA TRISTE SORTE DELLA SOLITARIA E ANTICA ABBADIA DI S. PIETRO IN CUPPIS

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Settantaquattro anni fa l’intellettuale garganico Giuseppe D’Addetta segnalava lo stato precario del monumento, abbandonato dalle istituzioni e della Sovrintendenza. Nel suo articolo qui riproposto si recupera memoria e coscienza della sua importanza.

San Pietro in Cuppis, antica cella (1058) della badia di Santa Maria di Kalena, a distanza di 74 anni dalia segnalazione di d’Addetta del suo stato precario, costituisce al pari della casa ma­dre un ‘emergenza architettonica abbandonata dal­le Istituzioni e dalla Soprintendenza preposta alla sua tutela. Una triste sorte che accomuna tutte le pertinenze di Kalena (ricordiamo San Nicola Imbu­ti sul lago di Varano e Monte Sacro in agro di Matti­nata). Per i nostri lettori riproponiamo il dibattito dei 1946 su San Pietro in Cuppis. Ci aiuterà a cono­scere la storia di questo prezioso monumento di Ischitella, che presenta una particolarità rara oggi ancora visibile: l’iconòstasi, che nell’architettura ec­clesiastica è una struttura divisoria interposta fra la zona presbiteriale e riservata ai fedeli, di regola completata da immagini sacre (icone), a San Pietro in Cuppis completamente dilavate e sgretolate da­gli agenti atmosferici. Purtroppo tempo fa è stato asportato da ignoti anche un prezioso stemma due­centesco del feudatario di Lesina, Matteo Gentile. Ci resta solo una foto pubblicata nel 1988 nel volu­me “Gargano, arte storia natura”, edizioni del Gol­fo, Manfredonia. Una storia, quella raccontata da D’Addetta e Angelillis, probabilmente sconosciuta anche agli stessi ischitellani. La riproponiamo, consci che per deliberare bisogna conoscere. Una conoscenza che finora è mancata a chi doveva tutelare questo monumento, come tutti i monumenti “sgarrupati”del Gargano Nord.

Teresa Rauzino

Su una balza della collina dalla quale Ischitella soli­taria mira la sua conca di agrumi ed in lontananza il lago pescoso e l’azzurrità del mare, dimenticati da decenni, si nascondono nella mestizia degli oliveti, i resti dell’antica Abbadia di San Pietro in Cuppis. Sembrano da lontano le mura grigie di una casetta rustica tuttora efficiente, fornita anche del suo co­mignolo che si leva su uno dei lati. Il comignolo pe­rò non fuma mai e l’inganno della sagoma permane in chi non si avvicina. Ma il vagabondo, assetato di novità, percorre viuzze solitarie e rupestri, nella smania di conoscere ogni palmo, ogni roccia della sua terra, sia pure perassistere all’agonia di un pas­sato che muore, per raccogliere l’ultima voce delle antiche mura che si sgretolano e si appiattiscono al suolo.

E giunto sulla balza, riposa nella piccola spianata l’affanno dell’erta, all’ombra breve che gli scheletri murari ancora diffondono, e si attarda nella sosta per sentire meglio, dopo l’attesa, la poesia del ro­mitaggio diroccato che canta nella lontananza dei secoli ed i palpiti dei cuori che vissero, amarono e si disfecero.

Solitaria è la piccola spianata recinta da muri a sec­co, e quasi incolti sono gli oliveti d’intorno. Solo l’or­to, delimitato ed intersecato dagli avanzi del fabbri­cato annesso alla chiesa, mostra che di tanto in tan­to qualcuno si attarda e lavora nella vecchia Abba­zia, che non si sa quando e ad opera di chi sorse. Ma spigolando qua e là, si rabbercia la storia e l’ansia di sapere s’acquieta. E ci è stato così possibile risalire ai secoli fino al 1310 con la cortese collaborazione del canonico teologo Don Silvestro Ma­strobuoni,dotto studioso della curia sipontina, che per noi ha raccolto alcune delle notizie che riprodu­ciamo.

In “Rationes Decimarum Italiese” di Monsignor Do­menico Vendola(secolo XIII e XIV- Apulia Luca­nia, Calabria – Città det Vaticano 1939) è riportato, il numero 49 in Diocesi Sipontina, decima dell’anno 1310: “Monasterium San Petri in Criptanova solvit unc. 1 “. Ed al numero 117 la decima dell’anno 1325: “Abbas Joannes San Petri de Criptanova de Ysquitella unc. (once) I “.

Non si ha memoria inIschitella, nel silenziodei testi consultati, di un’altraAbbazia di San Pietro; né sem­bra probabile che ve ne siano state due intitolate al­lo stesso Santo nel territorio di quel comune. Si de­ve pertanto ritenere che quella di San Pietro in Crip­tanova si identifichi con l’attuale San Pietro in Cup­pis. Coppa significa infatti, in gergo dialettale, pic­cola collina; e dalla ubicazione della badia crediamoderivi l’attuale denominazione, popolare in origine e latinizzata nei documenti.

Nel 1567, a quanto lo stesso Mastrobuoni riporta nella sua “Cronotassi e blasonario dei vescovi ed ar­civescovi sipontini”, la Chiesa aveva il suo Abate mi­trato che intervenne, insieme all’abate mitrato della SS. Annunziata di Varano, nel Sinodo provinciale tenuto dell’arcivescovo Tolomeo Gallo.

La badia fu visitata dall’arcivescovo Orsini tra la fi­ne di dicembre 1675 ed i primi di gennaio dell’anno seguente. Allora ne godeva il beneficio un consi­gliere del duca di Modena, don Filippo Gastaldo, U.I.D. (dottore in utroque iure) che lo aveva ricevu­to da papa Clemente X, dopo la rinuncia dell’immediato beneficiato, chierico Don Giulio de Bassanis.La rendita del beneficio fruttava allora circa 109 scu­di annui; oggi è passiva.

Nell’ “Appendice al sinodo sipontino” tenuto dall’ar­civescovo Orsini nel 1678, la chiesa di San Pietro “detta volgarmente in Cuppis” è annoverata fra quel­le esistenti fuori le mura di Ischitella. Di essa dice che si reggeva con le entrate del beneficio semplice di li­bera collazione, col titolo di abazia, che pagava il ius cattedratico di scudi 4:15 112, che aveva per sua Grancia la chiesa di San Cirillo nei pressi di Carpi­no, anch’essa mantenuta e riparata dallo stesso Abate Philippus Gastaldus. Tale chiesa di San Ci­rillo è ricordata anche nelle “Rationes Decimarum Italicae” su citate, riportando al numero 63: “Frater Franciscus procurator ecclesiae S. Cirilli de casali Capili ter. Il.gr. Vili”.

Il Sarnelli in “Cronologia dei vescovi et arcivescovi sipontini” (1680) ricorda a pagina 434 l’abbazia in parola come beneficio semplice.

Poi, per circa un secolo, il buio ancora.

Ma più tardi, di nuovo il Mastrobuoni ci informa, al n. 112 dell’opera citata, che con bolla “Apostolus Paolus” del 4 luglio 1774 (33. della sua consacrazione episcopale), l’arcivescovo Francesco Riveraunì in perpetuo, alla mensa del capitolo cattedrale di Man­fredonia, il beneficio semplice dell’Abbazia di San Pietro in Cuppis e l’annesso beneficio di San Cirillo 1776 e che tali benefici erano goduti da Monsignor Nicola Saverio Santamaria,vescovo titolare di Cirene, morto in quell’anno. È certo quindi che fin da allora Abbazia era in grave decadenza e già ri­dotta alla modestia di una chiesa di campagna. Detta concessione al capitolo di Manfredonia fu re­sa esecutiva con dispaccio reale del 3 luglio 1789. Dalla Platea esistente nell’Archivio capitolare me­tropolitano sipontino, compilata sugli atti del notar Gaetano De Graziadi Vico, delegato della Real camera di Santa Chiara, del 1789 -90, si rilevano le notizie delle Platee preesistenti del 1677 e 1703 e del passaggio dell’amministrazione dei beni del­la badia di San Pietro in Cuppis al Capitolo di Manfredonia, nonché i nomi dei contribuenti e delle lo­calità della Colonia censuale.

Ma il patrimonio dell’ente non era formato soltan­to da canoni e Censi. Dalla Platea del 1827 “ossia inventario dei beni tutti, rendite ragioni di qualsivo­glia sorte, appartenenti alla venerabile badia di San Pietro in Cuppis risulta la descrizione di un appezzamento di terra detto Codarchio, della estensione di tomoli 81, in parte lavorativa, e per il resto deserto e macchioso, sulla cui cima verso Le­vante stava la chiesa. La tenuta confinava ad Oriente con la difesa dell’Università, a mezzogior­no con il vallone di Romondata, a Ponente con lo stesso Vallone e con l’altro di S. Januo ed a tramontana con il Vallone di Mandrelle del beneficio medesimo. A quell’epoca -1827- i fabbricati an­nessi al tempio dovevano essere, almeno in par­te, ancora abitabili perché la platea afferma che il romito aveva in uso un tomolo di terra dietro la chie­sa, con qualche albero di olivo. Il resto era fittato per un’estensione di tomoli 63, in separati appez­zamenti, a tali Antonio Papariscio, Michelantonio La Castelluccia, Luise Antonelli e Giram­mo Laganella.Oggi alla chiesa non restano che un paio di tomoli di superficie dietro i ruderi, affitta­ti da un trentennio a Leonardo Manicone.Proba­bilmente la stessa terra che una volta aveva in uso l’eremita.

Fino a circa 50 anni fa, nella chiesa già abbadiale, veniva celebrata la messa il 29 giugno di ogni anno e pii ischitellani curavano la manutenzione del­l’antico tempio, come vecchi del luogo ci hanno as­sicurato per loro personale ricordo. Ora non esi­stono che le sue mura perimetrali alte ma senza volta e i ruderi bassi dell’annesso fabbricato. Su quelle si notano una finestra e due semplici ma bei portali a tutto sesto, della larghezza di m 1,20; dal­le linee di tali vani sembra che la costruzione risal­ga al dodicesimo o tredicesimo secolo. Sulla fac­ciata larga circa cinque metri, un rosone liscio so­vrasta il portale ed alla sommità, presso a poco nel mezzo dello spiovente di sinistra per chi guarda, sono i resti dell’ arco campanario, che da lontano appare con il camino della casetta rustica dal qua­le non esce mai fumo. E il focolare dell’antica comunità badiale è davvero e per sempre spenta Oltre i 20 metri della lunghezza del tempio, è l’ab­side al cui centro, dall’Interno, si apre una piccola finestra arcata che, dopo lo sguinciato spessore murario, si mostra all’esterno con la caratteristica fessura verticale, solita in simili corpi di fabbrica. Ma la parete interna, prospiciente al piccolo spiaz­zale del Convento al quale si accedeva da un por­tone ancora visibile nella parte inferiore del mozzo muro di cinta che si prolunga oltre la facciata, pre­senta gli elementi più interessanti, costituiti dalla scultura sulla chiave del portale attraverso il qua­le dal cortile si entrava in chiesa e dalle mensole di sostegno del canale per la raccolta delle acque piovane convogliate nel pozzo tuttora esistente in fondo al cortile. Sulla chiave vi è scolpito, con roz­za fattura, qualche cosa che alle volte sembra un cavallo rampante con un vessillo che, retto dalla zampa destra, si spiega anteriormente alla testa, mentre altre volte il vessillo pare raffiguri una gros­sa effige frontale del leone di San Marco, nei cui confronti, sproporzionalmente piccolo, è il resto del corpo.

Le mensole poi, degradanti verso l’abside, che po­co dista dal Pozzo, sono di foggia diversa l’una dal­l’altra, presentano frammenti scultorei mal con­servati e linee dalle quali è difficile desumere cosa rappresentassero in origine. Sembrano resti di iscrizioni, profili muliebri ma potrebbero anche es­sere stato tutt’altro. Ed alle basi e sulle mura del tempio e di quelle del­l’annesso fabbricato, si notano scavi e fori pratica­ti da delusi aspiranti a fantastici tesori. E pietre e calcina dappertutto, dentro ed intorno all’antica chiesa, tra i fichi d’india, i peri selvatici e quale giovane arbusto di olivo e di mandorle. Quanta tristezza è in tutta questa rovina e quanto scoramento è nello sguardo del mio compagno che, dietro le lenti rotonde, si sperde in visioni di tuniche sante ed immacolate e forse anche di crinoline in gita al romitaggio.

Taciturni ricalchiamo la viuzza, leggera nella discesa, che ci porterà alla ghiaia rumorosa del Vallone Romondata per poi inerpicarsi fino al Forchione, dove la cortesia di Maria Rosa, attempa nella classica bellezza garganica, ci conforterà con squisite burrose ricottelle, pane fresco e spugnoso, e sorrisi e moine materne.

GIUSEPPE D’ADDETTA

CHI E’

Giuseppe d’Addettaè stato un intellettuale garganico molto atten­to alla valorizzazione del promontorio, e tra i più abili a raccontarne le millenarie radici. Na­to a Carpino nel 1899, si spense a San Menaio nel 1980. D’Addetta fu molto attivo come scrit­tore e come giornalista. Fondatore dell’Asso­ciazione “Rinascita Garganica”, ebbe il me­rito di rilanciare la pub­blicazione del mensile Il Gargano, che nei pri­mi anni del Novecento era nato come Gazzet­tino del Gargano diretto da Filippo Ungaro e stampato dalla Tipo­grafìa Flaman a Montesantangelo.

Autore di monografie su Carpino e San Me­naio e dintorni, ricordia­mo Giuseppe d’Addetta per uno splendido re­portage su “La Monta­gna del Sole”, di cui in­tuì il potenziale turisti­co, battendosi tenacemente per supe­rare i localismi e i cam­panilismi, e privilegian­do la narrazione del Gargano come unicum da promuovere in tutto il mondo per le sue bel­lezze paesaggistiche e peculiarità culturali. Ne è una splendida testi­monianza il “vagabon­daggio garganico” a San Pietro in Cuppis (in agro di Ischitella), pub­blicato sul quindicinale “Il Corriere di Foggia” del 1 luglio 1946, nell’ immediato secondo dopoguerra, e da noi reperito su internet cul­turale. Un articolo che suscitò un bel dibattito culturale con I’ inter­vento dello storico Ciro Angelillis, che viveva allora ad arezzo e la replica di Giuseppe D’Addetta.

l’attacco


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