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IL LIBRO DELLA SETTIMANA/ FRANCESCO MARATEA, UNA VITA PER IL GIORNALISMO

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Giuseppe Maratea, Vichese doc, classe 1889, provetto giornalista già a 15 anni, ha vissuto e commentato gli avvenimenti del tempo, sino al 1977, anno in cui ci ha lasciati.

Ha viaggiato per il mondo e conosciuto i protagonisti dell’epoca, da Ciano a De Gasperi, da Segni a De Gaulle, da Krusciov a Kennedy, da Churchill a Tito, per non parlare degli intellettuali e degli artisti, che era uso frequentare a Roma.

Insignito della “Legione d’onore” francese nel 1957, nel 1965 ha conseguito il primo “Premio Saint Vincent”, un anno prima di Indro Montanelli.

Di fatto per 50 anni il giornalista per eccellenza de “Il Messaggero”, “il columnist di prima grandezza che nulla ha da invidiare ai più celebri del giornalismo mondiale”, (come lo definì Gino de Sanctis ), ha per ben due volte rifiutato di divenirne il direttore, fors’anche per essere sempre in prima linea e dare lezione della naturale, orgogliosa umiltà tipica dei garganici.

Giuseppe Maratea lo fa rivivere, con tutto il suo splendore, a volte profetico, con una raccolta dei suoi articoli, che spaziano dalla speranza e dai primi passi dell’Unione Europea ai ritratti penetranti e vivi dei capi di stato che hanno fatto la storia di allora.

Un monito per noi, per le nuove generazioni, per ritrovare le nostre radici ed essere degni del patrimonio culturale, professionale ed umano che persone come Francesco Maratea ci hanno lasciato in eredità.

Sì, è un libro avvincente, da leggere con attenzione, non solo per rivivere i ¾ del “secolo breve”, ma, soprattutto, per riflettere e riprendere il cammino di chi, forte del rigore nello studio, attento ai particolari, dotato di profondità di pensiero, aduso alla correttezza ed all’altrui rispetto nei rapporti quotidiani, mai servo a nessuno, ha difeso, in tempi di dittatura, la bandiera della libertà e della giustizia sociale e ci ha consegnato la Costituzione della Repubblica Italiana.

Mirabile l’articolo “Vecchio Gargano”, commovente fotografia “dell’isola “, come Francesco lo definisce, agli albori della Repubblica, un’isola, “terra vergine difesa dal suo stesso destino di proscrizione nella profondità del tempo remoto, preservata dal suo perenne anacronismo”, dove  “la felicità era una giornata di pioggia dopo le rogatorie al Crocifisso, un tomolo di grano, uno staio d’olio, una cesta di agrumi, un sacco di mandorle, di carrube più del raccolto precedente: tutta la felicità possibile”. 

Possiamo essere fieri dei grandi passi compiuti in 70 anni, ma tanti sono gli orrori culturali, i delitti ecologici, i colpevoli ritardi nello sviluppo ecosostenibile del territorio: la lettura degli articoli del Maratea può sostenerci nell’impegno a non rinunciare mai ai sogni ed ai progetti per fare del Gargano il Paradiso ritrovato.


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