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LA ZONA FRANCA DELLA VITA

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The Voice, Fargo, Cecchi, il palcoscenico, l’attesa, Battiato, le cascate, la fuga, la generosità, un anello importante, i fantasmi. Conversazione con Tommaso Ragno 

Scrivo aTommaso Ragno su Instagram, dove ogni tanto lo invado con cuoricini e complimenti e svenevolezze (sentitissime: ditemi voi come si fa a non voler bene a quest’uomo, il nostro The Voice). Gli chiedo se ha voglia di un’intervista, mi risponde di essere una frana a parlare di sé e spera di non saperlo mai fare, o forse è un refuso, forse voleva scrivere “credo” (due cose il correttore automatico dei nostri telefoni non manca mai di fare: scrivere “Sto Arrivando!” al posto di “So”, che è cosa ancestrale; scrivere “spero” al posto di credo, non ancestrale ma talvolta propedeutico). Mi dà appuntamento alle otto del mattino, ma se voglio anche alle sette, alle sei, dalle cinque in poi. È a Trieste, sta girando un film, attacca a lavorare alle tre, poi resta sveglio. Mi manda una foto del mare, di una nave, di una banchina, e poi, dal camerino, un video in cui mi spiega i suoi impegni dei prossimi giorni, così che io possa scegliere il momento migliore. Indossa una camicia bianco panna e ha due grandi cicatrici disegnate sulla faccia, più un livido. È molto serio, professionale, preoccupato di non essere abbastanza gentile, di non potermi essere abbastanza utile – per tutta l’intervista, mi ricorderà però quanto ama l’infruttuosità, il disinteresse.

È nato a Vieste. Qualsiasi cosa indossi, in qualunque modo si trucchi, conserva il suo aspetto da tedesco.

È uno dei migliori attori teatrali italiani, ha fatto anche televisione, cinema, serie tv. Per Radio3 legge i grandi classici della letteratura – “Vita e destino”, “Il profumo”, “Dracula”.

A questo giornale, alcuni mesi fa, ha detto che il potere della voce (lui ne ha una che sposta i deserti) è “inestricabilmente collegato a quello dell’ascolto. Nella registrazione della lettura di un audiolibro per me conta prima di tutto la capacità di svuotamento di sé che un attore è in grado di fare per far emergere non soltanto quello che c’è scritto dentro un libro, cioè il significato, ma pure il suono. È chiaro che, di questo tipo di scritture, non è interessante il contenuto di per sé quanto il suono che c’è dentro, quindi ciò che a livello proprio preverbale è capace di suscitare un’associazione di parole. Dentro una voce c’è un potere preverbale, evocativo, quasi di incanto”.

Che intellettuale che è lei, Ragno.

Ma no.

Ma sì. Colto. Coltissimo.

No. Sono un lettore appassionato, non colto. Sono stato fortunato, ho incontrato molte persone che mi hanno avvicinato a libri che altrimenti forse non avrei mai letto e che, invece, sono diventati cruciali.  Carmelo Bene e Vittorio Gassman erano colti, non io. Soprattutto,  era colto il mondo nel quale stavano.

E questo mondo in cui sta lei?

Non è colto, non conosce la vastità e la complessità delle cose, quindi non contempla che abbiano un lato d’ombra, una negatività. Per questo fiorisce il motivazionale e tutti siamo costretti a essere simpatici, luminosi, senza filtri. Come m’intristisco quando vedo la scritta “senza filtri” sotto le foto. Sono così belli i filtri.

Ma falsano la realtà.

Ma la parola cosmetica contiene cosmo, che è una cosa dotata di un ordine armonico. A me piace la rappresentazione, l’aspetto illusorio dello spettacolo, quindi anche della realtà.

La verità esiste?

Sul momento.

Cioè?

Ieri ero in una condizione vitale diversa rispetto a oggi, avevo dormito molto poco e ho detto cose che erano vere allora ma che, forse, adesso non lo sono più. Per questo la sola cosa che riesco a dire sempre, sentendola sempre vera, è: sono presente.   

Che cos’è recitare?

Posso prenderla alla larga?

Deve.

Un pomeriggio, mentre provavo con Carlo Cecchi, mio grande maestro, e lui camminava nella platea del teatro Nicolini e mi dava indicazioni e mi massacrava per ogni errore, a un certo punto, citò un passo dell’Isola di Arturo di Elsa Morante: “E io se in lui mi ricordo ben mi pare”. E disse: questo è recitare. Ora, a distanza di anni, ogni volta che ripeto questa frase, mi commuovo. “E io se in lui mi ricordo ben mi pare”: ricordarsi di sé stessi in un altro, ecco cos’è recitare. Non io che esco fuori di me per indossare i panni di un altro: io non sono più Tommaso Ragno, il mio io è quel “io ma un altro” che non ha a che fare con il mio nome scritto sulla patente. Trasferisco me stesso in un altrove che non è una memoria storica, ma mitica, mitologica: non un rimpianto carducciano, ma un orizzonte. “E io se in lui ricordo ben mi pare” significa anche: puoi essere chi vuoi tu o chi vuole lui per te. Tu non sei Tommaso, ma “io e l’altro” di Rimbaud che fa il personaggio, e non è mondano, e salta tra due entità.

Ha a che fare con la mistificazione?

Quando studio una scena, ripeto e ripeto per impararla a memoria. Ho capito, dopo molto tempo, che in questo esercizio le cose che dico mi attraversano, arrivano da molto lontano. Una battuta che ho recitato cinquecento volte, a un certo punto, dopo che l’ho assorbita, che mi ci sono abituato, e per la mia mente è qualcosa di automatico, comincia a prendere corpo, ad avere una sua vita dentro di me. Non significa che me ne approprio: quello sarebbe un modo per mistificarla. Invece, facendola entrare così profondamente in me, sono in grado di trasmetterla, donarla.

La dimensione del dono può esistere in un lavoro che dipende da un pubblico pagante?

L’atto di generosità rispetto al gesto integrale, nella dimensione in cui si svolge il mio lavoro, non deve prevedere resto ma solo spesa. Questo è un passo successivo che, se fai con consapevolezza, ti rende più libero. Si lavora per il pubblico, anche perché ha pagato il biglietto, ma soprattutto per dargli qualcosa di bello e vano. Ciò che è vano non chiede resto, è una spesa inutile, e non chiede altro che d’essere compiuta per la sua bellezza.

Che ruolo ha la seduzione?

Assoluto, del resto come nella vita, che è di suo un fatto seducente. Io non posso stare senza l’altro: la recitazione è fatta per qualcun altro. Nel Tao è scritto che la cosa più saggia da fare è arrivare a non lasciare più tracce di modo da creare un vuoto perché è in quel vuoto che, poi, possono accadere le cose. Mi sembra un modo efficace di dare spazio all’immaginazione. Sapesse quanto sono grato all’immaginazione, che in questo lavoro è fondamentale: mi ha consentito di vivere una vita meno banale, di avere un passo personale ogni volta che mi sono mosso nel mondo. Senza, cosa sarei stato? In fondo, io sono un piccolo borghese. La mia immaginazione, però, è un luogo dove ho pianto persone che non esistono se non nei romanzi, ho vissuto una vita parallela assai più vasta di quella mondana. Ogni attore possiede una biografia immaginaria che supera di gran lunga quella del quotidiano.

Ma, in lei, distingue l’attore dall’uomo?

Temo di no. Avere a che fare con me dev’essere un inferno. 

Ha mai recitato soltanto con il corpo?

Per quello che ho capito io, nella recitazione tutto è corpo, perfino le parole, che sono generate dal corpo tutto intero e arrivano dal silenzio, un silenzio che si può recitare. Ho capito che non si ha un corpo ma si è quel corpo. Te ne accorgi quando hai la febbre, quando ti fai male.

L’identità deriva dal corpo?

Non completamente, ma il corpo contribuisce in modo molto significativo. Certo, c’è chi trascende il proprio corpo: Battiato lo ha fatto. Per me, però, per quello che ho capito finora, il corpo è più reale e sincero e, soprattutto, anima la mia immaginazione. Sono fatto di carne, e il lockdown me lo ha ricordato. A questo porco corpo è mancato il sole. Altro che una stanza tutta per sé: stacci veramente, restaci per un anno.

Non mi tocchi Virginia Woolf!

Ma non ha visto che tutte le cose che per anni abbiamo detto e scritto, vaneggiando, sulla solitudine, sulle stanze che non hanno più pareti ma alberi, si sono dimostrate terrificanti? Starsene al chiuso fa schifo, punto, non c’è romanzo che mi convincerà mai più del contrario. La vita immaginativa è fantastica, ma ha bisogno di nutrirsi della realtà, del mondo, dell’altrove. Ecco cosa mi è mancato, in tutti questi mesi: l’altrove, che è il posto dove vai incontro all’ignoto, a mani nude, senza interesse, e incontri persone che non sapevi che avresti incontrato, e con cui trascorri del tempo senza averlo pianificato. Il tempo più libero di tutta la tua vita.

Si è mai sentito schiavo del suo corpo, lavorando? Hai mai sofferto la difformità tra ciò che lei vuole e ciò che il suo corpo è capace di farle prendere?

Certo, specie quando faccio molta fatica. Quando sei stanchissimo cadono tutte le barriere, i tuoi trucchi, e viene fuori qualcosa che ti supera e ti trascende, qualcosa che non sapevi di avere. Non è male.

Quante vite vorrebbe vivere?

Moltissime. È una grande banalità, ma è vero che l’attore fa l’attore per vivere molte vite. Almeno, così è per me. Del resto, nel senso originario, l’attore è il mediatore tra regno dei vivi e regno dei morti. Una figura di passaggio tra una vita e l’altra. Un uomo in fuga.

Le capita di sognare i personaggi che interpreta?

Sì. E devo dire che sono più felice quando non sogno. A me piace dormire, moltissimo, ho combattuto da poco la mia insonnia e il mio ideale di sonno è quello dell’anestesia totale.

L’attore è un mestiere invasivo?

Eccome se lo è. Ti mangia la vita, ti mette in pericolo e ti assorbe in modo assoluto, facendo di te una persona manchevole. Dovresti essere vedovo, orfano e non avere figli, per farlo senza ledere nessuno, senza perderti quasi tutto di chi ami. Io posso farle l’elenco di tutti i compleanni di mio figlio che mi sono perso. È difficile far capire questo lavoro a chi non lo fa. Invidio un po’ gli attori del Seicento, che vivevano tutti nelle loro compagnie: erano famiglie come quelle circensi. E allora non si creava lo scarto.

Lei scrive?

Sì, un diario. Ci appunto tutto quello che faccio o che mi succede, perché voglio ricordarlo. Anche quando non mi capita niente, lo scrivo: niente. Una pagina di Cesare Pavese, ne “Il mestiere di vivere”, mi ha fatto capire l’importanza di annotarlo, quando lui scrive, in mezzo a eventi molto drammatici, “anche oggi niente”.

Cos’ha scritto nel diario del 2020? Centinaia di “anche oggi niente”?

Sa che ho smesso di scriverlo a marzo, pochi giorni dopo il lockdown? Lo guardavo e pensavo: non so cosa dirti, di raccontarti dei film che ho visto proprio non mi va. E guardi che per me è importantissimo non fare niente, avere dei momenti improduttivi: mi donano quiete e mi puliscono lo sguardo.

Cos’altro è importante per la sua quiete?

Saper fare molte cose: se vuoi recitare, devi fare tante cose perché finiranno sul palco, nel testo, nelle parole che dirai. A me dispiace non saper cucinare: sono certo che arricchirebbe il valore alla mia recitazione.

La recitazione per le serie tv manca di qualcosa?

Sì, avendo lavorato a lungo sul palco posso dire di sì. Manca di una cosa fondamentale che ha a che fare con i primordi: l’attesa magica. Uno spettacolo teatrale è come un appuntamento: l’attore ti aspetta in un posto preciso, a un’ora precisa, per darti il meglio di sé senza sapere niente di te. Quell’attesa è un’emozione indescrivibile e perdura per tutto il tempo che sei in scena. Alle serie tv manca anche il silenzio, che è qualcosa che un attore crea sul palco, decidendo il tempo con cui dire le cose: a teatro ti interrompe soltanto l’intervallo, sul set di un film o di una serie, invece, esiste un tempo preciso di ripresa che l’attore deve rispettare. Penso alla grandezza di Eduardo De Filippo: tutti i più grandi hanno sempre detto che stava nel modo in cui gestiva il silenzio. L’esattezza della durata di un silenzio, sul palcoscenico, è più decisiva di qualsiasi monologo perfettamente recitato. E poi c’è un altro aspetto incompatibile con il set: a teatro, come agli appuntamenti, non si è mai in due, c’è sempre anche la proiezione, che fa da terzo elemento.

Qual è la massima ambizione che lei si pone quando recita?

Soddisfare quella dell’autore che porto in scena, cercare di arrivare dove lui ha voluto arrivare, scrivendo. Per farlo, è necessario rimpicciolirsi e dare l’impressione che, pure in condizioni palesemente finte, stai facendo qualcosa di reale, vero. Ti aiuta non avere interruzioni: leggere il Primo canto dell’Inferno dall’inizio alla fine è molto diverso da leggerlo con dieci pause di mezzo. Nel primo caso, ti rendi conto che la sua forma ti contiene e ti precede, e ti lasci andare alla prosodia della lingua, che ti diventa familiare indipendentemente da quanto la capisci. L’implicazione fisica è fondamentale anche in questo caso: la recitazione di un canto intero di Dante o di un testo qualsiasi per intero, senza pause di riprese, di pubblicità, di cambio del set, consente al corpo di assorbire le parole, di riconoscerle in senso fisico.

Le parole le danno un piacere carnale?

Certo che sì.

Saprebbe spiegarmi come?

I grandi autori, se la vuoi imparare, ti insegnano una cosa fondamentale: la combinazione delle parole che scelgono è quella lì e non un’altra. Quando la impari a memoria, la ripetizione ti aiuta a legare ogni parola a un gesto, quindi a un’aspettativa. Succede la stessa cosa di quando canti una canzone che conosci a memoria e ti rimanda sempre alla stessa sensazione, una sensazione che ti aspetti e, tutte le volte, ti aspetti di ritrovare.

Torno sulle serie tv soltanto per dirle una cosa che non posso non dirle. In “Fargo” c’è una scena epica in cui lei scoreggia.

Lo ritengo il punto più alto della mia carriera, il mio essere o non essere, il mio aprile è il più crudele dei mesi. Contiene il grottesco, il drammatico, il comico: il tragico visto di culo, vorrei dire.

Ha un feticcio?

Un anello su cui è scritto, negli stessi caratteri delle vecchie vie di Roma, “Sti cazzi”. Ogni volta che uno sconosciuto si avvicina e lo vede, mi sorride. È discreto ma civettuolo, crea una complicità tra me e l’estraneo. Credo che il sorriso dipenda non tanto da quello che c’è scritto, quando dal fatto che le persone che lo osservano, si aspettano sempre di leggere una frase importante. E invece poi si ritrovano quelle parole così ridanciane, e così romane. È una cosa inaspettata, come uno che ha la patta aperta mentre fa un discorso importante. Crea una relazione giocosa con gli altri.

Crede nei fantasmi?

Assolutamente. E spero che loro credano in me. Niente è più presente di loro. In inglese si dice ghost, che ci avvicina al guest e infatti un fantasma è un ospite, e in fondo le persone di oggi sono i fantasmi di domani, hanno già il viso color seppia. Mi faccia giocare con le parole, è la mia cosa preferita: my ghost is my guest; special ghost guest; ghost star. Vorrei tanto scomodare Bartezzaghi e chiedergli cosa pensa dei miei giochi di parole.

Le do il suo numero, se vuole.

Grazie, non vorrei disturbare.

È così timido?

Rispettoso.

Vanitoso?

Certo, vanitas vanitatum: do a questa parola un aspetto giocoso importantissimo. A Dustin Hoffman che gli chiese cosa ci volesse per fare l’attore, Laurence Olivier rispose: guardami! Io voglio che mi guardi, faccio in modo che mi guardi, mi leggi, mi ascolti, perché ti porto una cosa buona.

Mi dice una cosa importante alla quale ha rinunciato?

No, mi metterei a piangere e diventerei naturalistico, come dice Patrizia Cavalli. In fondo, ogni volta che scegliamo, sacrifichiamo qualcosa, no?

Se rinasce?

Cascata. O donna. La cascata perché da una parte spreca acqua e, dall’altra, può dare energia a una centrale elettrica. Donna perché assomiglia a una cascata. 

È pronto a tornare a vivere come nel 2019?

Sì, perché sento che la pandemia, anche se non è finita, si è compiuta, ha avuto un suo corso. Non credo a chi dice che non abbiamo vissuto, che siamo rimasti sospesi. Per me, invece, si è trattato di un tempo speso bene. Anzi, no: “speso” non mi piace. Meglio “trascorso”. Vede, è sempre parlando che capisco le differenze e le opportunità. È proprio vera quella cosa della produzione dei pensieri ad alta voce di Kleist, ma non voglio fare citazioni colte.

La interrompo subito, non si preoccupi. Quanti gusti mette nel cono del gelato?

Due. Quello che non manca mai è il pistacchio. Dal pistacchio si capisce quanto vale la gelateria. Il pistacchio è la misura del mondo.

Simonetta Sciandivasci

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