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LE LEGGENDE DELLO SPERONE/ IL PRODIGIO DI CASSANDRA DI GIUSEPPE D’ADDETTA (3)

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Ai limiti del Tavoliere di Puglia, in vi­sta del mare, un ristretto pantano ancora ammorba l’aria di miasmi palustri. E’ l’in­glorioso avanzo di un seno marino che i detriti hanno chiuso, rendendone pestifere le acque e malsana la vita agli abitanti di Salapia, i cui resti sono ormai sepolti. Ma è tradizione che Salapia era città ricca e centro importante della vecchia Daunia.

In essa esisteva un famoso tempio de­dicato a Cassandra, profetessa specializzata nel mandare a monte le nozze non deside­rate dalle ragazze. Le quali, per non unirsi con l’uomo che era stato loro destinato o che comunque non volevano per marito, dovevano recarsi a Salapia indossando, co­me le Erinni, vesti nere tenute sù da una cintura rosseggiante di sangue ed il viso cosparso con succo di erbe magiche; giunte nel tempio bastava che stringessero con le braccia la statua della profetessa, per es­sere senz’altro fuori pericolo. Il deprecato matrimonio non sarebbe mai più avvenuto.

* * *

Le pendici meridionali di Monte Gar­gano prolungavano forse le loro ombre sino a Salapia, tanto questa città era vicino al massiccio ciclopico, ai cui piedi s’infran­geva il piano. E da quelle pendici boscose, i pochi abitanti miravano la città, alla quale certo giungeva il murmure delle chiome arboree che alla brezza diventavano pette­gole ed al vento irose. Sul dorso del monte, in una povera ca­panna, viveva Elena, bella figlia della mon­tagna, che un pastore brutto e prepotente s’era messo in mente di fare sua moglie. E non le dava tregua. Ogni giorno si recava da lei e, se per poco la ragazza mostrava di non gradire la sua presenza, erano oc­chiate torve e minacce. Elena non sapeva come fare. Non aveva nessuno che la difendesse e con mille arti cercava di ritardare le indesiderate nozze. Di tanto in tanto un vecchio e sapiente amico del padre andava a trovarla. A lui la ragazza confidò le sue pene e chiese con­siglio. Sì, poteva dargliene uno ed efficacissi­mo. Doveva recarsi a Salapia. In quella cit­tà della pianura, tutta bianca sull’azzurro marino, vi era un tempio dedicato a Cas­sandra; in esso si adorava una grande e bella statua della infallibile profetessa. Bi­sognava andare al tempio con vesti nere ed una cintura rosso-sangue, il viso spal­mato di succo di erbe magiche, e stringere forte con le braccia la statua della dea. Poi il brutto pastore innamorato non sa­rebbe più apparso e l’aborrito matrimonio non sarebbe avvenuto. Glielo assicurava lui, vecchio e fedele amico di suo padre che le voleva bene come ad una figlia e che non sbagliava mai. Fu leggero il cammino ad Elena, giù per il dorso del monte e lungo le vie ter­rose della piana. E la città era bella, con tanta gente che affollava le strade. Nel­l’aria, un odore acre di mare.

Anche il tempio di Cassandra era bello e grande, dominato tutto da una statua al­ta della dea, in una penombra misteriosa. Sulla veste nera di Elena, fiammeggiava la cintura scarlatta ed il viso aveva contra­zioni strane che il succo appiccicoso delle erbe dava alla carne. Forte fu l’abbraccio alla statua, tanto forte quanto grande era il desiderio della ragazza di evitare le noz­ze e quanto profonda era la ripugnanza che sentiva per il brutto e villoso pastore. Il rito era compiuto. Finalmente era salva. E con certezza non sarebbe stata più importunata da quel ceffo infernale; glielo aveva assicurato il sapiente amico di suo padre. E chi sa che invece non si facesse vivo quell’altro pastore da lei adoc­chiato, vigoroso e perfetto come Apollo. Anche questa sostituzione aveva chiesto Elena alla profetessa, durante il prolungato abbraccio alla statua. E fantasticava lungo il cammino di ritorno, con una grande speranza nel cuore.

La notte la colse sull’erta del monte, non molto lontano dalla sua capanna. Giun­se e vi entrò che era già buio pesto. Che sollievo quando richiuse la porta e respirò l’aria e gli odori di casa!

Ma si era appena accostata al suo gia­ciglio, quando da queste due braccia pode­rose si sollevarono, la ghermirono per la vita, strapparono violenti la cintura scar­latta e la veste nera, la piegarono, racco­starono ad un corpo villoso mentre una bocca calda ed affannosa chiudeva le sue labbra e la voce emozionata e balbettante del bruto pastore l’invocava prepotente ed appassionata.

— Dea bugiarda… e… maledetta!…, sen­tirono biascicare le pareti ed il buio della capanna.

Poi, nella notte, mormorò a lungo la foresta.

Giuseppe D’Addetta

Scrittori Dauni – 1960 –

(3 continua)


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