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LE LEGGENDE DELLO SPERONE/ NUNZIA DI GIUSEPPE D’ADDETTA (7)

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L’alba era serena, gioiosa, ed avanzava rapida l’immensa sorgente di luce che le colline d’oriente ancora nascondevano.

Verso Peschici, il cielo prendeva man mano morbide colorazioni vermiglie; non un’onda increspava l’azzurrità marina e tut­te le foglie erano immobili nella lussureg­giante bellezza degli agrumeti verdi. Ma nel roseto in flore, era un fruscio come d’alucce inesperte, un cinguettio timido d’uccellino appena nato. E vide il sole, in una grande rosa bianca, una bambina piccina piccina, con gli occhi azzurri e con la boccuccia tan­to minuscola e rossa da sembrare una fra­gola. E dal primo giorno fu chiamata Fragoletta. Crebbe Fragoletta meravigliosamente bella. E nell’animo aveva tesori di bontà e nel cuoricino un amore sconfinato per papa­rino suo. La mamma era morta; così la bam­bina viveva in una casa di campagna con dei parenti che badavano a lei quando il padre era costretto ad allontanarsi. Al tramonto di un giorno in cui il babbo era partito, Fragoletta, come faceva sempre, s’avviò per incontrarlo sulla strada che era solito percorrere. E camminò a lungo sulla via deserta.

Intanto le valli di agrumi s’imbrunivano, i colli di pini sussurravano una dolce, triste canzone al sole che si tuffava nel mare in un rosso immenso come se il cielo s’incendiasse. E lontano all’orizzonte, in sfumature turchi­ne, oltre la diafanità del cielo in fiamme, la frastagliata linea delle mitiche isole diomedee e la fantastica massiccità della Maiella. E cammina, cammina… Fragoletta comin­ciava a stancarsi mentre uno scoramento pau­roso le serpeggiava nell’animo. Ma il deside­rio di papetto suo era così incontenibile da farle vincere ogni stanchezza, ogni sgomento, li tratture era sempre deserto e la bambina andava sola sola, sdrucciolando sui sassi, pun­gendosi con qualche rovo che si protendeva dalle siepi, spaurandosi per qualche uccello che di sorpresa spiccava il volo da un lentisco all’altro in cerca del suo rifugio. Il sole scomparve; le ombre della notte imminente calavano lente sugli agrumeti si­lenziosi ed un mistero profondo era nella quiete del crepuscolo.

Povera Fragoletta!… Ogni svolta che sor­passava era una speranza che cadeva ed ogni speranza che cadeva era una lacrima che si staccava dalle pupille azzurre come il mare. Dove era più il sorriso che quelle pupille gran­di illuminava quando ogni mattina papà si avvicinava al candido lettuccio mentre le te­nere braccette della bimba si protendevano per un abbraccio forte forte sul suo cuori­cino d’oro?

E Fragoletta sfinita e senza speranza si fermò. Sentiva di essere piccola piccola, non sapeva più cosa fare, invocava papà e piange­va; piangeva guardando se in lontananza, laggiù dove il sentiero s’inoltrava tra i pini che lo inghiottivano, fosse spuntato un cava­liere. Se così fosse stato!… Papà l’avrebbe presa sull’arcione come tutte le volte che la incontrava anche a pochi passi dalla casina; a lei allora sembrava di essere una grande amazzone, dominatrice di un mondo fanta­stico. Ma verso la pineta non si scorgeva nessuno. Gli alberi sembravano ombre im­mense, paurose nella notte stellata, le siepi enormi serpenti costeggianti il sentiero. Fragoletta si sentiva desolata e fuggiva; fuggiva per andare lontano da quei pini che inghiot­tivano il sentiero, terrificata da quei serpen­ti che erano sempre lì a costeggiare la strada. E nella fuga non vide che una canuta vec­chietta avanzava lenta, non sentì il suo ri­chiamo dolce e rassicurante. E cadde svenu­ta sul sentiero terroso.

* * *

Di li a poco Fragoletta rinvenne. Guardò gli occhi castagni della vecchietta, occhi buo­ni, materni, e le domandò chi fosse.Tu certo non mi conosci e nessuno qui sà chi io sia. Ma io conosco tutti perchè da tanti anni giro il Gargano, senza fermar­mi mai. Chi mi vede è benedetto da Dio e tu lo sei perchè la tua anima è immacolata. Vuoi sapere chi sono? Mi chiamo Nunzia, e la mia casa è sul lago. So che tu sei Fragoletta e che andavi incontro a papà tuo quando la notte ti ha sorpresa e la paura ti ha sfinita.

Davvero che sai tutto, mia buona vec­chietta, disse la bambina rassicurata. E mi sai dire dov’è papà mio?

Papà tuo è lontano, lontano. Stai però tranquilla perchè sta bene e pensa sempre a te. Vuole che tu non pianga, che tu sii buona e che lo attenda a casa.Mi accompagni a casa? Io non so più la via ed ho tanta paura.

Lo farei volentieri se casa tua non fosse lontana e la mia stanchezza mi permet­tesse di raggiungerla. Siamo molto più vi­cino al mio rifugio; vieni perciò con me e domani col primo sole ritornerai alla tua casetta. Questa notte dormirai nel mio let­tino e vedrai che non starai male.

E tu mi racconterai una favola pri­ma che mi addormenti? Tu ne devi sapere chi sà quante ed a me piacciono le favole come… le ciliege.Ti racconterò la mia storia.

E la vecchietta, presa per mano la bam­bina, camminò per un piccolo tratto di stra­da; poi imboccò un antro che si illuminò debolmente non appena Nunzia vi fu en­trata. E la luce misteriosa le precedeva men­tre avanzavano. L’antro che prima discendeva nella ter­ra e di cui non si vedevano le pareti, si era poi alquanto ristretto e dalla sua som­mità pendevano difformi stalattiti dalle quali cadeva ogni tanto qualche goccia di acqua freschissima. Fragoletta cominciò a tremare. Chi sà quali mostri si nasconde­vano nel buio fitto che la seguiva, chi sà quale drago dalle fauci eruttanti fiamme e fuoco le sarebbe piombato addosso da un momento all’altro per inghiottirla in un sol boccone. E se la vecchia fosse stata una strega sotto l’aspetto di una donnina buo­na e pia? Povera Fragoletta!… Papà non vi era per difenderla ed essa si sentiva sola, piccina piccina, in potere di quella vecchia che non poteva essere buona se non ave­va per rifugio che un antro pauroso. E fra le lacrime disse alla vecchia, con una vocina incerta e sommessa:

Vecchina bella portami via di qua; ho tanta paura!

Non tremare, non piangere Fragoletta. Vedrai che nulla di male ti accadrà e che giungeremo presto alla mia casetta. E’ questa una via sotterranea che nessuno conosce e che ci abbrevia di molto il cammino. Il Gargano è tutto vuoto nel sottosuolo ed è tutto ancora inesplorato. Fra poco rivedremo il nostro bel cielo stellato ed avre­mo così attraversato in poco tempo un gruppo di colline che, per percorrerle alla superficie, avremmo dovuto impiegare di­verse ore.

E camminarono ancora.

Il passaggio sotterraneo ora si restrin­geva mostrando le sue pareti umide e nere, ora si allargava tanto da sembrare sconfi­nato. Quanto durò quel martirio per la povera bimba sperduta? Alla piccina sembrò una eternità.

Ad un certo punto però la via si mostrò sbarrata da folti lentischi e fra le foglie ed i rami apparvero lembi di cielo azzurro inar­gentati dal chiarore lunare. La luce miste­riosa si spense e la vecchietta e la bimba spostando i rami del cespuglio, uscirono al­l’aperto. Fragoletta respirò di sollievo. Ai suoi occhioni turchini si presentò un panorama di sogno che la luce bianca della luna riempiva di mistero.

Si trovarono sulle pendici dei colli che da Ischitella degradano a sbalzi verso il lago di Varano. In fondo, monte Devia si profilava a punta verso il mare, mentre nel­l’interno una catena ininterrotta di monta­gne turchine raggiungeva il culmine con la vetta del Vernone. Fra le colline d’Ischitella e quelle di Cagnano, era il lago rilucente di splendori riflessi ed il piano di Carpino, appariva giallo di messi rigogliose, demar­cato dagli oliveti grigi, verso la gola. Ma gli agrumeti, più vicini allo sbocco dell’antro, prossimi a caricarsi di campanelli d’oro, avevano perduto il loro profumo di zagara e, nella notte, il loro verde perenne si era trasformato in una massa bruna, pic­chiettata di casette bianche, in qualcuna delle quali una luce brillava ardita e soli­taria.

La bimba ammirava immobile. Aveva ra­gione papà quando le diceva che nessun luo­go della terra è più bello del Gargano, quando ripeteva che ogni angolo del Pro­montorio ha una sua armonia insuperabile variante in ogni ora del giorno e della notte, quando le rivelava una ammirazione infini­ta per queste visioni create da un artefice divino forse per riprodurre nella natura il suo sorriso.

La vecchietta guardava la bimba e la comprendeva. Anche lei innumerevoli volte era rimasta trasognata in contemplazione di tanta bellezza.

Ma il lontano latrato di un cane riscos­se la piccola che, come destata, si rivolse alla vecchietta con negli occhi grandi ed azzurri la visione dell’inimitabile. E Nunzia disse: Ora vedrai il mio rifugio. Prima abi­tavo in una casetta posta in direzione di quella torre che si profila laggiù come un enorme camino mozzo. La mia casetta fu poi trasformata in chiesa e nella casa di Dio non può esservi che Lui. Seguimi ora piccola mia.

Per uno stretto sentiero raggiunsero un boschetto di e lei soprastante un cocuzzolo roccioso a strapiombo da tre lati, e s’inol­trarono per una piccola apertura nascosta da tralci di edera in un vano scavato nella roccia. Anche il vano s’illuminò come per incanto non appena Nunzia mise il piede sulla soglia. Apparve a Fragoletta una pic­cola grotta delle pareti irregolari ma candi­dissime, arredata con caratteristiche suppel­lettili garganiche. Da un lato vi era un gia­ciglio simile a quelli che usano i pastori nei pagliai, ricoperto di un panno di lana a molti colori alla foggia carpinese, e scanni ed arche alle pareti.

Vedi, disse Nunzia; abito da circa mil­le anni in questa grotta ed ho scavato io buona parte della roccia. Ora ti racconterò la mia storia che da tanto tempo aspetti.

La vecchietta si sedette sul suo giaciglio e la bambina vicino a lei. E Nunzia inco­minciò.

Hai mai sentito parlare di Uria, la città sommersa? Sorse questa città al tem­po della potenza romana sul seno uriatico che, a un di presso, era formato da quello che ora è il Lago Varano. La lingua di sab­bia che adesso divide il lago dal mare, in quei tempi non v’era. E l’insenatura forma­va un grande e sicuro approdo per le navi. Intorno a quel seno, ai margini del porto, si stendeva una grande e fiorente città, ora alleata ora nemica di Roma. In questa città io nacqui verso l’anno mille. Fui piccina come te e come te ebbi un papà che mi adorava. Crebbi, diventai una bella e virtuosa donnina. Amai Dio sopra ogni cosa e nella preghiera e nell’adorazione del Redentore volli passare la vita.

La vecchietta fece una pausa; negli oc­chi rivolti al cielo ebbe forse una visione di paradiso.

Poi continuò.

Erano quelli tempi prosperosi per Uria. I commerci fiorivano; i campi del pia­no davano messi abbondanti; le selve om­brose scaricavano legnami pregiati che dalle navi erano trasportati in ogni parte del mon­do. E gli abitanti di Uria, illusi e traviati dai facili guadagni, trascorrevano la loro vita nelle orge e nel peccato. Ma Dio, forte e mi­sericordioso, non era fra loro.

Ebbi la disgrazia di perdere i genitori mentre ero giovinetta. Rimasi sola al mondo e la mia casetta formava tutto il mio regno. Ma non ero triste. La spola del mio telaio cantava nella mia vita quando non eseguivo ricami ricercati dalle signore eleganti. Por­tavo i miei lavori in tutte le case più ricche e i miei guadagni mi permettevano una vita tranquilla.

Ma quanta dissoluzione mi circondava! Vedevo ogni giorno mille peccati e chiedevo perdono a Dio per tutti coloro che mostra­vano di non conoscerlo. Ed erano tutti i miei concittadini. Le chiese erano sempre deserte e quasi sempre chiuse. Tutta la città sfolgorava di marmi, di oro e di colonne. Nelle case dominava lo sfarzo più smodato; tutti erano presi da una smania pazza di godimenti materiali e peccaminosi.

Ma l’ira di Dio non tardò a manifestarsi. E in una notte tenebrosa si scatenò l’inferno.

Il mare mugghiò spaventosamente, la ter­ra tremò scossa da sussulti frequenti; il cielo tuonò squarciato da folgori, ininterrottamen­te. E il popolo di Uria si riversò nelle strade, pazzo di terrore. Tutti correvano discinti pur non sapendo dove trovare un sicuro rifugio. Un vocio assordante, continuo, di migliaia di es­seri folli dalla paura, era simile ad un boato lungo ed ogni volto appariva orribilmente trasfigurato.

Quanto durò la furia degli elementi ? Io vidi e sentii tutto questo ed in attesa della fine mi prostrai in ginocchio davanti al Cro­cifisso. Al di fuori della mia casetta udivo crolli, urli ed imprecazioni, mentre il tuono rombava senza sosta, la pioggia cadeva fu­riosa e la terra era scossa al di sotto delle onde che avevano invaso la città ribelle.

Ad un certo momento un cupo, fortissimo rimbombo come di mille tori mugghianti fu­riosi, dominò ogni altro rumore. Poi la terra non tremò più; la folgore cessò di squarciare il cielo, le onde si calmarono. Tutto fu silen­zio. Ma Uria si era inabissata.

Solo la mia casa, quella che tu vedi lag­giù e che ora è la chiesetta dell’Annunziata, era rimasta in piedi di tutta la grande e pro­sperosa città. Nell’alba sorgente in uno sfarzo di tinte meravigliose, mi apparve la Madonnina che mi ordinò di abbandonare la mia casa e di vagare per il Gargano per accorrere ovunque vi fosse da fare del bene, da ravvivare la fede, da asciugare una lacrima di un’anima immacolata. La mia casa fu trasformata in chiesa da pochi pastori che costruirono dei pagliai sulla riva e che la dedicarono all’An­nunziata. E perché sul luogo dove sorgeva la città dannata non si offendesse ancora Iddio con orribili peccati, l’Onnipotente ricoprì la terra di una palude malsana ove l’uomo non potesse più vivere stabilmente, perché divorato dalla febbre che lo inabilita e l’uccide. Io an­dai per il Gargano come la Madonnina mi aveva ordinato. Giro da circa mille anni e conosco ogni angolo del Promontorio, ogni pietra che affiora, ogni albero che a primavera s’inghirlanda. Poche persone adulte mi hanno vista; ma a quasi tutti i bambini sono comparsa senza dire chi io sia. Tu sola, che sei la più bella e la più buona, hai sentito raccontare la mia storia. Nelle notti di luna canto le lodi al Signore ingi­nocchiata qui sulla soglia della mia casa; e dal lago risponde il coro dei pescatori che intonano il Salve Regina. S’animano allora la vallata, il lago, i monti ed un inno di cento voci si eleva al cielo dove innumerevoli stelle brillano nel turchino.

E la vecchietta tacque; Fragoletta dor­miva.

* * *

All’alba del giorno appresso, Fragoletta rifece la via per ritornare alla sua casa. Nunzia l’aveva accompagnata fino all’usci­ta dell’antro, dove un vecchio venerando, alto, dalla corta barba bianca e dagli oc­chi sorridenti, attendeva.

Oh, nonno, nonno… sei tornato?

E Fragoletta corse da lui e con lui ripercorse il sentiero mentre gli ripeteva la leggenda di Nunzia.

Mi avevano detto, nonno, che tu eri volato al cielo e che ti avrei visto solo fra tanti anni quando vi verrò anch’io. Vedi quante bugie dicono ai bambini! Ora inve­ce ti ho ritrovato e tu starai sempre con noi e non ci lascerai mai più. Non è vero? Come siamo tristi senza di te e quante volte ti ricordiamo!

Ma il nonno scomparve di nuovo; e nel­l’anima di Fragoletta rimase il sorriso luminoso degli occhi dì lui, e l’eco della voce dolce di Nunzia.

Giuseppe D’Addetta

Scrittori Dauni – 1960 –

(7 continua)


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