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LE LEGGENDE DELLO SPERONE/ TABORRE E MADDALENA DI GIUSEPPE D’ADDETTA (6)

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Il castello di Vico, affacciato al dorso ripido della collina, era antico e massiccio con mura spesse, altissime e merlate nel cielo.

Qualche bifora a tutto sesto ne ricamava la cima mentre un grande portale, fra due torri rotonde e snelle, dava accesso all’am­pia corte, e un gagliardo torrione d’angolo stava a guardia dei due lati più lunghi verso il borgo che si accalcava sul limitrofo pianoro.

Si dice che l’abbiano costruito gli Schiavoni, vincitori dei Saraceni, a difesa del nuovo dominio di Sueripolo, loro duce. Ma l’origine si perde nella notte dei tempi, ed i secoli si susseguono sulle mura anne­rite senza che più si possano contare.

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La leggenda narra.

In epoca assai lontana, era signore della terra di Vico, Goffredo di Santa Chiara, giovane e valoroso principe. Morti i genitori, era rimasto solo nel­l’immenso e silenzioso castello, che si ria­nimava quando i signori dei feudi confinanti o lo zio Gilberto con i suoi figli, venivano a rendere visita al suo signore. Abitava, questo zio, nel palazzetto si­tuato verso valle, sul muro di cinta della fortezza, residenza dei cadetti ai quali la prammatica negava la signoria. Ambizioso e senza scrupoli, Gilberto aveva sempre sperato, per qualche mala sorte del titola­re, di poter prendere il posto del fratello primogenito, Stefano, che, nella gioventù gli aveva spesso delegata l’amministrazione del feudo per essere nella capitale più vicino al re e seguirlo nelle frequenti guerre. E quando Stefano si sposò e rias­sunse stabilmente il governo del principato, Gilberto si ritirò acre nel palazzetto ducale e ridivenne vassallo. S’era ammogliato po­co prima del fratello; aveva avuto due ma­schi ed una femmina; questa quasi coeta­nea di Goffredo, unico figlio di Stefano. E, nella sua sete di dominio, aveva fra sé de­stinata la figlia quale sposa del nipote. Ma i due ragazzi fin dai primi anni avevano mostrato una reciproca antipatia, per cui grande fu la delusione di Gilberto quando Goffredo, dalla Maiella bianca, s’era porta­ta nel castello Agata, la sua timida e bel­lissima sposa. Tuttavia, con il suo carattere ambiguo e furbo, sperando sempre nella benevolenza del caso, Gilberto seguitò a mostrarsi affe­zionato e premuroso parente, tanto che nessun dubbio sorse nella mente dei gio­vani principi sulla sincerità dello zio,

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Era trascorso circa un anno dal matri­monio di Goffredo con Agata e fra poco la principessa avrebbe dato alla luce una crea­tura. Come la sognavano i due giovani e co­me la dipingevano nei loro discorsi, fra i sorrisi e le carezze! Se fosse stato un ma­schio, avrebbe avuto le virtù guerriere e cavalleresche del nonno e sarebbe stato l’i­dolo delle sospirose fanciulle che nei loro sogni ne avrebbero fatto un eroe. E se fos­se stata una femminuccia, chi sà quale no­bile e grande cavaliere l’avrebbe eletta a sua compagna!

Bruno doveva essere se maschio, e bionda, cogli occhi azzurri, se femmina. Ed allo sguardo attonito della loro creatura, avrebbero mostrata all’orizzonte la Maiella sempre bianca e le avrebbero narrato che su quella grande culla, coperta in ogni stagione di batuffoli di neve, era nata la mamma. Papà l’aveva vista, perchè tutto vede papà, era corso a prenderla ed era giunto appena in tempo per sottrarla ad un drago che voleva ghermirla. Un drago con gli occhi verdi, rintanato in una grotta di quella terra di fronte, laggiù, tutta circon­data dal mare, che era già stato un grande cavaliere, trasformato per un incantesimo in mostro, fin quando la carezza di una donna bella, non l’avesse redento. Tanti uc­celli bianchi volavano dappertutto alla ri­cerca della donna da rapire, che doveva essere di antica casata e di angelica bel­lezza. Avevano visto la mamma e l’avevano detto al drago. Ma papà lo aveva preceduto e per premio, una cicogna fatata, aveva portato in casa, in un panierino tutto ro­sa quella bella bambina. Bambina o bam­bino? Lo sapeva la cicogna che non ancora arrivava.

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La vedetta della torre maestra dette un giorno l’allarme. Sulla collina d’oriente, correva a briglia sciolta un gruppo di tre cavalieri che rapidamente avanzavano ver­so la terra di Vico. Il signore fu avvertito, la guardia si dispose vicino agli ordegni del ponte levatoio, la nuova corse in breve per il borgo. Giunse anche al palazzo du­cale e Gilberto si recò subito al castello.

Arrivarono i cavalieri avanti l’ingres­so, fecero noto di essere messi del re ed il ponte levatoio fu calato. Venivano da S. Angelo, la rocca maggiore del Promontorio, e recavano un messaggio urgente per il principe; dovevano poi dividersi per reca­pitare altre tre distinte pergamene ai baro­ni d’Ischia, Rodi e Castel Caprile nella stessa giornata. Chiedevano il cambio dei cavalli che avrebbero riportati il giorno successivo per riprendere i propri e far ri­torno a Sant’Angelo. Il messaggio era un ordine di guerra. Sulla costa meridionale della Japigia, erano sbarcati gli infedeli e contro questi il re si apprestava a marciare. Entro tre giorni i baroni, con i loro contingenti di cavalieri e fanti, dovevano trovarsi a Siponto; in mancanza sarebbero stati dichiarati felloni ed avrebbero perduto il feudo. Si bagnarono di lacrime gli occhi az­zurri della principessa; il volto del principe si rabbuiò; nello sguardo di Gilberto passò torvo un lampo di gioia repressa, mentre i suoi lineamenti assumevano un ipocrito a- spetto fra l’addolorato e l’impacciato.

Nei due giorni che seguirono, fu pel castello un preparare affannoso di armi e di bardature, un giungere di cavalieri e di fanti dalle diverse contrade del feudo, un sorriso di gioia sui visi dei più giovani che sognavano avventure e gloria, un lacrimare doloroso dei vecchi e delle donne. Maledetti quei pirati d’infedeli che rapivano dalle case la migliore gioventù del luogo, gli uo­mini più validi senza i quali le campagne si sarebbero inselvatichite originando la carestia! Anche nelle stanze dei principi regnava il dolore. Agata presagiva grandi sventure e neanche le assicurazioni del suo sposo riu­scivano a rinfrancarla. Come avrebbe fatto lei, povera e piccola donna in quel grande castello, nello stato di avanzata gravidanza in cui si trovava, senza l’amore ed il soste­gno di Goffredo? La guerra non sarebbe du­rata a lungo; ma chi poteva dirlo con cer­tezza? E per lei ogni giorno sarebbe stato una eternità nell’attesa desolata ed inopero­sa, nell’ansia di notizie, nel dubbio di sven­ture.

Partì infine il principe sul suo bel sauro dagli occhi sanguigni e dai garretti sottili, alla testa dei cavalieri rilucenti di corazze e di alabarde. Agata lo salutò dal verone agitando il suo fazzoletto bianco, che nel can­dore gareggiava con le guance della donna, fin quando Goffredo non fu scomparso die­tro la cima della collina che chiudeva l’o­rizzonte. Gilberto assunse il governo del feudo nell’assenza del nipote. Passarono tristi i giorni; arrivavano vo­ci di vittorie e di sconfitte, di battaglie cruen­ti, di eroismi e di massacri. Il nome di Gof­fredo di Santa Chiara era ripetuto fra quel­li dei migliori cavalieri in campo e nell’ani­ma della principessa tremava l’ansia ed il cuore aveva a volte palpiti precipitosi e sconvolti. E un giorno, atteso e temuto, nella soli­tudine del castello, si sentirono i lamenti delle doglie del prossimo parto. Ad Agata do­leva forte il cuore. Non tornava neanche in quei momenti il suo sposo per sorreggerla e confortarla con il suo amore e la sua trepida­zione paterna? Solo Gilberto ogni tanto ap­pariva nella sua camera, con un volto che non dava fiducia; nel fondo dei suoi occhi si scorgeva qualche cosa di cattivo che ter­rificava. Una sola donna, devota a Gilberto, era stata autorizzata ad assistere la principes­sa. Il parto fu lungo e difficile; la madre quasi esangue, trasse alfine un sospiro di sollievo e le deboli fiammelle delle lucerne ad olio, che nella notte illuminavano la ca­mera, le sembravano dei soli. Ed esausta si assopì in un sonno ristoratore. Quasi all’istessa ora, in una stanza se­mibuia e disadorna del pianterreno, assisti­ta anche dalla stessa donna, una domestica del castello, vedova da poco di uno stalliere ucciso dal calcio di un cavallo, dava alla lu­ce un’altra creatura. Le ombre della notte, malamente dira­date da una debole fiamma, videro Gilber­to, come un fantasma, percorrere ripetutamente gli stanzoni bui e le scale silenziose, fin quando le pieghe del mantello non ap­parvero gonfie di un sottostante involto che partì e sembrò ritornare nella stanza della principessa. Poi tutto rientrò nella quiete e nella immobilità, fino alle prime luci del giorno, scialbe e fredde per il cielo annuvolato che nella notte aveva irrorata la terra con una pioggia monotona. E i sudditi salutarono la fragile fem­minuccia che nella culla principesca vagiva con le manine strette, accarezzata dagli sguar­di amorosi della nobile puerpera, di cui i soli occhi sembravano vivere nel pallore del volto esangue.

Al pianterreno, in un modesto lettuccio, un nutrito maschietto dormiva placido, vi­cino alla povera mamma smorta ed emacia­ta, che volle chiamare suo figlio Taborre, come il suo perduto sposo.

Alla figlia della principessa, in ricordo della virtuosa nonna paterna, fu imposto il nome di Maddalena

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Nell’istesso giorno, quando le doglie di Agata erano già cominciate, un misterioso messaggero era giunto nella rocca ed aveva chiesto di parlare subito con Gilberto. Alla guardia del castello aveva dato buo­ne notizie sulla guerra ed accennato, ma reticente e con frasi mozze, al valore del si­gnore di Vico che aveva finanche salvato il re in combattimento. Però era buio in volto il messaggero e qualche cosa di grave na­scondeva. Ed aveva tolto dall’arcione un piccolo fagotto che portò con se quando fu introdotto da Gilberto e senza del quale ri­partì. Gli uomini di scorta rimasero pensie­rosi come se un sinistro mistero avesse la­sciato nel castello quel cavaliere. E le frasi incompiute, e qualche errore, subito corret­to, nel tempo dei verbi che accennava al passato quando parlava del loro signore, avevano messo in tutti una strana apprensio­ne, una malinconia inspiegabile, un bisogno di silenzio, una gravità insolita nei volti.

Gilberto solo sapeva; ma chi s’arrischia­va a chiedergli notizie?

Da quando aveva assunto il governo del feudo, s’era mostrato sempre più severo ed accigliato, sempre più lontano da tutti, sen­za pietà, duro, cattivo. A sera il comandante della guarnigione

fu chiamato dal duca. Bisognava issare il pennone nero sul merlo più alto perchè un grave lutto aveva colpito la corte. Nessun nome venne fatto. Ma, pena la vita, nulla doveva sapere la principessa che era prossi­ma al parto e nelle cui stanze nessuno, all’infuori di una sola donna, Cunipranda, do­veva entrare. Passò la notte piovosa, ma al mattino la gioia dei due pargoli venuti alla luce, non riuscì a diradare la pesantezza che regnava nel castello. La femminuccia della principessa era gracile, bionda, con gli occhi azzurri, men­tre il maschio della domestica era bruno, con forti e decisi lineamenti, ben piantato nelle membra solide. E la fisionomia? Che stranezza del caso!… Nessuno dei due somi­gliava ai propri genitori. Ma non si poteva­no avanzare ipotesi che, se fossero giunte alle orecchie di Gilberto, avrebbero procura­to grossi guai.

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La scialba luce mattutina, mostrò ai sudditi il pennone nero issato sul castel­lo. Sembrò a tutti un segno funesto, tan­to più funesto per i neonati, sulla cui sorte si sussurrarono le prime tristi previsioni. Che mai la vita avrebbe loro riservato se la prima alba era stata salutata da un pen­none nero? E chi era morto perchè il feu­do assumesse il lutto proprio in quella lie­ta circostanza, un lutto strettissimo come il pennone inalberato sul merlo più alto vo­leva significare? Su tutti premeva un’ansia tetra, un incubo misterioso. Inconsciamente, quasi per una divina­zione collettiva, si cominciò a dire che il principe era morto in combattimento; che perciò era stato issato il pennone nero sul merlo più alto e che si teneva celata la notizia perchè la principessa non era in buona salute e l’emozione poteva far­la peggiorare. Ma alla fine del terzo giorno, quando l’impazienza era ormai incon­tenibile e capannelli si formavano per le vie strette e nella piazzetta del borgo e qualche ardita voce s’era fatta sentire, Gil­berto annunziò che il principe Goffredo era caduto valorosamente in battaglia e che non esistendo discendenti maschi nè paren­ti più prossimi, secondo la prammatica, il feudo si era a lui trasmesso, pur avendo il diritto la principessa e sua figlia di abita­re nel castello e ad una parte delle rendi­te. L’occhio grifagno del nuovo padrone sem­brò illuminarsi di un lampo sinistro quan­do il comandante della guardia rese a lui gli onori dovuti solo al signore della terra, mentre il volto del fedele soldato del prin­cipe defunto si contrasse, nella morsa che gli strinse il cuore. Il borgo ed i casali sparsi per il feudo, appresero con vero rammarico l’assunzione del potere da parte di Gilberto che non go­deva le simpatie dei sudditi per il suo ani­mo perverso e per la sua nota avarizia. Alla principessa fu comunicato la sua vedovanza dopo alcuni giorni e le furono consegnati i pochi oggetti recapitati dal messaggero. Quante cose le disse quella mu­ta ciocca di capelli, ravvolta nei serici co­lori della sua casata, che Goffredo aveva sempre portato sul cuore e quante lacrime ne irrorarono il volto e le vesti!….

Agata ebbe una crisi profonda e per qualche tempo si temette per la sua ragio­ne. In una continua, lamentosa invocazio­ne chiamava il suo sposo e nel delirio lo vedeva al suo capezzale; e ne accarezzava l’ombra con le mani bianche ed amorose e sussurrava parole dolci e chiedeva risposta e rimproverava i mancati abbracci. Poi il tempo lenì il dolore, rimarginò le piaghe e nel feudo si accanì la prepoten­za del nuovo signore. E la miseria del po­polo, angariato e maltrattato, alimentò l’o­dio verso Gilberto la cui soverchieria ed avarizia sembravano crescere con l’età.

Dopo la morte del suo sposo, Agata si era chiusa nelle poche stanze assegnatele e nessuno l’aveva più vista uscire dal ca­stello. Ma erano note le sue lunghe soste su un verone merlato da dove scorgeva la Coppa della Guardia, dietro la quale era scomparso Goffredo l’ultima volta, e si di­ceva anche che le sue guance ormai sfiori­te, erano spesso solcate, da grosse lacrime. Qualcuno sussurrava che l’attempato Gilberto aveva più di una volta tentato di possederla in senili ritorni lascivi e che fi­nalmente la principessa s’era liberata dal­l’insidia minacciando il vecchio di uccider­si se fosse stata violentata. E il suo suicidio avrebbe procurato a lui guai irreparabili, per il contenuto di una lettera che era riu­scita a far giungere — a mezzo di un sud­dito non più tornato nel feudo — ad un suo congiunto bene accreditato preso la cor­te reale. Nella lettera, da aprirsi dopo la

sua morte, Agata aveva denunziato i ten­tativi immorali di Gilberto ed i suoi pro­positi suicidi se avesse patito l’oltraggio. Ed il re, buono e valoroso, di cui Goffredo ave­va salvata la vita, avrebbe tolto a lui la baronia, e lo avrebbe lasciato morire nel fondo di una torre. Così la brama di poten­za e di oro, avevano fatto desistere Gilber­to dalla sua insana concupiscenza.

* * *

Gli anni passarono nella tristezza del solitario maniero, dove pian piano i giuo­chi di Taborre e Maddalena si evolvevano con l’età. Fu dapprima il desiderio della princi­pessa di conoscere il bimbo nato nell’istessa notte del suo parto, ad avvicinare le due giovani vedove ed i loro figli. Poi man mano il comune destino le strinse sempre più e, pur celando agli altri la simpatia che le univa, si videro spesso. Più spesso si videro i loro figliuoli che trascorsero insieme la fan­ciullezza.

Ed in una comunione di vita, nella tri­stezza dei giorni che si susseguivano senza che l’anima delle due donne scorgesse nean­che in lontananza un raggio di sole, giun­se per i due fanciulli l’adolescenza, mentre qualche filo d’argento cominciava ad appa­rire nelle chiome delle madri ormai sfiorite dai lunghi anni di solitudine e di rimpianto. Taborre non poteva più adesso avere libera tutta la giornata. Doveva rimpiazza­re il padre nelle scuderie ed il vecchio e scorbutico Gilberto non consentiva che nel castello vi fosse qualcuno inoperoso; che an­zi, per tutti, vi era un duro lavoro data l’e­siguità di personale in rapporto ai bisogni della piccola comunità dove tutti erano ser­vi vilipesi e sfruttati dalla sete sempre mag­giore di ricchezze dell’unico signore onni­potente.

Ebbe così inizio per Taborre l’ingrata vita del mozzo di stalla, con le mansioni più basse ed umili in quel piccolo mondo isola­to sulla cresta di una collina. Il capo scu­deria non si mostrava mai contento ed il povero Taborre aveva un bel pulire i sel­ciati, strigliare i cavalli, ingrassare e luci­dare i finimenti; mai un sorriso ed una lode lo confortavano. Era cresciuto tanto da sembrare un uo­mo e già qualcuno parlava con ammirazio­ne della perizia acquistata nella cura dei cavalli e della sua agilità e forza nel mon­tare ed ammansire anche i più focosi puledri. E da mozzo, a 18 anni, fu promosso scudiero. Uno scudiere che era il giovane più bello del feudo; alto, bruno, con una chioma ondulata, dalle labbra fini e sorri­denti e uno sguardo fiero, che quando ca­valcava aveva l’aria di essere un principe. Gilberto, ormai carico di anni, non usciva più. Ma quando, da dietro i vetri delle finestre che davano nel cortile, vedeva Ta­borre montare a cavallo e dominare con lo sguardo lo spazio e le persone circostanti, il suo volto si rabbuiava e le rughe della fronte pareva diventassero più profonde. Anche Maddalena guardava spesso nel cortile; molto più spesso dello zio Gilberto verso il quale non nutriva affetto. E se ve­deva Taborre in sella sul sauro caracollan­te, il più bello, il meno docile ed il più in­telligente dei cavalli del castello, ritto sul­l’arcione e sorridente come per un gioco alle impennate del destriero, il suo viso di­ventava di fuoco e forte d’allegria le batte­va il cuore. Come era bello il suo compagno di giuochi in quest’altro giuoco che faceva da solo e quanto profondo il suo sguardo nel rivolgersi a lei prima di varcare l’usci­ta! Maddalena seguiva poi finché poteva, dal verone delle sue camere, quel cavaliere d’eccezione e molte volte ne attendeva il rientro dietro la finestra che dava sul cortile. Ora non si vedevano più tanto spesso come quando erano bambini. La madre di Taborre era diventata la fedele serva di Agata; si aggirava tutto il giorno per le ca­mere della principessa ed aveva per lei e per Maddalena le cure più assidue. Taborre solo rare volte e per breve tem­po, riusciva ad entrare in quelle camere. Però Maddalena comprendeva che anche lui soffriva di questa lontananza; e spesso, la sera, per una scala secondaria dell’ala del castello dove al primo piano era il suo ap­partamento ed a piano terreno le due stan­zette di Taborre e della madre, scendeva, e con loro si intratteneva il più possibile come quando erano fanciulli, anche ora ai due giovani nulla era più gradito dello sta­re insieme. Fu dapprima un sentimento indistinto che li fece ricercare a vicenda, quasi il pro­trarsi di un’amicizia infantile. Poi non com­presero e non seppero definire più che cosa li avvicinasse. Sentirono solo dei brividi dol­ci che ogni contatto occasionale in loro pro­vocava; e cercarono e crearono le occasioni perchè questi contatti si prolungassero, per godere la dolcezza nuova che invadeva il cuore, che turbava ed illanguidiva, che ine­briava e dava tremiti. E poi le parole moz­ze, le domande appena formulate sommes­samente, qualche stretta più lunga e più ardita ed infine, in un istante in cui per caso i due giovani si trovarono soli, le loro bocche si unirono incosciamente in un can­to di giovinezza; e compresero che era l’amore. Da quell’istante, come i fiori non han­no segreti per il sole che li penetra dopo il germoglio e li invade negli angoli più re­conditi, Taborre e Maddalena rappresenta­rono l’uno per l’altra il sole ed il fiore. Era un cercarsi con gli occhi, con il cuore, con i sensi, un’attesa impaziente in cui gli atti­mi diventavano secoli, un’ansia, una feb­bre, uno spasimo, in un sogno di vita e d’amore, martoriato dalle rinunzie di una felicità discontinua, irradiato dalla speran­za di una gioia futura, illuminato dalla certezza, quando, nelle notti silenziose, i convegni s’attardavano perdutamente sino all’alba nella stanza profumata della fan­ciulla. Due cose si mormoravano già nel castello. Cunipranda era morta da poco e negli ultimi istanti di vita aveva confidato ad al­cune donne presenti al suo capezzale, che nella notte in cui la principessa Agata aveva partorito, Gilberto, aveva scambiato il neo­nato della nipote con quello messo alla luce dalla moglie dello scudiero. Ma la voce cor­reva in sordina, per tema che potesse giunge­re a Gilberto la cui vendetta sarebbe costata la vita a chi della notizia si fosse fatto pro­palatore. L’altra si diffondeva con minore riserva­tezza e, di giorno in giorno, per la visibilità che offriva il corpo di Maddalena, diventava in tutti certezza. Taborre e Maddalena si amavano e questa, tra non molto, avrebbe partorito. Gilbero ne fu finalmente informato e nel­l’ansia di annullare definitivamente ogni pericolo per la trasmissibilità del feudo ai suoi discendenti, ordinò mostrandosi adirato, di uccidere subito Taborre ovunque lo si trovava perchè era reo, lui vile scudiero, di aver pro­fanata la figlia del principe, suo nipote. L’ordine fu trasmesso agli sgherri perchè fosse eseguito nella stessa giornata, al ritorno di Taborre al castello. Maddalena intanto aveva notato un mo­vimento insolito e presentito che qualche co­sa di grave era nell’aria. E da una sua fida cameriera, tanto volte da lei beneficata, alla quale l’uomo d’arme suo fidanzato aveva con­fidato il terribile ordine di Gilberto, era riu­scita a sapere del grave pericolo che minac­ciava Taborre. La decisione fu subito presa. Sull’ora del tramonto, quando Taborre era solito rientrare con i cavalli, sarebbe corsa incontro al suo amore; per allontanarsi con lui dalla terra di Vico, per andare verso mete nuove, forse sulle montagne d’Abruzzo, sulla Maiella bianca coperta di tanti batuffoli di neve che era stata la culla della mamma, do­ve nessuno li conosceva; e vivere lì, magari nella solitudine di una vetta, in una capanna che avrebbero costruita con la loro passione, per trascorrervi anche tutta la vita fra il cinguettio dei pargoli che sarebbero nati. Eludendo la vigilanza delle guardie, ve­stita con panni dimessi, uscì dal castello e s’avviò verso la Coppa della Guardia. Fuori l’abitato, v’era l’incrocio dei tratturi di Pe­schici, di Ischia e di S. Angelo, da dove cer­to sarebbe passato Taborre. Lì lo attese Mad­dalena con il cuore in gola temendo di essere raggiunta e scoperta dai brutti ceffi di Gil­berto, prima di aver potuto parlare con il suo amante. E quando Taborre giunse, fu un con­citato colloquio di pochi istanti, durante i quali il volto dei due giovani assunse mille contrazioni. Ed avevano deciso di prendere la strada di Ischia quando, dalla svolta della via di Vico, videro avanzare un numeroso gruppo di sgherri e compresero di essere ricercati. Per sviare la tracce, Taborre disse a Maddalena di avviarsi per il tratture di Ischia, mentre lui avrebbe ingannato gli ar­migeri facendosi scorgere su quello per S. Angelo. L’avrebbe poi raggiunta nella valle di Monte Grande, laddove una piccola fonte zampillava e dove qualche volta da bambini erano stati condotti insieme per cogliere le fragole nel bosco annoso che la circondava. E Maddalena, docile, s’incamminò per il tratture d’Ischia, trepida nella notte che ca­lava, tarda nel passo per il grembo pregno, con una lacrima sul ciglio ma un gran sogno ed una speranza dolce nel cuore. Nella foresta il trattura si rimpiccioliva, diventava quasi una pista fra i tronchi e- normi, saliva su Monte Grande e poi scen­deva nella valle dov’era la sorgente. Fu fa­ticoso il cammino e la via sembrò lunga, tan­to lunga. Sentì finalmente il mormorio del­l’acqua saltellante fra i ciottoli e su un sasso, nei pressi della fonte, riposò la sua stanchez­za. E attese Taborre. Lo vedeva ancora più bello nel giuoco d’astuzia con i suoi insignitori e sorrideva quasi pregustando il raccon­to che le avrebbe fatto, perchè nessuno po­teva competere con la scaltrezza di Taborre, con la sua resistenza. Sognò una terra nuova che non conosce­va, monti più alti, boschi più ombrosi, e l’e­ternità di un amore senza soste, riscaldato dal sole, nella libertà del creato. La voce della foresta era sommessa nella notte. Rumori lievi, scricchiolìi discreti, qual­che cadere di foglia e, fra gli squarci delle chiome, il turchino stellato del cielo. Ma quel silenzio della valle sembrava popolato da mille esseri invisibili, aggirantisi fra i tron­chi senza sosta, lievi, trasparenti, di cui qual­cuno da un momento all’altro le si sarebbe avvicinato per farle del male, per profanare forse il suo grembo santificato dalla maternità, per rapirla al suo amore e nasconderla nella foresta, dalla quale non sarebbe più uscita perchè trasformata anche lei in ombra trasparente, lieve, invisibile. E Taborre? Che ne era di lui? Tremenda fu l’attesa e sempre più tenue la speranza. E nello strazio di un’alba livida, le prime luci del giorno videro un piccolo corpo esamine di donna nei pressi della sor­gente che cantava ancora e sempre l’inesauribile canzone del ventre di Monte Grande. Un vento freddo dalla valle salì alle vette, fece stormire le foglie in un mormorio lugubre come una nenia.

* * * *

Taborre era stato visto dagli sgherri mentre si allontanava dal crocivia da dove aveva seguito con lo sguardo Maddalena per il breve tratto in cui la strada era scoperta. I suoi inseguitori andavano a passo affret­tato ed anche lui accelerò l’andatura. E dopo qualche minuto, quando fu certo che tutto il gruppo lo inseguiva e che non era stata no­tata la fuga di Maddalena per la strada di Ischia, si diede a correre. Gli sgherri lo ave­vano imitato ed ormai la lotta era ingaggiata Il pensiero di Maddalena sola nella notte, metteva le ali ai suoi piedi e certo presto si sarebbe ecclissato agli inseguitori, favorito anche dal buio che fra poco sarebbe diventa­to fitto. Egli conosceva tutti i sentieri e tutte le scorciatoie; bisognava far credere che si dirigesse al mare per poi raggiungere invece Maddalena verso il monte. E deviò d’un tratto a sinistra, verso lo scoscendimento fra due ondulazioni del terreno, dove vi era una pic­cola grotta celata da massi e da cespugli. Lì si sarebbe nascosto per uscire quando gli sgherri l’avessero sorpassata e prendere poi la direzione opposta. Correva per raggiungere la grotta, fra sassi affioranti e la bassa mac­chia folta; e ne era poco lontano quando d’un tratto un piede si infossò in una profonda buca, forse un sepolcro saraceno scoperchia­to, e Taborre cadde malamente al suolo. Maddalena gli apparve desolata e piangente. Fece sforzi sovrumani per alzarsi e ri­prendere la corsa, ma una gamba non regge­va più. Maddalena!.. Maddalena!… Cercò di trascinarsi carponi verso la grotta. La gamba era fratturata; un dolore acuto cominciò a farsi sentire. Difficile era avanzare su quel terreno punteggiato di sas­si aguzzi e ingombro di arbusti. Che dispera­zione nell’impotenza e nel tormento che la gamba gli procurava! Maddalena!… Maddalena!… piccolo flore perduto che il sole più non carezzava!… Gli sgherri furono per un istante diso­rientati nel non vederlo più; poi cominciaro­no a cercarlo come sugugi che hanno smarri­to la selvaggina; infine lo scorsero lungo, di­steso al suolo, e le punte acuminate delle ala­barde si immersero ripetutamente nel suo corpo indifeso; e il terreno si arrossò di san­gue. L’anima di Taborre volò presso Madda­lena, alla piccola fonte. Era forse questa l’ombra lieve, traspa­rente ed invisibile, che Maddalena sentiva vicina, fra i tronchi della valle. Poi vissero insieme nell’eternità, mondi, purificati dal­l’amore e dalla morte

* ** *

Passò del tempo. Ma un giorno a Vico, inaspettato e con gran seguito di armati, giunse un capitano del re. Gli uomini di Gil­berto, di stanza a Coppa della Guardia, lo seguivano in catene. Il castello fu circonda­to, il canuto e malfermo signore ebbe appena il tempo di scorgere dal verone gli armati regi, sui quali vagò per un istante il suo sguardo atterrito. Il capitano invase le stanze, dichiarò Gilberto suo prigioniero e gli comunicò che, d’ordine del re, era deposto dalla signoria del feudo per la sostituzione dei neonati e per l’uccisione di Taborre. Da quel momento alla principessa Agata, per eccezionale concessio­ne sovrana, in memoria dei servizi resi alla corona dai defunti principi Stefano e Goffre­do, era riconosciuto il dominio sulla terra di Vico. Lui, Gilberto, come traditore ed assas­sino, sarebbe stato subito giustiziato.

Il popolo della terra di Vico attribuì ad ispirazione divina la giusta punizione inflitta dagli uomini; e crebbe la sua venerazione per la infelice principessa. Sul luogo dove era morta la giovinetta, amata dal figlio e che lei aveva adorata come sua figliuola, Agata fece erigere una chie­setta che denominò « La Maddalena ». In es­sa volle riunite le spoglie mortali dei due amanti. I ruderi esistono ancora presso la fon­te tuttora garrula e cristallina e nella con­trada, in fondo alla gola, per il dorso ora nu­do delle colline e sulla vetta glabra di Monte Grande, spira sempre un vento freddo che penetra fino alle ossa e fa rabbrividire. Il po­polo tramanda che in esso si eterna l’ultimo anelito di Maddalena, gelido come il suo. corpo irrigidito dalla morte. E Monte Taborre e La Maddalena il po­polo chiama tuttora le due località nei pressi di Vico, dove gli amanti, lontani l’uno dall’al­tra, travolti da uno stesso tragico destino, sull’altare dell’amore, immolarono la vita.

Giuseppe D’Addetta

Scrittori Dauni – 1960 –

(6 continua)


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